Belvedere con spaccio di ovomaltina

Vengono rumori secchi come quando qualcuno taglia un albero, non è detto che sia un picchio, più d’una volta mi sono sbagliato, sicuro di trovare un boscaiolo sono arrivato vicino al picchio, faceva uno strepito incredibile. Vengono da un dosso boscoso che un tempo doveva tremolare di betulle molto più di adesso se l’hanno chiamato Bedrina, un’altura così piacevole e invitante e varia che lo Stato, sempre vigile, dopo aver rapidamente permesso di adagiarvi una squallida polveriera, l’ha promossa Riserva Protetta con tanto di cartelli appesi agli alberi, ritoccati da villeggianti villanzoni in Serva Protetta e altro; con una torbiera sparsa di sfagni dai bei colori dove s’appaga la rana rossa in attesa di far vita notturna sulla terraferma, e la drosera non solo per passatempo cattura gli insetti che le s’impigliano tra i peli delle foglie, e li divora. Un posto così bello che a più d’un mammifero superiore è saltato in mente di sfruttarlo con attrezzature turistiche, cominciando ad allargare sentieri che da sempre ci sono e non ci sono, a tracciarne di nuovi non senza strazio del bosco, e trasformare certi ciglioni in veri e propri belvedere con spaccio di ovomaltina.

[Giorgio OrelliPrimavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.18.]

Ecco: come racconta da par suo Orelli in questo brano, lo sfruttamento del paesaggio alpino in senso turistico e patrimonializzante (per cavarci guadagni, insomma) non è certamente cosa nata ieri e non è riservata a solo alcune zone delle Alpi. Ovviamente, non è detto che ciò significhi in automatico banalizzazione del luogo, ma di sicuro il limite oltre il quale comincia a significarlo s’è fatto col tempo assai più vicino al punto zero e, probabilmente, molto meno visibile, viste le volte nelle quali viene palesemente superato, già.

Leggere un libro camminandoci sopra

Sto camminando lungo una delle tante mulattiere selciate che risalgono e attraversano i versanti montuosi sopra casa, dopo qualche minuto di sosta in un punto panoramico nel quale fino ad ora ero fermo a osservare e meditare sul paesaggio che osservo tutt’intorno. Il tracciato si mantiene sulla prominente gobba che innerva il pendio altrimenti regolare del monte, percorrendola con radi tornanti sostenuti da muri a secco chissà quanto vetusti e, più frequentemente, rimontando decisamente la linea di massima pendenza, mantenendo in ogni caso un percorso del tutto logico e funzionale che rimanda ad antiche sapienze montanare. A tratti, nella vegetazione da rimboschimento sui lati della mulattiera, compaiono ruderi di stalle e baite, mentre tracce più o meno vaghe intersecano il selciato dirigendosi altrove – ai vari nuclei che punteggiano il territorio, a qualche appostamento di caccia, forse a vecchie edicole devozionali della cui presenza ancora qualche anziano serba il ricordo – in svanimento come le stesse edicole nel bosco ormai tornato dominante. Intanto, elevandomi di quota, la visione di questa parte di mondo si apre sempre di più, si fa sempre più completa, più determinata e singolare nonché più strutturata, con tutte le sue peculiarità geografiche, orografiche, morfologiche e, messa sopra come una pellicola trasparente, la trama della presenza umana, della secolare territorializzazione di questo monte.

Mi rendo conto che devo portare la riflessione e la consapevolezza del mio essere in questo spazio ad un livello superiore, anche per elevare similmente il senso della mia presenza e accrescerne l’armonia con quanto ho intorno. Mi sono chiesto cosa sto facendo, poi dove lo sto facendo, ma ora mi viene da chiedere: cosa c’è, attorno a me? Cosa vedo? E cosa ricavo da questa visione? Quello che ho intorno a me è il sunto dei tre strati del plot narrativo immateriale attraverso il quale io colgo il mondo che sto attraversando: il paesaggio, cioè la manifestazione più alta e sensibile del territorio o – citando Roberto Barocchi, tra i massimi esperti di queste tematiche – la forma dell’ambiente. Io mi sto muovendo – noi tutti ci muoviamo – principalmente nel paesaggio prima ancora che geograficamente nel territorio o biologicamente nell’ambiente oppure socio-antropologicamente nei luoghi, perché ciò che percepiamo di quanto abbiamo intorno è in primis il paesaggio: una percezione che compendia tutte le altre e le porta ad un livello superiore, appunto, determinando un concetto di natura storico-filosofica (ma non solo) ancor più importante di quelli fino a qui citati. È il paesaggio l’elemento con cui l’uomo si rapporta prima che con qualsiasi altro, quello che lo ha sempre condizionato nel suo agire ovvero, e di contro, che ha rappresentato l’ambito in cui l’uomo ha esercitato la propria libertà di scelta in relazione alla propria vita e alla sua presenza nello spazio del mondo abitato. In fondo il paesaggio è, dal punto di vista umano, la forma del mondo determinata dalla presenza in esso dell’uomo – in senso materiale e immateriale, ovvero pratico e speculativo – e dal suo intervenire in esso, dal suo lasciarvi tracce, segni, caratteri, “marchi”. Ma in effetti mi viene in mente al riguardo una metafora qui assolutamente funzionale: è come se stessi trattando d’una narrazione storica per la quale il territorio è materialmente il tomo, le pagine scritte, l’ambiente è la trama che determina la narrazione, il luogo è il senso comprensibile scaturente dal testo – in forza di quel “codice alfabetico” presumibilmente ri-conosciuto da tutti (almeno così dovrebbe essere) con il quale l’uomo inscrive nel tempo la proprio presenza in loco. E il paesaggio, infine, è il retaggio culturale finale, la comprensione della narrazione che evolve in conoscenza, che s’arricchisce di quanto raccoglie la parte percettiva ed elabora quella emotiva e infine, auspicabilmente, che diventa consapevolezza acquisita.

È ciò che la lettura di questo grande libro scritto – il territorio abitato e umanizzato nel tempo – ci lascia nella mente e nell’animo, insomma: esattamente come sanno fare le grandi opere letterarie, quelle che ci rendono evidente l’importanza di leggere i libri e, ancor prima, sanciscono il valore culturale fondamentale della loro scrittura, delle parole di cui si compongono i loro testi e, ovviamente, del loro significato profondo che, se compreso pienamente, ci dischiude nuovi e vasti orizzonti emozionali e formativi. Solo che qui, ora, la lettura del libro lo sto compiendo non solo col mio sguardo ma anche, e inscindibilmente, attraverso il camminarci sopra le sue tante meravigliose pagine di terra, erba, roccia, geografie, storie.

Cartoline #5

Il Monte Legnone, la vetta più alta della provincia di Lecco, sovrastante l’imbocco della Valtellina e l’alto Lago di Como, ha un’altitudine di 2609 m che non la pone certo tra le cime maggiori delle Alpi (posto poi che geograficamente sarebbe un rilievo prealpino). Di contro il Legnone può vantare una delle maggiori prominenze in assoluto della catena alpina: infatti, se si considerano le rive del lago come il punto più basso del territorio prossimo al monte, a una quota media di 197 m, la prominenza del versante Nord Ovest del Legnone è di ben 2.412 m: una delle più rilevanti di tutte le Alpi, appunto. Una peculiarità già rilevata dai viandanti del passato, al punto che qualcuno di essi riteneva addirittura il Legnone una delle vette alpine più elevate e ancora nel 1836 Giuseppe Medici, nel suo Saggio della storia naturale del Monte Legnone e del Piano di Colico, appuntava che «Degna di rimarco è l’osservazione del celebre cavalier Pini, il quale rilevò presentar esso dalla cima alla base del triangolo descritto il pendio più alto e continuato stato sinora osservato non solo nei monti vicini, ma eziandio nei più elevati d’Europa.»

Regole imperiture (per costruire sui monti)

[“Roccolo” di Villa Garbald, Castasegna, Svizzera, Studio Miller-Maranta. Immagine tratta da www.garbald.ch.]
Certamente conosciute di chi si occupa di progettazione architettonico-edilizia, le Regole per chi costruisce in montagna redatte dal grande architetto austriaco Adolf Loos, nel 1913 (e oggi contenute in Parole nel vuoto, Adelphi, 1972) rappresentano un micro-trattato di antropologia culturale montana, coniugato in senso architettonico, che risulta interessante e intrigante per chiunque si occupi di paesaggio o semplicemente ne abbia a cuore la salvaguardia e le sorti. Più di un secolo dopo la loro formulazione, le regole di Loos dimostrano tutta l’immutabilità del loro valore (a prescindere dal tono retoricamente obsoleto di certi passaggi e con le dovute contestualizzazioni al presente, ovvio) e palesano – come l’architetto austriaco aveva ben intuito già allora, appunto – la necessità di formulare la più ampia e strutturata visione possibile del luogo e delle sue peculiarità culturali con la relativa comprensione approfondita, quando si opera in contesti di grande bellezza e altrettanto grande delicatezza come quelli di montagna.

[“Casa FM”, Madesimo, Italia, Es-Arch/Enrico Scaramellini. Immagine © Marcello Mariana, tratta da architizer.com.]
Leggendole, ci si può facilmente rendere conto di come la loro saggezza di fondo sia stata molte, troppe volte trascurata, dimenticata oppure proprio ignorata in tanti progetti montani, col risultato frequente e paradossale di constatare spazi abitati in altura che si presentano come potenziali non luoghi, proprio nel contesto che come nessun altro detiene le peculiarità più compiute e definite di “luogo”. Parimenti, come già scrivevo nel disquisire su questo recente volume, oggi ben più di qualche lustro fa sono attivi sui monti progettisti che le regole di Loos dimostrano non solo di conoscerle bene ma pure di averle aggiornate al presente e al futuro ovvero al contesto contemporaneo delle montagne e delle comunità che le abitano nonché al tema della salvaguardia della cultura e dell’identità di esse, per il quale l’architettura e in generale l’azione antropica modificante il territorio rappresentano uno degli elementi fondamentali, nel bene e nel male – ma, appunto, sperando più il primo che il secondo.

Eccole qui sotto, le regole di Loos. Leggetele (se già non le conoscete, ribadisco) e ditemi se non sono soltanto un mini vademecum per progettisti montani ma pure una sorta di minimo breviario di vita in montagna e di relazione virtuosa con essa. Magari su alcune cose non si potrà essere d’accordo, è naturale, tuttavia la visione di Loos rappresenta una manifestazione di pragmatismo e di saggezza che ancora oggi è fin troppo raro trovare sui monti come si dovrebbe.

[“Rifugio Roticcio”, Val Bregaglia, Svizzera, Ruch & Partner Architekten. Immagine tratta da www.ruch-arch.ch.]

Non costruire in modo pittoresco. Lascia questo effetto ai muri, ai monti e al sole. L’uomo che si veste in modo pittoresco non è pittoresco, è un pagliaccio. Il contadino non si veste in modo pittoresco. Semplicemente lo è.

Costruisci meglio che puoi. Ma non al di sopra delle tue possibilità. Non darti arie. Ma non abbassarti neppure. Non porti intenzionalmente a un livello inferiore di quello tuo per nascita e per educazione. Anche quando vai in montagna. Con i contadini parla nella tua lingua. L’avvocato viennese che parla con i contadini usando il più stretto dialetto da spaccapietre deve essere eliminato.

Fa attenzione alle forme con cui costruisce il contadino. Perché sono patrimonio tramandato dalla saggezza dei padri. Cerca però di scoprire le ragioni che hanno portato a quella forma. Se i progressi della tecnica consentono di migliorare la forma, bisogna sempre adottare questo miglioramento. Il correggiato è stato sostituito dalla trebbiatrice.

La pianura richiede elementi architettonici verticali; la montagna orizzontali. L’opera dell’uomo non deve competere con l’opera di Dio. L’osservatorio degli Asburgo è un elemento di disturbo nel paesaggio del Wienerwald, ma il Tempio degli Ussari vi si inserisce in modo armonico.

Non pensare al tetto, ma alla pioggia e alla neve. In questo modo pensa il contadino e di conseguenza costruisce in montagna il tetto più piatto che le sue cognizioni tecniche gli consentono. In montagna la neve non deve scivolare giù quando vuole, ma quando vuole il contadino. Il contadino deve quindi poter salire sul tetto per spalar via la neve senza mettere in pericolo la sua vita. Anche noi dobbiamo costruire il tetto più piatto che ci è consentito dalle nostre cognizioni tecniche.

Sii vero! La natura sopporta soltanto la verità. Va d’accordo con i ponti a travi reticolari in ferro, ma rifiuta i ponti ad archi gotici con torri e feritoie.

Non temere di essere giudicato non moderno. Le modifiche al modo di costruire tradizionale sono consentite soltanto se rappresentano un miglioramento, in caso contrario attieniti alla tradizione. Perché la verità, anche se vecchia di secoli, ha con noi un legame più stretto della menzogna che ci cammina al fianco.

[Villa Müller, Praga, Repubblica Ceca, Adolf Loos.]
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GeographicArt #6

(Cliccate qui, per capire meglio perché vi proponga carte geografiche.)

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L’Italia è ricca di produzioni agricoli e enogastronomiche tipiche, al punto che le statistiche rivelano come dal punto di vista turistico l’attrattiva legata al cibo italiano è quasi paritetica a quella nei confronti dei luoghi d’arte. E tra quelle produzioni, il vino la fa sicuramente da padrone, visto che non c’è regione d’Italia che non sappia offrire numerose eccellenze al riguardo le quali possono pure determinare una particolare geografia del paese, di primo acchito enologica ma in realtà profondamente culturale. Ecco dunque qui sopra una raffigurazione “geoenologica” dell’Italia con alcuni dei principali vini e vitigni regionali: non è che una minima selezione della gran varietà presente nel paese (e di sicuro immagino che ne manchino taluni fondamentali; d’altro canto la mappa è certamente più estetica che “tecnica”) ma, al di là di ciò, appare comunque una significativa dimostrazione di come la geografia del mondo che abitiamo non è solo una questione di morfologie, orografie, idrografie, di confini o quant’altro di simile ma, su una carta geografica, c’è molto di più, a volte forse invisibile ma sicuramente presente, intuibile e, in effetti, altrettanto importante per definire quel nostro mondo abitato e vissuto.