Scrivere bene è sempre nuotare sott’acqua e trattenere il fiato.
(Francis Scott Fitzgerald, Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato, trad. di Leopoldo Carra, Minimum Fax, 2006; orig. On writing, 1986.)
Scrivere bene è sempre nuotare sott’acqua e trattenere il fiato.
(Francis Scott Fitzgerald, Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato, trad. di Leopoldo Carra, Minimum Fax, 2006; orig. On writing, 1986.)
M’è arrivata, nella casella email personale, la pubblicità di un ereader. Era da un po’ che non ne ricevevo, quando invece qualche anno fa questi messaggi promozionali erano quotidiani o quasi.
In effetti di gente che legge libri o altri prodotti editoriali su un ereader è da tanto che non ne vedo, pur girando spesso per spazi e ambiti pubblici assai affollati; certo, se ne vedono pure pochi che leggano libri cartacei – siamo in Italia, ahinoi – ma almeno ogni tanto qualcuno me lo ritrovo davanti. Con degli ereader raramente; semmai con uno smartphone, ma con lettori di libri elettronici quasi nessuno. Seppur qualche anno fa, appunto, pareva che per mano degli ereader la fine del libro di carta fosse ormai scontata e sempre più vicina, e invece…
In verità, ciò non significa che non si leggano ebook: il mercato è in crescita, anche se in maniera molto blanda e per nulla “rivoluzionaria” (anzi, da qualche parte si registrano pure dei cali continui), in ogni caso l’aver ricevuto quella solitaria mail promozionale, poco fa, mi ha generato una sensazione di… di roba superata, di qualcosa che ha già fatto il suo tempo, di modernariato quasi.
In pratica, quello che avrebbero dovuto rapidamente diventare i libri di carta, con l’avvento di ebook e ereader. E invece…
La mattina presto si sfalcia senza fatica. Di tanto in tanto bisogna affilare la falce con la cote che si porta nel bossolo allacciato alla cintura. La pietra dev’essere bagnata: c’erano bergamaschi, livignaschi o trepallesi che la portavano in tasca, prima di arrotare dovevano sputarci sopra, il che fino mezzogiorno richiedeva una notevole quantità di saliva, ma molti di loro ciccavano e la bocca restava umida; oppure ogni tanti pisciavano sulla cote, cosa che secondo loro la rendeva molto più mordente. Quelli erano appunto dell’altra parte, montanari anche loro, ma un’altra razza. I contadini qui hanno il portacote alla cinta e quando falciano si sente il cloc cloc della cote. Ogni tanto quando non c’è più niente da bere e non ci sono ruscelli in vicinanza, mandano i bambini a prendere l’acqua col bossolo e l’acqua ha il gusto di legno e di terra.
(Oscar Peer, Il Ritorno, Edizioni Casagrande, 2006, traduzione dal romancio di Marcella Palmara-Pult, pag.24.)
Si può essere davvero così estranei al potere?
«Sergej Dovlatov, una volta, ha parlato del rapporto che aveva il suo amico Brodskij con il potere sovietico. Scrisse: “Non viveva in uno stato proletario, viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava. E non era nemmeno sicuro della sua esistenza. Quando sulla facciata del suo palazzo, a Leningrado, avevan montato un ritratto di sei metri per sei di Mžavanadze (Segretario del partito comunista georgiano), Brodskij aveva detto «Chi è? Sembra William Blake…”. Io credo che gli scrittori siano per forza di cose da un’altra parte, rispetto a quella del potere politico. “Il colore della bandiera della letteratura – ha scritto Viktor Šklovskij negli anni venti – non riflette mai il colore della bandiera che sventola sulla cittadella del potere”.»
Oggi, in Italia, il potere è fragile. Non le sembra un po’ facile, rivendicare questa distanza?
«Sicuramente la mia posizione è diversa, rispetto a quella di Brodksij, o di Šklovskij, che avevano a che fare con il potere sovietico, o agli scrittori russi dell’ottocento, che dovevano guardarsi dalla polizia degli zar, ma non posso nemmeno auspicare un ritorno alla dittatura che mi permetta degli atti eroici. Io sono tutt’altro che un eroe, sono pieno di difetti, e minimo, insignificante, ma il mondo che mi circonda, per quanto insignificante io sia, mi sembra così stupefacente. Scrivere mi permette di farmi crescere dentro la pancia una piccola macchina per lo stupore. La capacità di guardare anche la strada che c’è sotto casa mia e di vederla, tutti i giorni, come se la vedessi per la prima volta. E ogni tanto succede che la mia vita marginale e insignificante, diventa memorabile.»
(Paolo Nori intervistato da Nicola Mirenzi sull’Huffington Post il 24/03/2019. Cliccate qui per leggere l’articolo completo in originale.)
Secondo me una classe non è veramente disciplinata quanto ascolta immobile e impassibile le spiegazioni del maestro, pena un brutto voto in condotta, ma quando sta facendo una cosa interessante, così interessante che a nessuno viene in mente di guardare dalla finestra, o di tirare le trecce alle bambine, o di leggere un fumetto sotto il banco.
(Gianni Rodari su Il Corriere dei Piccoli, 1968.)
Già: se all’indossare o meno un grembiule a scuola si associa un concetto di “ordine” (o meno), allora quel grembiule diventa una mera “uniforme”. Che uniforma, appunto: omologa, normalizza, massifica. Quando invece l’ordine, in una scuola, è una virtù culturale in quanto frutto della qualità del suo lavoro didattico: che non massifica mai, anzi, che esalta le doti individuali degli alunni aiutandoli a trovare per ciascuno la propria strada – accademica, professionale, specialistica, creativa… – nel futuro. Vestiti come si vuole: con gusto, ovviamente, ma come si vuole. Ecco.