God bless… (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): è un racconto, il seguente, al momento ancora inedito, che tuttavia farà presto parte di una raccolta molto – e dico moooooolto – particolare di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e può essere che a breve ne saprete di più. Per intanto… buona lettura!)

God bless…

La ciurma al completo si era ormai radunata sul ponte della nave, alla fonda in una baia dall’acqua cristallina cinta a occidente da coste basse e sabbiose, dall’aspetto accogliente. Erano giunti in quel punto dopo diverse settimane di navigazione sotto costa, prima verso settentrione e poi verso meridione, senza che mai le terre emerse non chiudessero con continuità l’orizzonte di ponente. Ormai Messer Baldrago Centoforti, illustre geografo, cartografo e comandante della nave, non aveva più dubbi: quelle terre non erano certo parte dell’Asia, ma dovevano per forza essere un nuovo continente, con ciò confermando le proprie brillanti intuizioni in forza delle quali aveva organizzato la spedizione.
«Essendo nuova terra, come io intesi, v’è bisogno di conferire ad essa un adeguato nome. Or dunque io, Baldrago Centoforti, comandante di siffatta nostra spedizione e quindi per il diritto superiore che tal potestà rende a me acquisito, vi dico: in codesto anno Domini 1499 chiamerò questa nuova terra con il mio nome ovvero, come è d’uso nelle scienze geografiche e cartografiche, attribuendo ad essa il genere femminile del mio primo nome in lingua latina!» La ciurma applaudì, concorde a quella decisione quasi all’unanimità. Quasi, sì, perché invece a Guidobaldo Mini, mozzo di bordo giovane ma assai perspicace, si raggelò il sangue.
«Da Baldrago si evince il latino Baldraccus» continuò il comandante, «E da esso vi si derivi il nome di questa terra che sarà…». Fulmineo e ignorato, Guidobaldo diede un calcio ad una cima lì accanto, che srotolandosi in pochi attimi fece sganciare il pennone dell’albero di velaccino il quale cadendo dall’alto colpì in pieno il Centoforti, lasciandolo esanime sul ponte, prima, e smemorato a vita poi. «Dio del Cielo! Un terribile incidente!» gridò lesto il mozzo; e da quel frangente non fu certo più il nome di quella terra ma il come tornare in Europa il pensiero principale dell’equipaggio, così privato della guida del proprio geografo-comandante ora rincitrullito e senza più memoria.
Nel successivo anno di Grazia 1501 un altro vascello costeggiava quelle terre ancora del tutto ignote, e come per un inconsapevole déjà vu il comandante di esso aveva a sua volta radunato la propria ciurma, sebbene a riva. «Come è d’uso nelle scienze geografiche e cartografiche, chiamerò queste nuove terre col mio nome! Ordunque io, Amerigo Vespucci ovvero Americus, denominerò questa nuova parte del mondo America!» In mezzo alla ciurma Guidobaldo, nel frattempo promosso marinaio scelto per la propria abilità e il fervido ingegno, se la rise tra sé, assai soddisfatto.

* * *

(P.S. – note a margine: per questo racconto, come credo sia evidente, mi sono permesso di stravolgere allegramente la realtà storica sulle esplorazioni del cosiddetto “Nuovo Mondo”.
Non c’è mai stato alcun viaggio esplorativo nell’anno 1499 di tal Baldrago Centoforti, personaggio di pura fantasia. Vero è invece che fu per primo Amerigo Vespucci, nel 1501, a notare che l’estensione delle zone scoperte delle nuove terre scoperte pochi anni prima da Cristoforo Colombo si spingeva fino al 50º grado di latitudine sud, dunque evincendone di essere in presenza di un continente fino ad allora sconosciuto e non di una mera propaggine delle terre asiatiche.
La verità sull’attribuzione del nome America al nuovo continente è invece incerta. Un’ipotesi sostiene che sia stato merito del cartografo tedesco Martin Waldseemüller, il quale decise di utilizzare il genere femminile (America) del nome latinizzato di Vespucci (Americus Vespucius), per indicare le nuove terre in una carta del mondo disegnata nel 1507 e contenuta nella propria opera Cosmographiae Introductio. Un’altra ipotesi invece retrodaterebbe l’attribuzione del nome America ad un periodo anteriore al viaggio di Vespucci del 1501, e ne conferirebbe il merito a Giovanni Caboto, il quale nel 1497 partì con una nave verso il nuovo continente grazie ad un finanziamento del ricco mercante gallese Richard Ameryk, in onore del quale il Caboto avrebbe denominato quelle terre America, appunto.
Il titolo del racconto, come probabilmente avrete inteso, richiama il primo verso del testo del noto canto patriottico americano God bless America.
Curiosità, infine: il cognome del giovane e scaltro mozzo di bordo, Guidobaldo Mini, è in realtà il vero cognome della madre di Amerigo Vespucci, Elisabetta o Lisa Mini, nobildonna di Montevarchi.
Fonte per le notizie storiche: Wikipedia.)

L’immigrazione come questione culturale e la visione dannosamente miope della politica

A mio modo di vedere, la “questione immigrazione” (la definisco genericamente così, senza con ciò sminuire né accrescere la sua portata oltre la realtà di fatto; il definirla “emergenza” come quasi tutti fanno, d’altronde, denota da subito l’approccio profondamente sbagliato e deviante alla questione) non può essere affrontata e tanto meno risolta senza una basilare visione culturale di essa, molto prima che politica. Semmai, appunto, trattarla soltanto con lo strumento politico, senza considerarne la portata culturale ovvero sociologica e antropologica, non fa che peggiorarne continuamente la realtà. Se a ciò si aggiunge l’evidenza che il suddetto strumento politico, già di suo di scarsissimo pregio, viene utilizzato da troppo tempo pure in modo pessimo – con una parte che sostanzialmente agisce come se la questione non esistesse e senza mettere in atto alcuna iniziativa di autentica gestione dei flussi immigratori e tanto meno di integrazione sociale dei migranti, l’altra che s’affida unicamente a slogan populistici di infinita ignoranza a fini di mero tornaconto elettorale senza proporre alcuna soluzione realistica ed effettiva e, in mezzo, un’opinione pubblica priva degli strumenti culturali necessari alla comprensione della questione e dunque rapportatasi ad essa “di pancia” e non di testa, con tutte le bieche conseguenze del caso – è rapidamente intuibile come una “questione” per nulla emergenziale, ribadisco, che se ben gestita da subito non avrebbe creato alcun problema né clamore, rischia di trasformarsi nel classico battito d’ali di farfalla che provoca un uragano.

Posto che, nei fatti, la distinzione continuamente rimarcata da tanti tra “rifugiati” e “migranti economici” può avere un qualche valore teorico “politico” ma è sostanzialmente priva di senso concreto nella realtà, e posto che nessuno ha il diritto di negare a priori a chicchessia il diritto di movimento sul pianeta, sia esso forzato o liberamente attuato (salvo i soggetti alla legge, semmai), basta una rapida occhiata ai libri di storia (antica e moderna) per constatare come da sempre l’umanità sia sottoposta a flussi migratori d’ogni genere nonché come, nell’epoca contemporanea caratterizzata – nel bene o nel male – dai fenomeni della “globalizzazione” e da altre questioni impattanti sul modus vivendi umano (i cambiamenti climatici, ad esempio), tali flussi è inevitabile che diventino più frequenti e massicci. D’altro canto, è ormai altrettanto storicamente palese l’effettiva incapacità della parte più “ricca” del mondo di sostenere quella più povera, sia dal punto di vista economico che sociale, politico, culturale: è inutile rimarcare come, per dirne una, il concetto occidentale di “esportazione della democrazia” abbia fatto danni tremendi, negli ultimi lustri, spesso proprio in quei paesi che ora generano flussi migratori tra i più ingenti.

Insomma, il non essere risultati pronti al manifestarsi della “questione immigrazione” è innegabilmente una delle massime colpe che ci dobbiamo imputare, soprattutto in un paese come l’Italia che, geograficamente, è proteso nel Mediterraneo come (quasi) un ponte con il continente africano. Ora, per metaforizzare, siamo nelle condizioni di un’auto che stia percorrendo una strada il cui fondo è pieno di pietre taglienti e dunque sia costantemente sottoposta al pericolo di forature: ma tra chi, da una parte, fa finta di nulla e continua a proseguire con gli pneumatici scoppiati e a terra, e chi dall’altra vorrebbe risolvere il problema togliendo del tutto gli pneumatici ma senza spiegare come farà poi la macchina a proseguire, non mi pare di vedere e sentire nessuno (o quasi) che invece rifletta su come montare pneumatici antiforatura oppure su come sistemare al meglio il fondo di quella strada. Ovvero, nessuno che proponga soluzione concrete di gestione e controllo effettivo dei flussi migratori (l’idea dei corridoi umanitari “istituzionali”, ovvero messi in atto dagli stati con l’eventuale appoggio logistico delle ONG accreditate, e non da entità “private” che peraltro poco possono fare, e con i quali gestire il numero di ingressi e al contempo garantire a chi passa un percorso di reale integrazione, ad esempio, non può non essere valutata più approfonditamente di quanto sia stato fatto finora); nessuno che concepisca e renda operativo un vero programma di integrazione per i nuovi arrivati, e non intendo dire solo per le cose più “funzionali” come la lingua ma pienamente e approfonditamente culturale (ma qui, ahinoi italiani, pecchiamo assai di mancanza “nazionale” di cultura diffusa: come ha giustamente osservato qualcuno, che valori culturali possiamo insegnare ai migranti se sono gli italiani i primi a non coltivarli e rispettarli?); nessuno che sappia concepire la questione su un piano geopolitico spaziale e temporale ben più vasto di quello che concerne le coste dell’Europa del Sud o il bacino del Mediterraneo, quando è del tutto evidente, appunto, che l’intero pianeta presenta fenomeni migratori importanti e imponenti aventi cause e peculiarità similari, e non considerarli in un’ottica globale (in primis culturale, ribadisco, di nuovo) dall’orizzonte necessariamente lontano nel tempo è una prova di cecità e ottusità politica drammatica e potenzialmente letale.

In verità, mi viene da dire, non stiamo vivendo una “questione immigrazione”, ma una “questione incapacità politica” e “analfabetismo socioculturale”: condizioni che, non a caso, nel tempo sono risultate più volte funzionali a situazioni e periodi assolutamente biechi e autodistruttivi – nuovamente, historia magistra vitae. La questione esiste e ha una considerevole complessità, sia chiaro, per questo deve essere affrontata nel modo più civile, rigoroso ed efficace possibile, scaturendo le soluzioni dall’approfondita analisi culturale del fenomeno – la quale peraltro, se sviluppata su un piano storico, può già fornire illuminanti dettagli al riguardo. Una storia che dimostra con ben pochi dubbi come i movimenti migratori hanno sempre rappresentato in primis un’opportunità di sviluppo e progresso, ben prima che un problema o un pericolo: a patto di essere preparati alla loro gestione e consapevoli della portata del fenomeno – consapevolezza verso cui qualsiasi posizione di matrice anche vagamente xenofoba si è sempre dimostrata antistorica e terribilmente nociva per chi la sosteneva, non per chi ne era bersaglio. Oggi più che nel passato avremmo e abbiamo i mezzi, le risorse e le basi culturali per gestire tali fenomeni antropologici al meglio, conciliando rispetto dei diritti umani, rispetto delle leggi, sicurezza sociale, impatto sociale ed economico, integrazione, salvaguardia civica: invece, forse peggio che in passato per certi versi, trattiamo la questione in modo rozzo, barbaro, antistorico e deviante, aggravandone ogni giorno di più la complessità e la portata.

Ribadisco ancora, una volta per tutte: è soprattutto un problema culturale. Il che lo renderebbe facilmente – o quanto meno funzionalmente – analizzabile, studiabile, vagliabile e, infine, non così difficilmente gestibile. Invece, purtroppo, è proprio l’elemento che lo rende potenzialmente devastante, e non certo per colpa principale dei migranti, che giungono in una parte del mondo che possiede una immane ricchezza culturale, ma continua a fregarsene – qui e in altre situazioni – di averla a disposizione.

P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post potrete leggere un ottimo saggio di Nora Federici sui fenomeni migratori nella storia passate e presente, tratto dall’Enciclopedia di Scienze Sociali Treccani.

La dignità, e la sua reciprocità

Personalmente, posso contemplare qualsiasi discorso, idea, opinione, riflessione in tema di migranti, siano essi espressioni di linee più o meno “buoniste” ovvero poco o tanto “dure” – a parte quanto di biecamente e ottusamente populista (purtroppo troppo diffuso, di questi tempi), che ritengo non solo privo di qualsiasi intelligenza e cognizione della realtà ma pure aggravante la situazione in corso, sia dei migranti che dei paesi che ne devono gestire in un modo o nell’altro i flussi. Per quanto mi riguarda, credo che nessuno, anche al di là della varie convenzioni internazionali in tema, si possa arrogare il diritto di impedire a un individuo di tentare di migliorare la propria condizione di vita spostandosi per il mondo, e quando ciò accade per l’impreparazione o l’arroganza dei poteri politici nazionali, trovo che sia qualcosa di estremamente grave ed eticamente inaccettabile. D’altro canto, sono convinto che sia necessario gestire nel modo più determinato e rigido i flussi migratori, ad esempio con quote fisse annue d’ingresso adeguate al peso socioeconomico dei vari paesi e con conseguenti programmi di integrazione autenticaculturale, in primis – degli immigrati gestiti direttamente dalle istituzioni pubbliche e non da “cooperative” di sovente dubbia liceità, con al contempo un controllo giudiziario equo e altrettanto determinato verso quei soggetti che non dimostrino volontà d’integrazione ovvero che finiscano per commettere reati. Il tutto, ovviamente, con un sinergico coordinamento internazionale: cosa che non mi pare così difficile da attuare. Si coordinano cose ben più ostiche e solo per i tornaconti economici che vi stanno dietro, ergo si veda di non essere sempre così biecamente ipocriti – tanto più che un’integrazione virtuosa porta senza dubbio a molteplici tornaconti, anche economici, per i paesi che la sappiano attuare, quando di contro un flusso migratorio mal gestito (o non gestito) porta inesorabili danni innanzi tutto economici!

(Photo credit: Marko Djurica/LaPresse)
(Photo credit: Marko Djurica/LaPresse)

Posto ciò e, ribadisco, contemplate tutte le posizioni contemplabili in materia, la dignità è imprescindibile, garantirla sempre e comunque è cosa inderogabile. La dignità è un valore umanamente edificante e identificante sempre reciproco: quando non la si garantisce a qualsiasi altro individuo, non la si potrà mai pretendere per sé stessi, tanto più in condizioni di emergenza. Mai. E prima o poi – Historia magistra vitae – la negazione di essa si ritorcerà contro chi non l’ha saputa e voluta garantire, anche solo per il fatto che l’assenza della sua garanzia è sintomo ineluttabile e inesorabile di decadenza civica, morale, etica, umana.

Per tale motivo le immagini dei profughi costretti al gelo nei “campi di accoglienza” (o pseudo-tali) dell’Est Europa non sono un emblema di “disfatta” – per così dire – dell’immigrazione, ma lo sono della civiltà europea. La quale potrà poi scegliere qualsivoglia linea di condotta in tema di flussi migratori: ma, appunto, se essa non saprà garantire la dignità alla quale ogni essere umano in quanto tale ha diritto, alla fine sarà soltanto una linea condotta (cioè diretta) verso la fine dell’Europa.

P.S.: cliccando sull’immagine contenuta nell’articolo, potrete accedere al sito di Medici Senza Frontiere e leggere numerose e aggiornate notizie sulla questione migranti.

Ota Pavel, “La morte dei caprioli belli”

cop-pavel-caprioliConsentitemi di esprimere subito una considerazione d’un genere che, solitamente, rimarco alla fine di queste mie “recensioni”, e che posso titolare con qualcosa del genere: Keller Editore, chapeau! Perché realmente l’editore trentino ha intrapreso una strada d’una tale onestà professionale e intellettuale, di così intelligente gestione commerciale e, in primis, di tanto alta qualità letteraria da meritare che il suo giù consistente successo – per un editore ancora “piccolo” sotto molti aspetti – non possa che accrescersi sempre più. Alla faccia di certa grande editoria che di grande ho forse i numeri in bilancio ma sempre più inversamente proporzionale all’etica professionale e alla qualità dei suoi cataloghi!
Bene, posto ciò – che è anche un piccolo sfogo personale atto a rimarcare che la buona editoria, quella fatta di qualità e non di quantità, si può fare, in Italia: basta volerlo, e aggiungere a tale volontà una relativa e adeguata lucidità imprenditoriale e culturale – capirete forse già il tono della parte specifica di questo mio articolo, quella dedicata a La morte dei caprioli belli di Ota Pavel (Keller, 2013, traduzione di Barbara Zane, postfazione di Mariusz Szczygieł; orig. Smrt krásných srnců, 1971), ennesima dimostrazione delle capacità di Keller di cercare e trovare piccole/grandi perle letterarie di valore assoluto sconosciute da noi…

ota-pavel-muzeum-2-polonicult-e1454258214387(Leggete la recensione completa di La morte dei caprioli belli cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)