Una cosa forse troppo difficile, per il Sapiens

L’imperitura e invariabile costanza che noi Sapiens (per semplicità comprensiva uso il termine al plurale, anche se so che è un errore) mettiamo nel cercare di ricondurre e interpretare ogni cosa che esiste al mondo intorno a noi, animata o no, a una visione rigidamente antropica quando non antropocentrica, seppur per alcuni versi è qualcosa di comprensibile temo che per tutti gli altri versi sia la riprova di come la cultura che anima la civiltà umana sia tanto funzionale ai suoi interessi evolutivi – e fin qui ci sta – quanto disfunzionale ai bisogni di tutto quello che vi sta intorno ovvero al mondo e a ciò che contiene, animato o no. In altri termini, è il principio di fondo in base al quale e sempre più nel tempo noi Sapiens siamo diventati disarmonici rispetto alla sfera vitale nella quale stiamo, disconnessi da essa, decontestuali, per molti aspetti antitetici al suo ordine naturale, nonché uno dei motivi per i quali siamo incapaci di comprenderne la realtà.

D’altro canto, come possiamo pretendere di capire il mondo che umanizziamo, antropomorfizziamo, che pensiamo in grado di esistere solo se sottoposto alle leggi e alle regole (o alle fregole) con le quali abbiamo organizzato la nostra civiltà, se a ben vedere – historia docetnon siamo nemmeno in grado di capire noi stessi e i nostri comportamenti? E di conseguenza come possiamo pensare di salvaguardare il mondo in cui viviamo se formalmente diciamo di volerlo fare ma sostanzialmente miriamo sempre e solo a salvaguardare noi stessi? Ma, appunto: sul serio pensiamo di saper salvaguardare noi stessi quando facciamo di tutto per rovinarci vicendevolmente?

Siamo in un cul-de-sac, chiaramente. Dal quale possiamo uscire solo nel momento in cui sappiamo – sapremo – riconnetterci e riarmonizzarci con tutto quanto abbiamo intorno riuscendo a comprenderne la realtà effettiva e peculiare. Che in parole povere si può riassumere con: ne usciremo quando ci toglieremo di mezzo dal centro del mondo nel quale ci siamo prepotentemente piazzati e dal quale sprezzanti di tutto non vogliamo spostarci. Senza per ciò metterci un passo indietro da ogni altra cosa dopo che abbiamo voluto stare per troppo tempo svariati passi avanti, ma ben più semplicemente e equamente, mettendoci a fianco di ogni altra cosa, di ogni altra creatura, entità, elemento, camminando nel tempo lungo vie diverse l’una dall’altra ma che puntano tutte nella stessa direzione, verso una medesima meta.

Ecco.

Troppo difficile, dite?

Uhm… Forse sì, troppo difficile per noi “Sapiens”. Già.

Noi, spettatori della catastrofe

[Foto di Matt Palmer da Unsplash.]

E adesso gli scienziati stanno delineando nuovi scenari orrorifici sulle conseguenze di un aumento dai tre ai cinque gradi della temperatura globale. La Terra ha abbandonato i ritmi della geologia e sta cambiando a ritmi antropologici, eppure le nostre reazioni si misurano ancora su scala geologica. Si organizzano convegni per decidere la sede del prossimo convegno. Forse questo aumento della temperatura implica dei cambiamenti troppo lenti per creare allarme, se paragonato all’esplosione di una bomba atomica e alla sua onda d’urto. Così ce ne stiamo qui tranquilli a guardare il lento avanzare della catastrofe. «Estate climatica›› ha un impatto ben diverso da quello di «inverno nucleare». Brucerà qualche bosco in più, farà un po’ più caldo qua e là e per qualche tempo staremo perfino meglio, finché di colpo un’inondazione millenaria si rovescerà nel mare innalzandone ancora il livello, mentre lentamente i deserti si espanderanno e gli uragani cresceranno d’intensità. E intanto, che questa o quella specie animale si estingua cesserà di fare notizia.

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pag.131. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

Nel frattempo, in Alta Valtellina…

Ah, gente proprio fortunata quella dell’alta Valtellina!
Clima impazzito o no, grazie alle Olimpiadi loro la neve per sciare sulle piste ce l’avranno «sicura».

Be’, certo, sempre che non soffrano di qualche malanno fisico

O forse che i moderni cannoni sparaneve posseggano anche qualità sanitarie e terapeutiche? 🤔

Nel frattempo, sulle montagne bergamasche…

…ovvero, nelle immagini: sopra, al Monte Pora (Val Seriana), immagine di metà agosto scorso; sotto a Piazzatorre, (Val Brembana), articolo del 31 agosto.

Evidentemente, a pochi km di distanza, da una parte c’è pochissima acqua da utilizzare e dall’altra ce n’è tantissima da sfruttare. Che cosa strana, vero?

Per la cronaca, anche sul Monte Pora esistono bacini idrici di alimentazione (vedi sopra, immagine del 3 settembre) degli impianti di innevamento artificiale del comprensorio sciistico presente. Con quota massima appena superiore a 1800 m., già.

P.S.: cari consueti criticoni, so bene che carenza stagionale di acqua e alimentazione dei bacini per la neve artificiale non sono cose direttamente correlate, ma senza alcun dubbio sono aspetti conseguenti di un’unica questione che negli ultimi mesi si è presentata come problematica e lo potrebbe diventare sempre di più, negli anni futuri. Dissociarli, come qualcuno pretende funzionalmente di fare, è una cosa tanto infondata quanto pericolosa, per le montagne in questione innanzi tutto.

Il paradossale rapporto odierno tra l’uomo e la Natura

[Quando a fine Ottocento si pensava di poter arrivare in treno fino in vetta al Cervino… Immagine tratta dal sito web del Club Alpino Svizzero.]
Si può identificare una sorta di particolare paradosso – se così lo si può definire – nella relazione tra l’uomo e l’ambiente naturale per come si è sviluppata in maniera crescente nell’era moderna, ovvero dall’industrializzazione in poi e fino ai giorni nostri.

Il paradosso è il seguente: fino a un certo punto l’uomo ha pensato che, con la tecnologia sviluppata grazie al galoppante progresso industriale, avrebbe potuto dominare in maniera concreta e (quasi) assoluta la Natura, soggiogandola ai propri bisogni come mai prima aveva potuto. Lo ha fatto, per certi versi, realizzando spesso opere notevoli e impressionanti ma, tutto sommato, in un modo francamente risibile rispetto alla presenza e alla potenza naturale con le quali si è rapportato. Anzi, a pensarci bene la sua sfida si è rivelata una bella illusione e un frequente sostanziale fallimento, con eccezioni assai rare che col senno di poi non possono certo giustificare qualsivoglia pretesa di “dominazione di successo” sulla Natura come l’uomo credeva e pretendeva in origine, quando pensava di poter giungere ovunque coi propri mezzi di trasporto (vedi l’immagine lì sopra), di colonizzare e costruire città in qualsiasi territorio, anche il più ostico, di controllare i fenomeni meteorologici e i cicli biologici adattandoli alle proprie esigenze, di poter sfruttare e industrializzare le risorse naturali a proprio piacimento e senza limite alcuno, né materiale e nemmeno morale… Be’, invece ecco che la Natura domina ancora e praticamente come secoli fa sulla civiltà umana e la sua tecnologia: basta un nubifragio in un territorio antropizzato/urbanizzato con modalità molto tecnologiche ma poco ecologiche, cioè tramite una forma mentis spadroneggiante e non conciliante, e la suddetta evidenza diventa palese, inutile rimarcarlo. Senza contare che se l’umanità s’è messa da sola nelle grane, climaticamente e non solo, in forza della propria impronta antropica sul pianeta e delle relative conseguenze, la Natura sa e saprà rinnovarsi sempre e come mai l’uomo riuscirà a fare, anche in condizioni che per il cosiddetto Sapiens risulterebbero consone a una potenziale estinzione del suo genere.

Oggi l’uomo contemporaneo, dotato d’una tecnologia ovviamente ben più avanzata che nel passato che parimenti lo potrebbe rendere più dominante d’un tempo, ha piuttosto l’opportunità di rimettersi in equilibrio con la comunque insuperabile dominanza dell’ambiente naturale, di (ri)armonizzarsi meglio che una volta con le sue potenti manifestazioni fenomeniche. Il vero successo odierno del progresso umano sarebbe proprio quello di adattarsi alla Natura senza più pensare di poterla soggiogare, tanto più che l’ambiente naturale di oggi presenta varie criticità ecologiche e climatiche che un tempo non c’erano, o non erano così evidenti, e verso le quali è evidente l’impreparazione umana sia tecnologica che culturale, almeno al momento. Invece, paradossalmente (appunto), l’uomo contemporaneo crede ancora di poter dominare la Natura, di poter vincere sui suoi fenomeni climatici, di poterne ignorare le manifestazioni e gli effetti come se nulla potessero, essi, contro la tecnologia umana, quando invece è del tutto palese che accade il contrario – e sarà ancor più palese, tale realtà, nei prossimi anni.

Se è progredito tecnologicamente, l’uomo, non altrettanto ha saputo fare culturalmente e intellettualmente, almeno in questo ambito. O forse sì, lo avrebbe saputo fare, lo ha fatto, ma non se ne rende conto e, nonostante il suddetto progresso, nei confronti del mondo naturale continua sostanzialmente a ragionare come faceva due o più secoli fa – paradossalmente, ribadisco – convinto di saper sfidare e poter vincere sulla Natura piuttosto di trovare con essa il più proficuo (per l’umanità in primis) e vitale equilibrio. E le conseguenze di questo regresso che l’uomo riesce assurdamente a coltivare nel suo “progresso” le stiamo già vedendo e le vedremo sempre più, nel futuro.