Camminare, la grande libertà

Solo camminando potremo fare esperienza della libertà, concetto astratto se descritto da seduti, realtà concreta se praticata. Poi cresciamo e la diabolica comodità di spostarci con mezzi meccanici – il cui funzionamento è antitetico alla meccanica del nostro corpo – ci ha conquistato. Lentamente, ciò che per millenni aveva regolato il nostro rapporto con il mondo si è trasfigurato in astrazioni che non hanno favorito il nostro organismo, al contrario, lo hanno mortificato e ancora lo mortificano. Pensandoci bene, è ciò che continuiamo a fare alla Terra: mortificandone gli sforzi di tenerci nella sua comunità.
Camminare può essere faticoso, proprio come vivere. Ma camminare, come vivere, è un atto libero da qualsiasi dipendenza. I piedi ci possono condurre ovunque. La loro intelligenza primordiale sa trasformare gli impulsi del corpo in immagini della mente, mappe, memoria, conoscenza, un percorso in continuo cambiamento che ci attraversa dallo sguardo attivando i nostri sensi, raffinando la nostra percezione. Più tutto questo è vivo, più siamo liberi. La specie umana non può sostituire la prossimità corporea, la permanenza, l’adesione alla Terra: è un dato biologico, occorre dare spazio al proprio respiro per calibrarsi con ciò che ci circonda, per arrivare a quella formidabile sensazione di comprendere la vastità del mondo e del nostro posto nella sua immensità.

(Davide Sapienza, sempre meravigliosamente illuminante, in Camminare, la grande libertà, pubblicato su “Vanity Fair” il 14 giugno. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.)

Il principio iconoclasta

[Rimozione della grande croce di Stadelhofer, Zurigo, nel periodo dell’iconoclastia calvinista. Da Illustrierte Reformations-Chronik di H. Bullingers, 1605. Immagine di Roland Fischer, Zürich; Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]
E se invece lo stesso principio iconoclasta che oggi abbatte i monumenti di personaggi dalla storia più o meno opinabile fosse applicato agli stati, oppure alle religioni?

Proprio gli Usa, ad esempio: nella loro forma istituzionale contemporanea ci hanno portato sulla Luna e hanno “inventato” internet, ma quante guerre sporche e quante azioni politiche deprecabili hanno messo in atto nel frattempo?

Oppure le religioni monoteiste, appunto, cattolicesimo in primis, la cui storia, a fronte di innegabili opere di bene, presenta una lista di misfatti che all’inferno così lunga e articolata se la sognano!

Se dovessimo utilizzare il classico metodo della bilancia, ponendo su un piatto le cose buone e sull’altro quelle cattive, temo che buona parte delle istituzioni umane avrebbe la sorte segnata, e sarebbe giustissimo che ciò avvenisse. Di contro, io credo, più ancora che l’iconoclastia fanno sempre molto bene alla causa della giustizia la conoscenza e la consapevolezza, gli strumenti che l’intelligenza, la memoria e la coscienza umane hanno a disposizione per giudicare, capire, reagire, accettare o rifiutare e adeguare la relazione di ciascuno con quelle istituzioni.

Non sono gli eroismi, le santità, le venerabilità e i prestigi di sorta che racchiudono la realtà dei fatti, rappresentandone quasi sempre un’iperbole distorsiva creata ad arte, ma l’equilibrio della verità oggettiva e obiettiva che non può ammettere estremismi celebrativi oppure denigratori, a loro volta iperboli irrazionali e devianti. Un equilibro che è pure la condizione migliore grazie alla quale praticare la libertà di pensiero e d’azione, quella che ogni individuo dovrebbe saper esercitare e che spesso proprio certe simbologie iconiche, ovvero il modo con il quale sono state narrate e imposte, hanno contribuito – a volte pur indirettamente – a impedire.

 

Tanti auguri, Pippi!

“Non voglio diventare mai grande” disse con decisione.
“Nemmeno io” fece eco Annika.
“Davvero, non c’è da augurarselo” approvò Pippi: “le persone grandi non si divertono mai. Hanno solo molto da lavorare, abiti buffi, i calli e le tasse cumunali”.
“Tasse comunali, si dice” corresse Annika.
“Fa lo stesso, tanto s’intende sempre la stessa robaccia” disse Pippi. “E poi sono pieni di superstizioni e di fisime: credono per esempio che succeda chissà cosa, magari tagliarsi, se ci si infila il coltello in bocca, e così via”.
“Non sanno nemmeno giocare” disse Annika. “Che noia, dover diventar grandi!”

(Pag.266)

Ecco, per dire che quest’anno Pippi Calzelunghe compie 75 anni: la prima edizione del libro di Astrid Lindgren venne infatti pubblicata nel 1945 per Rabén & Sjögren, casa editrice svedese di libri per bambini e ragazzi che infatti la sta festeggiando come necessario sul proprio sito web. E anche per dire che, secondo me (che non ho mancato di visitare Vimmerby, la cittadina nella quale Astrid Lindgren nacque, nel mio ultimo viaggio in Svezia), e per ribadire ciò che ho detto/scritto più volte, io a Pippi darei l’incarico di formare un nuovo governo (del pianeta, magari, ma va bene anche solo di qui, che peraltro ne abbiamo bisogno certamente ben più che gli svedesi), dacché se fossimo tutti un po’ più Pippi Calzelunghe nell’animo e nelle azioni quotidiane, vivremmo in un mondo molto migliore di quello che abbiamo. Ecco.

“Il giorno in cui mi capiterà di sentire un bambino che si rattrista all’idea di arrangiarsi da solo, senza l’intrusione dei grandi, giuro che imparerò l’intera tavola piragotica all’inverso!”

(pag.230)