Un’alba sulle montagne

Domando tante volte alla gente: avete mai assistito a un’alba sulle montagne? Salire la montagna quando è ancora buio e aspettare il sorgere del sole. È uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall’uomo vi può dare, questo spettacolo della natura.
A un certo momento, prima che il sole esca dall’orizzonte, c’è un fremito. Non è l’aria che si è mossa, è un qualche cosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, l’aria flessa, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle.
E per conto mio è proprio il brivido della creazione, che il sole ci porta ogni mattina.
E sentirai per esempio il canto del codirosso, poi sentirai il pettirosso, poi magari vedrai un capriolo. Sì, il capriolo è un animale notturno, incominci a vedere che rientra nel bosco, lo individui e poi sparisce, l’immagine che esce da lì è quella del cervo e quando poi magari, quando il cielo è chiaro e le stelle sono sparite, ti accorgi che sopra di te vola un’aquila.
Ma prima hai sentito il brivido.

[Mario Rigoni Stern, tratto da Ritratti. Mario Rigoni Stern, un film di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, 1999. Per saperne di più cliccate qui. L’immagine è di un bellissimo acquarello di Nicola Magrin.]

Il meraviglioso Samivel

In questi giorni si ricordano i trent’anni dalla scomparsa di Samivel, pseudonimo di Paul Gayet-Tancrède, scrittore, regista, fotografo, esploratore, alpinista e, se posso dire soprattutto, uno dei più meravigliosi, raffinati, poetici, emozionanti illustratori delle montagne, i cui acquerelli ammiravo fin da piccolino su riviste e libri dedicati alle Alpi e all’alpinismo e mi affascinavano allora come oggi, non avendo perso nulla della loro bellezza e anzi accrescendola sempre di più, anche per il messaggio oltre modo prezioso che comunicano e che, appunto, diventa sempre più importante. Infatti Samivel fu anche un grande e appassionato difensore dell’ambiente naturale montano, riguardo il quale fin dalla metà del Novecento egli intuì i pericoli e i danni cagionati dall’eccessiva antropizzazione a fini turistici. Si oppose con forza a funivie, strade, installazioni in quota, denunciò già più di mezzo secolo fa che sulle Alpi era in corso una «catastrofe estetica», criticando gli «abili mercanti di montagna, che sanno parlare alla testa e alle tasche della gente», scrisse del «buon odore di gasolio portato dal vento» che regnerà sulle montagne se quei progetti fossero andati avanti, rivendicando per le montagne il «valore estetico, culturale e sociale».

A volte le sue battaglie, nelle quali sapeva coinvolgere molta parte dell’opinione pubblica – in primis francese – Samivel le vinse, altre volte no, ma è comunque diventato una figura imprescindibile dell’immaginario culturale alpino, molto amata, rispettata da tutti – incluso chi non la pensasse come lui – proprio anche per la mirabile bellezza che sapeva creare e offrire con i suoi disegni i quali sono diventati in molti casi il motivo migliore – senza bisogno di tante parole, dunque – per dimostrare la necessità della salvaguardia della Natura alpina. Alla sua morte, il 18 febbraio del 1992, il quotidiano “Le Monde” lo ricorderà come «disegnatore di picchi e di vette, cantore della montagna vergine e della natura inviolata, fustigatore degli inquinatori di tutti i tipi, inclusi gli sciatori che si fanno depositare in quota dagli elicotteri», anche così denotando quanto fosse capace di prevedere e comprendere certe pericolose devianze del turismo alpino. Sono passati trent’anni da quelle sue parole e ancora si sta cercando di difendere le Alpi dalla dissennata pratica dell’eliski… non serve dire altro.

Un bellissimo ricordo di Samivel lo trovate in questo articolo di “Montagna.tv (articolo quanto mai necessario, visto che in Italia Samivel non è così conosciuto: prova ne è che non abbia nemmeno una pagina su Wikipedia), dal quale ho tratto anche le citazioni che avete letto in questo mio post. Con l’augurio che la sua presenza, come la sua sublime arte, resti sempre a vegliare sulle montagne e sulla loro, e nostra, fondamentale bellezza.

(P.S.: le immagini della piccola galleria in testa al post sono tratte dal web. Se nel farlo avessi violato qualsivoglia diritto, sono ovviamente disponibile a rimuoverle.)

Le mucche

[Foto di Oliver Augustijn da Unsplash.]
Avete mai guardato una mucca negli occhi? E, se sì, cosa avete visto, cosa avete percepito nel suo sguardo? E avete mai pensato a cosa lei, la mucca, abbia visto nel vostro sguardo?

La mucca credo sia una delle creature che noi umani più sottovalutiamo in assoluto, in senso specista, eppure è tra quelle fondamentali per la nostra vita e per lo sviluppo della nostra civiltà – con “nostra” intendo di questa parte di mondo e in particolare dei territori di montagna o adiacenti a essi, come è l’intera Italia. La vediamo quieta e paciosa pascolare sugli alpeggi o nei prati di pianura, la sentiamo raramente muggire e praticamente mai reagire con apparente “animalità” come fanno altri, la guardiamo quasi sempre con sufficienza, come una bestia forse un po’ stupida, poco empatica, priva di emozioni o comunque incapace di manifestarle, buona soprattutto per fare da immancabile elemento scenografico ai paesaggi montani. Di contro, è uno degli animali che più abbiamo votato al nostro assoluto servizio: le abbiamo imposto il dovere di darci latte e carne e di contro l’abbiamo spesso imprigionata in allevamenti industriali spaventosi, in condizioni criminali, senza che mai si sia rivoltata contro i suoi carcerieri umani; al di là di tali brutture, storicamente è soprattutto grazie alla mucca se la zootecnia si è sviluppata dall’Alto Medioevo in poi fin nelle forme odierne, innanzi tutto nelle zone europee a ridosso dei monti, sviluppando poi tutta un’economia fondamentale per l’evoluzione dell’intera civiltà di cui siamo parte. È un animale, insomma, che abbiamo sempre guardato, e osserviamo tutt’ora, soprattutto attraverso la sua utilità a nostro vantaggio, quasi mai osservandola come un essere vivente tale quale a noi, come tutti gli altri nel mondo che viviamo e come i tanti verso cui riserviamo ben maggiori attenzioni e considerazioni.

Ma, ribadisco, provate a guardare una mucca negli occhi. Se lo fate, lei probabilmente ricambierà lo sguardo e vi osserverà fissamente; come voi verso di lei, ugualmente in quegli istanti cercherà di relazionarsi a voi, in un modo tanto elementare come quello offerto dagli occhi eppure potenzialmente intenso, profondo e “dialogante” come nessun altro senso forse può fare. E provate a immaginare, con quel suo sguardo, cosa vi stia chiedendo. Perché qualcosa ce lo chiede, io credo, e in fondo comprenderà essa stessa che noi umani siamo le creature del mondo che quotidianamente vive più importanti per lei, quelle con cui deve intrattenere la relazione principale. Di più: sono certo che non si fermi solo a questo il suo pensiero, che quel suo fare così docilmente “tonto” non sia affatto il segno di scarsa intelligenza ma forse il contrario, sia un modo di osservarci senza dare troppo nell’occhio e, chissà, nel frattempo per studiarci e capirci – e capire cosa ci facciamo realmente al mondo – come noi, che continuiamo a osservarle con sufficienza e un po’ di scherno pensando al formaggio, al cioccolato al latte e a profumate bistecche, non sappiamo invece fare. E dunque, se così fosse, chi sarebbe veramente l’animale, tra i due?

Per tutto ciò sono molto curioso di poter vedere, appena possibile, Cow, il film della regista inglese Andrea Arnold – apprezzatissimo dalla critica, il cui trailer vedete qui sopra – che, dice la presentazione, «esplora la vita di una mucca da latte, offrendoci la possibilità di osservare da vicino la sua realtà quotidiana e facendoci riflettere su quale grande servizio ci offra» nonché ci fa pensare proprio sulla nostra relazione con animali del genere, così importanti per noi, attraverso il loro punto di vista – sta qui la novità sostanziale del film in forza dell’animale in questione. Più in generale Cow ci costringe a riflettere sulla nostra relazione con l’intero ambiente naturale, verso il quale – altra drammatica supponenza nostra – ci sentiamo sempre così superiori e dominanti ma generando di continuo prove dell’insussistenza di una tale condizione.

Spero di vederlo presto, ripeto, così come di tornare a dialogare attraverso lo sguardo reciproco con qualche mucca, in giro per le montagne, e “scambiarci” qualcosa di sicuramente interessante, ecco.

Contro il malvivere della nostra società

Mai come oggi l’uomo che vive in Paesi industrializzati sente la mancanza di «natura» e la necessità di luoghi: montagne, pianure, fiumi, laghi, mari dove ritrovare serenità ed equilibrio; al punto che viene da pensare che la violenza, l’angoscia, il malvivere, l’apatia e la solitudine, siano da imputare in buona parte all’ambiente generato dalla nostra civiltà…Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore.

[Mario Rigoni SternUomini, boschi e api, Einaudi, Torino, 1999, nota dell’autore all’edizione tascabile, pag.VI; 1a ediz. 1980.]

Lo so, questo è una dei brani più citati in assoluto del grande scrittore di Asiago: ma perché lo è? E perché non è affatto ridondante riproporlo? Be’, dal mio punto di vista, perché le parole di Rigoni Stern sono di quelle che non solo col passare del tempo non perdono nulla del loro valore, ma anzi ne guadagnano continuamente, sembrando sempre più consone al presente che viviamo. Anche se sono di più di quarant’anni fa, già: e ciò dovrebbe farci ancor più riflettere su di esse.

N.B.: cliccando sull’immagine lì sopra potete leggere la personale “recensione” di Uomini, boschi e api.

 

«Quella che doveva essere la mia tomba»

Addì 2 maggio 1945, Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno. Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio. Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Era l’ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio. Prima dell’alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all’imboccatura della foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Udovisi, già sceso nella foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell’acqua della foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l’ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo più. Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni, poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba.

Testimonianza di Giovanni Radeticchio, nato a Sissano in Istria, (oggi Sisan, Croazia) prima esule in Italia e poi emigrato in Australia dove, consunto dai postumi delle ferite e delle contusioni degli organi interni nonché dagli stenti, nel 1970 morì per un attacco cardiaco. È il mio contributo al Giorno del Ricordo di quest’anno.

P.S.: per saperne di più sui massacri delle foibe, oltre al citato sito web lefoibe.it, cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’ottimo e completo articolo di Wikipedia sul tema.