“Il miracolo delle dighe” su “Fatti di Montagna” (e non solo)

Fatti di Montagna” ha dedicato una sorta di breve ma approfondito reportage “multimediale” – dacché in forma scritta e in audio con podcast – al mio libro Il miracolo delle dighe, che peraltro farà parte del prossimo numero della rivista “Dislivelli.eu”, pubblicata e curata dall’omonima prestigiosa associazione, il quale sarà dedicato al tema dell’acqua. L’articolo è già presente nel blog di Dislivelli, qui.

Devo ringraziare in maniera parimenti molteplice Luca Serenthà, ideatore e curatore di “Fatti di Montagna” con il quale già ho avuto l’onore e il piacere di collaborare per altre iniziative montane, che intorno ai temi del libro mi ha coinvolto in un bel dialogo con il quale abbiamo toccato diversi aspetti, tutti quanti variamente importanti per la montagna sia in senso storico, sia in considerazione della realtà attuale dei territori montani e, ancor più, sia per il futuro che verrà. Nel quale anche l’acqua imbrigliata in alta quota nei bacini delle dighe potrebbero giocare un ruolo fondamentale in relazione al paesaggio montano e al vivere umano in esso: pure attraverso modalità per così dire inopinate, che nel libro ho cercato di raccontare.

Cliccate sull’immagine lì sopra per aprire la pagina di “Fatti di Montagna” dedicata a Il miracolo delle dighe e leggere/ascoltare i contenuti; cliccate invece qui per sapere ogni cosa utile sul libro.

“Il miracolo delle dighe” su “LeccoToday”

Ringrazio di cuore la redazione – e in particolar modo Matteo Filacchione – di “LeccoToday” per l’ampio e completo articolo dedicato al mio ultimo libro Il miracolo delle dighe pubblicato ieri, 14 giugno. È veramente un onore vedersi dedicati tanto spazio e attenzione – lo dico senza falsa modestia: mi auguro che il libro se li meriti effettivamente e che la sua lettura possa lasciarvi qualcosa di interessante da conoscere e su cui meditare – o anche solo che vi lasci la voglia di scoprire sempre di più quanta bellezza, nel senso più ampio e emblematico del termine, è custodita tra le nostre montagne.

Per leggere l’articolo di “LeccoToday” cliccate sull’immagine in testa a questo post, mentre per saperne di più sul libro – che è ovviamente acquistabile in qualsiasi libreria e nei bookshop on line – cliccate qui.

Fedaia, diga “emblematica”

La diga del lago di Fedaia, col suo andamento serpeggiante determinato dalla morfologia del terreno sul quale poggia, se osservata dal versante Nord della Marmolada ai cui piedi si sviluppa il bacino artificiale, ricorda le fattezze di un sinuoso ed elegante ponte sotto il quale per qualche motivo l’acqua resti bloccata, donando effettivamente una sensazione di “leggerezza” che rende merito alla nomenclatura tecnica di tali sbarramenti, detti appunto “a gravità alleggerita”. D’altro canto, quella di Fedaia è una diga affascinante in primis per il paesaggio che la circonda, tra i più “potenti” delle Dolomiti, nel quale si inserisce intessendovi a suo modo un dialogo particolare con il quale partecipa all’elaborazione geografica e estetica di esso assumendo connotazioni particolarmente referenziali per la sua identità culturale. Si potrebbe immaginare l’ampia sella del Passo di Fedaia senza più il lago, dunque senza la presenza della diga, rispetto al territorio d’intorno? Mi viene da pensare di no, ed è anche questo una sorta di “miracolo”, uno dei tanti attraverso i quali le dighe si manifestano nelle Alpi la cui realtà, e il senso che ne deriva, ho provato a raccontare nel mio ultimo libro Il miracolo delle dighe.

Ad esso e alla diga di Fedaia, della quale nel libro scrivo, è dedicato l’omaggio fotografico sopra pubblicato di Massimiliano Abboretti, che ringrazio veramente di cuore, il cui suggestivo e affascinante sguardo – sovente in bianconero – sulle montagne, le Dolomiti in particolar modo, ha saputo perfettamente relazionarsi ai contenuti del mio libro e alla narrazione che ho voluto offrire tra le sue pagine.

Per saperne di più sul libro, cliccate sull’immagine qui sotto:

Un omaggio miracoloso a “Il miracolo delle dighe”

Il miracolo delle dighe ha ricevuto un altro prezioso omaggio da un altrettanto prezioso amico e straordinario fotografo, di quelli le cui immagini delle montagne ritratte, quando le si ammira, si ha la vivida sensazione che siano raffigurazioni speciali di un mondo alpestre onirico, di una visione, di un’idea spirituale che solo i più profondi appassionati di montagna sanno pensare ma che in quelle immagini diventa inopinatamente reale e tangibile pur restando “ideale”, suscitando così ulteriori vagabondaggi onirici montani che inevitabilmente diventeranno a loro volta esplorazioni reali e al contempo spirituali, su per i monti.

Insomma, è Alberto Bregani, e probabilmente le mie suggestioni sopra scritte non servono a presentare il personaggio: fotografo di grande fama, scrittore, comunicatore per professione, compositore e pianista per hobby, accademico del GISM – Gruppo Italiano Scrittori di Montagna nonché (dote che me lo rende ancora più sodale) ex discesista ad alto livello nello sci alpino.

Così ha scritto per accompagnare l’immagine che vedete lì sopra (fateci clic per ingrandirla):

Il mio omaggio fotografico all’amico di montagne Luca Rota e al suo nuovo libro “Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” appena pubblicato per Fusta Editore, che mi arriverà a giorni. E che sarò felice di leggere.
La piccola diga di Campo Moro (Lanzada, SO) con a fianco il Rifugio Zoia e i suoi scuri rossi, nel mio contesto preferito: l’autunno. Un luogo al quale sono molto legato perché attraversata più e più volte nel corso della mia infanzia e adolescenza per seguire i passi di mio padre verso il Rifugio Carate, la “Marinelli”, la “Marco e Rosa”, e poi ancora verso le più alte montagne della Valmalenco. Sullo sfondo i piani dell’Alpe Palù e, dentro al cielo, il magnifico Monte Disgrazia (3.678 m).

Luoghi ai quali anch’io sono molto legato, frequentandoli – anzi, vagabondandoli da sempre – cosa, che con tutto il resto, rende l’omaggio di Alberto ancora più prezioso e emozionante. Grazie di cuore a lui, alla sua arte fotografica e a tutto quello che di ispirante sa offrire a quelli che come me salgono con gran passione sui monti per scendere sempre più nel profondo della loro anima.

C’era una volta Sankt Moritz

Sulla pagina Facebook del meraviglioso scrigno di tesori documentali e visivi che è l’Archivio Culturale dell’Alta Engadina (Kulturarchiv Oberengadin/Archiv culturel d’Engiadin’Ota), vera e propria macchina del tempo che permette di viaggiare nella cronistoria di uno dei territori fondamentali delle Alpi (e del quale vi avevo già scritto qui con similari toni enfatici, ma non riesco a trattenermi!), è stata pubblicata una nuova serie di eccezionali foto storiche del villaggio di Sankt Moritz, della quale lì sopra vi offro un minimo assaggio (cliccate sulle immagini per ingrandirle); la potete gustare integralmente qui.

Nel commento alle immagini sono indicate come risalenti ai primi del Novecento; io credo che si possano datare tra il 1910 e il 1920, per come in alcune si veda la stazione ferroviaria di Sankt Moritz già dotata di elettrificazione, che sia sulla linea per Thusis che su quella per Tirano fu completata in quegli anni, oppure, in un’altra immagine, l’Hotel s-Chantarella con la sua funicolare, inaugurata nel 1912. Mostrano un villaggio turisticamente già piuttosto infrastrutturato, con alcuni dei suoi attuali grandi alberghi, vie con illuminazione pubblica e tranvia elettrica, campi da tennis e molte ville signorili, ma non ancora troppo urbanizzato al punto da rendere evanescente la sua origine rurale e povera, come nella Sankt Moritz odierna certamente fascinosa ma eccessivamente cementificata. In ogni caso già una bella evoluzione per l’abitato engadinese, considerando i tempi, le possibilità tecnologiche dell’epoca e che il vero e proprio turismo in loco nasce “solo” 50 anni prima, suppergiù: dal 1858 l’Hôtel Engadiner Kulm di Johannes Badrutt diventa uno degli alberghi più rinomati delle Alpi – al quale peraltro molti riconoscono anche l’“invenzione” del turismo invernale; oggi il Badrutt’s Palace è tra gli hotel di montagna più lussuosi al mondo ed è ben riconoscibile nelle foto del Kulturarchiv Oberengadin, pressoché immutato nel secolo trascorso da allora.

Mi auguro che queste immagini vi suscitino la curiosità e l’interesse di esplorare l’eccezionale patrimonio documentale custodito dall’Archivio Culturale dell’Alta Engadina nel quale, statene sicuri, c’è veramente da sbizzarrirsi e ancor più da emozionarsi ma dove si possono anche trovare alcune chiavi di lettura estremamente significative per comprendere meglio l’evoluzione antropica, in senso turistico e non solo, del territorio alto-engadinese e dei tanti altri similari sparsi sulle Alpi. Da visitare assolutamente.