Realizzare centrali fotovoltaiche in alta montagna: giusto o sbagliato?

In Svizzera stanno creando un certo dibattito le ipotesi di installare delle centrali fotovoltaiche in alta montagna, in particolare riguardo l’installazione di parchi solari anche su pascoli finora intonsi. I progetti in esame al momento sono due, entrambi nel canton Vallese, nel sud della Svizzera: uno sopra la frazione di Gondo, poco lontano da passo Sempione, l’altro, più grande, a Grengiols, nel nord. Secondo alcune ricerche, l’installazione di pannelli solari sulle cime delle Alpi svizzere potrebbe generare almeno 16 terawattora (TWh) di elettricità all’anno, pari a circa metà dell’energia solare che le autorità locali sperano di produrre annualmente entro il 2050. I soggetti che sostengono i progetti stimano che queste centrali sarebbero in grado di produrre il doppio dell’elettricità per metro quadro rispetto a un impianto delle stesse dimensioni in pianura. Di contro, vari gruppi ambientalisti hanno contestato la realizzazione degli impianti in programma, soprattutto ove sfruttino aree naturali in quota al momento non infrastrutturate: Maren Kern, direttrice di Mountain Wilderness Svizzera, ha dichiarato che «Riconosciamo il potenziale dell’energia solare, ma riteniamo che si debba sfruttare appieno quello degli edifici e delle infrastrutture già esistenti. Non vediamo la necessità di violare questi siti ancora vergini prima di aver attinto al potenziale di ciò che già c’è»; a tali parole fanno eco quelle della Franz Weber Foundation (associazione fondata dall’omonimo celebre ecologista svizzero nel 1975 per promuovere la protezione degli animali, della natura e del patrimonio), che ha definito il supporto della Confederazione ai parchi fotovoltaici alpini «irresponsabile», aggiungendo che la proposta dovrebbe essere oggetto di referendum.

Trovate un ottimo articolo di approfondimento sulla questione su “Swissinfo.ch” qui, dal quale ho tratto alcune delle informazioni che avete appena letto.

Dunque, che ne pensate voi al riguardo?

Personalmente, lo sfruttamento in tal senso di aree naturali a 2000 m e più di quota, a fronte dei vantaggi energetici a quanto pare effettivi tanto quanto dell’ancor scarso utilizzo di superfici potenzialmente utili come quelle dei tetti degli edifici esistenti, mi lascia alquanto perplesso, non fosse altro per il fatto che tali opere generano un paradosso evidente: una fonte di produzione energetica rinnovabile e ecosostenibile come quella solare diventa un elemento di deperimento e, forse, di “non rinnovabilità biologica” di uno spazio naturalmente ecologico come il pascolo alpino. Ciò senza contare l’impatto sul paesaggio, magari non così devastante ma comunque importante e inoltre privo di reciprocità come ad esempio accade per gli sbarramenti idroelettrici, a loro volta alquanto impattanti ma che in contropartita creano un elemento geografico vitale e di molteplice utilità come un lago. In generale, insomma, il timore è che il gioco non valga la candela, e che le variabili rischiose da considerare siano troppe e troppo sfuggenti da poter essere determinate preventivamente con certezza, anche se la produzione di energia solare in alta montagna è certamente una possibilità da esaminare ma seguendo altre strade – come l’installazione di pannelli fotovoltaici proprio sulle dighe, che già sta avvenendo in alcuni impianti: in Albigna, ad esempio.

Insomma, fatemi sapere il vostro pensiero, dato che, se effettivamente gli impianti previsti in Svizzera saranno realizzati, è pressoché certo che anche al di qua delle Alpi, cioè sul loro versante più solatio ergo più consono a tali progetti, qualcuno nei prossimi anni li proporrà. Meglio rifletterci sopra prima, no?

N.B.: le immagini (di rendering, per la cronaca) qui presenti sono tratte dal sito gondosolar.ch, che presenta uno dei progetti in questione.

Nel frattempo, in Valle Camonica…

[Tratto da sciaremag.com, 30/06/2022.]
EVVIVA! Stanziati altri tot milioni di Euro per nuovi impianti sciistici, per l’innevamento artificiale, per il turismo sciistico! Evitiamo lo spopolamento, sviluppiamo l’economia montana, aiutiamo i paesi delle valli alpine e i loro residenti! Salviamo le montagne, sììììììì!!!

[Tratto da “BresciaOggi”, 16 ottobre 2022.]
N.B.: si veda anche cosa scrivevo qui e anche qui, al riguardo.

Neve senza badare a spese

[Immagine tratta da questo articolo di Meteobook.it.]

Non possiamo fare energy management, se ci sono le condizioni di vento, temperatura e umidità diventa fondamentale produrre neve, senza badare alle spese: se si salta una serata ideale, poi si corre il rischio di dover aspettare una settimana e la preparazione delle piste richiede tempo. Abbiamo già provato quanto significa restare chiusi e non possiamo fermarci, altrimenti si blocca un’intera filiera.

Queste parole di Valeria Ghezzi, presidente dell’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari (ANEF) raccolte in questo articolo de “Il Dolomiti”, trovo che siano profondamente emblematiche riguardo la forma mentis imprenditoriale, ma pure culturale, che sta alla base dell’industria dello sci su pista contemporanea, ovvero del suo stato di sostanziale alienazione rispetto alla realtà dei fatti montani in essere e in divenire.

«Diventa fondamentale produrre neve, senza badare alle spese […] non possiamo fermarci.» Dunque, in parole povere: chi se ne importa dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale, della salvaguardia dell’ambiente naturale e delle sue risorse, dei costi energetici e di gestione dei comprensori e quindi dei prezzi degli skipass sempre più alti che riducono le presenze sulle piste… lo sci non si ferma e non bada a spese!

Tanto, aggiungo io, poi ci pensano le casse pubbliche cioè lo Stato con i nostri soldi a coprire i loro buchi di bilancio, così come ci penseranno i nostri torrenti ad alimentare i loro cannoni per la neve artificiale. Avremo meno servizi di base, nei paesi di montagna, meno ambulatori medici e meno acqua per campi e animali, ma che sarà mai a fronte di piste sempre ben innevate (se non farà troppo caldo)? Loro sì che non badano a spese, già, tanto chi ne farà le spese saranno le montagne e i loro abitanti.

Ecco: vi rendete conto a quale parossistico stato di disconnessione dalla realtà sia ormai giunto lo sci su pista?

Poi, certamente, l’idea espressa dalla presidente Anef la capisco, se la constato dal loro punto di vista, e posso pure comprendere il tentativo goffamente disperato di preservare la propria realtà da un cambiamento che loro stessi sanno essere (a meno che siano realmente degli squilibrati, ma non credo) pressoché inevitabile. D’altro canto quell’idea della presidente Anef mi sembra la stessa idea sostenuta e difesa dagli ufficiali del Titanic i quali, quando la nave imbarcando sempre più acqua dalle falle nello scafo stava inclinandosi sul fianco in modo ormai irreversibile, continuavano a ripetersi che «la nave è inaffondabile, dunque non ci fermiamo, andiamo avanti!»

Be’, come sia andata a finire con l’inaffondabile Titanic lo sapete tutti.

Il Sapiens in crisi

Lo si sa bene ormai che l’Homo Sapiens, autoproclamatosi tale in forza di non si sa bene quale pretesa superiorità e verso chi, ci metta invece un grande impegno a rendere del tutto ingiustificata e ingiustificabile quella altisonante definizione.

Prendete il momento storico attuale, ad esempio: è in corso una crisi climatica che va aggravandosi anno dopo anno e i cui effetti si fanno materialmente sempre più pesanti a livello globale e, nello specifico, sul continente europeo; una crisi riguardo la quale è sempre più indispensabile e urgente agire ma il Sapiens che fa, invece? Pensa bene di scatenare proprio in Europa una guerra che non solo provoca morti e distruzione ma genera un’emergenza energetica mai vista prima. Così, nell’estate più calda e siccitosa di sempre, per cercare di mitigare gli effetti di questa emergenza il Sapiens decide di attingere a fonti (il carbone, ad esempio) che non solo non la risolvono ma peggiorano inesorabilmente l’altra crisi, quella climatica. Ciò anche per non aver dato seguito, se non in minimissima parte, alle sue annose e pompose dichiarazioni sulla necessità di convertire il sistema alle energie alternative e rinnovabili – perché il Sapiens possiede pure una notevole capacità di proclamare intenzioni e volontà che poi quasi mai metterà in atto, a meno che non siano particolarmente deleterie (come quelle belliche, appunto).

Non solo: in alcune regioni del continente europeo abita un Sapiens che, se possibile, mette ancor più fervore nel perseguire l’impegno sopra evidenziato. In Italia, ad esempio, dove nell’estate appena trascorsa la carenza di risorse idriche si è fatta particolarmente grave ma il Sapiens locale, che nel frattempo ha preteso di organizzare i prossimi Giochi Olimpici invernali, finanzia a spron battuto innumerevoli impianti per la produzione di neve artificiale, per i quali serve una quantità immane di acqua che viene tolta alle scorte naturali – e non solo a quelle stagionali – destinate ai suoi simili.

Nel frattempo la crisi energetica si aggrava sempre più e dunque il Sapiens si organizza per razionare usi e consumi dell’energia, con tagli alle forniture e diminuzione delle temperature dei riscaldamenti domestici, dichiarando al riguardo di «sperare l’inverno non sia tanto freddo» (dichiarazione udita dallo scrivente alla radio qualche giorno fa da parte di un Sapiens politico – e non l’unica di questo genere intercettata, peraltro). Sperare che d’inverno non faccia freddo, già. Ma se non dovesse fare freddo sarebbe l’ennesimo segnale di un ulteriore peggioramento della crisi climatica, il che significherebbe che, a fronte del risparmio di una minima parte di risorse energetiche e di un po’ di soldi al riguardo, si manifesterebbe un probabile ulteriore aggravamento delle conseguenze del riscaldamento globale, sicuramente di portata ben più ampia e peggiore di quelle derivanti dall’emergenza energetica e che peraltro finirebbe per aggravare pure questa – come d’altro canto la storia recente ormai insegna. In parole povere il Sapiens, per tentare di salvarsi da un problema di una certa gravità, auspica a se stesso di subire un problema ancora più grave e pressoché irrisolvibile. Si sta scavando la fossa sotto i propri piedi ma, per non rovinare la pala, usa le sue stesse mani.

Ecco. Questa è la situazione del Sapiens contemporaneo, già.

P.S.: per giunta, se d’inverno non facesse freddo come certi Sapiens auspicano, la neve artificiale prodotta sottraendo risorse idriche ai territori pur in presenza di una grave siccità finirebbe per sciogliersi rapidamente, sprecando l’acqua, l’energia impiegata e ovviamente i soldi pubblici investiti al riguardo dai quegli stessi Sapiens. Autoproclamati tali, è bene rimarcarlo.

Lo sci in “utile” di Cervinia

In un recente articolo pubblicato su gognablog.sherpa-gate.com, viene commentata (oltre ad altre cose) la notizia che «la Cervino Spa, società di gestione del comprensorio sciistico di Cervinia, comunica di aver appena chiuso il suo bilancio 2022 con il miglior utile della sua storia», osservando dunque che «Chi approfittasse della penuria di neve per gioire della possibile chiusura di molti impianti invernali sarebbe meglio rivedesse le sue posizioni. La realtà supera sempre le nostre ipotesi e l’ottimismo che scaturisce da questo genere di conti economici è la molla più pericolosa per l’ambiente intatto che fa gola agli insensibili». In altre parole, l’ottimo risultato economico conseguito dal comprensorio di Cervinia potrebbe far rialzare la cresta a quelli che sostengono a spada tratta la monocultura dello sci (e quindi i finanziamenti pubblici relativi) come unica forma di economia possibile per lo “sviluppo” delle montagne pur a fronte della realtà climatica e sociale che già ora e ancor più in futuro dovremo affrontare.

Ciò è sicuramente possibile, non fosse altro per quella particolare forma di analfabetismo funzionale che sembra guidare in questi anni gli atti dei promotori dell’industria turistica dello sci. D’altro canto, personalmente leggo la questione da un punto di vista “parallelo”, per così dire, considerando al contempo i bilanci ben più disastrati di molte altre stazioni sciistiche. Il risultato economico di Cervinia, infatti, non è che un’immagine di ciò che in futuro diventerà lo sci: un’attività turistica che si potrà svolgere solamente oltre i 2000 m di quota ovvero dove le condizioni climatiche e ambientali, pur in cambiamento, potranno ancora garantire un apporto di neve e delle temperature sufficienti all’apertura delle piste. Non credo sia un caso, insomma, che un comprensorio che si sviluppa per gran parte sopra i 2500 m come quello di Cervinia stia “guadagnando” (virgolette necessarie): se altrove, a quote più basse, nevica poco o peggio piove e anche quando nevica non fa più così freddo per mantenere aperte le piste (rendendo obbligatorio l’innevamento artificiale con costi che inesorabilmente finiscono per mandare in rosso i bilanci), a Cervinia tale problematica al momento si manifesta in modo mitigato, concedendo dunque alla località un’attrattiva inevitabilmente maggiore rispetto alle stazioni concorrenti.

Il successo di Cervinia, dunque, appare come un ulteriore sprone alla necessaria evoluzione del turismo sciistico sui monti, che dovrà gioco forza adattarsi alla realtà corrente e concentrarsi su quelle stazioni le cui quote potranno garantire una stagione sufficientemente lunga per sostenere i costi di esercizio senza restare troppo in balìa delle condizioni climatiche. Il che assume pure l’aspetto di una strategia “automatica” e inevitabile per lo sci del futuro: prosecuzione (sostenibile, ovvio, e senza ampliamenti delle superfici sciabili) dell’attività dei comprensori sciistici posti oltre i 2000 m, cioè oltre il limite altitudinale che numerosi studi scientifici indicano come quello oltre il quale ancora la neve cadrà in modo relativamente regolare, e conseguente dismissione di tutte quelle stazioni la cui realtà ambientale non consente più la pratica dello sci su pista senza che questa diventi un danno per il territorio e una perdita sostanziale per le casse pubbliche, con messa in atto di nuove strategie turistiche finalmente consone ai luoghi e alle loro attuali e future peculiarità – e ce ne sono a iosa, di progettualità turistiche innovative e al passo con i tempi da poter realizzare sulle montagne italiane! D’altronde chi lo dice che senza lo sci la montagna muore? Solo chi con lo sci pretende ancora di ricavarci un proprio tornaconto e per ciò osteggia qualsiasi cambiamento. Una posizione così di parte e di visione limitata da apparire francamente inattendibile e insostenibile.

Posto tutto ciò – inutile rimarcarlo ma forse bisogna farlo comunque -, non può essere in nessun modo tralasciata l’imprescindibile sostenibilità della gestione turistico-sciistica dei territori montani, sia dal punto di visto ecologico, dunque ambientale e paesaggistico, che economico, quindi sociale e politico. E se a determinare la nuova prossima realtà geografica dello sci ci penseranno i cambiamenti climatici, temo che per la sostenibilità generale dell’industria dello sci ci sia bisogno di cambiamenti culturali che al momento non sembrano ancora così prossimi, già.