Povere creature che potreste vivere tanto felici soltanto a modo vostro e che invece dovete ballare al suono della musica di questi pedagoghi di orsi e produrvi in capriole artistiche che non vi verrebbe mai in mente di fare! E non vi ribellate mai, sebbene vi si intenda sempre in modo diverso da come vorreste voi. No, voi ripetete sempre meccanicamente a voi stessi la domanda che avete sentito porre: “A che cosa sono chiamato? Che cosa devo fare?”. Basta che vi poniate queste domante e vi farete dire e ordinare ciò che dovete fare, vi farete prescrivere la vostra vocazione oppure ve la ordinerete ed imporrete voi stessi secondo le direttive dello spirito. Ciò comporta, per quel che riguarda la volontà, questo atteggiamento: io voglio ciò che devo.
L’Unico di Stirner è uno dei quei rari libri così disturbanti, da leggere, che a non leggerli si resta inconsciamente e inevitabilmente disturbati. Per questo ancora oggi a suo carico vengono mosse dall’opinione pubblica, nel caso in cui se ne discuta, così tante accuse: perché probabilmente non è stato letto. Altrimenti di accuse ce ne sarebbero comunque, ma rivolte nella direzione opposta.
Per lo stesso motivo, quando mi chiedono quali siano stati i libri più importanti per me e la mia visione del mondo e della vita, L’Unico non manca mai. Di un sano e pur aspro disturbo culturale c’è sempre bisogno, già.
Qualche politicante sloganista, di quelli che vanno tanto “di moda” oggi, ogni tanto vaneggia di una possibile uscita dell’Italia dalla UE, sostenendo che restando nell’Europa unita il paese avrebbe più svantaggi che vantaggi.
Semmai, il politicante suddetto e tutti i suoi simili (sovente travestiti da “avversari”) farebbero bene a chiedersi se non debba essere l’Europa unita a valutare se sia il caso di avere con sé un paese talmente in decomposizione. Decomposizione istituzionale, politica, socio-economica, culturale, morale, psicologica. E dotato di un’aria ormai tanto cattiva o “incattivita”, per giunta, di nome, d’animo e pure di fatto.
Io non credo che convenga, all’Europa. Ma auspico di sbagliarmi, per il bene futuro del paese* – sempre che il paese un “futuro” lo voglia, sia in grado di costruirlo e lo meriti, ovviamente.
*: dal quale io ormai mi sono totalmente dissociato se non per mera anagrafica, ci tengo a dirlo.
Comunque, vorrei denotare che è pur comprensibile ma perfettamente inutile dare dei “fascisti” a chi di tale epiteto si vanta e se ne inorgoglisce o inneggia a dittatori sconfitti e seppelliti dalla storia e dal tempo, esattamente come era inutile dare dei “comunisti” a chi un tempo avrebbe voluto vedere l’Armata Rossa gironzolare per le italiche vie o credeva Stalin un liberatore dei popoli oppressi. Peraltro gli italiani hanno la memoria cortissima o nulla e non sanno fare – non hanno mai saputo fare – i conti con la storia, la propria in primis: anche per questo la contrapposizione destra/sinistra, per entrambe le parti post-ideologicizzatasi e totalmente deculturata, si è incastrata su un contraddittorio spaventosamente infantile e stupido, grazie alla cui nullità gli estremismi più biechi possono urlare sguaiatamente senza che nessuno sappia più zittirli.
Per cui, quelli che da una parte o dall’altra – alternativamente preponderanti, in Italia – calpestano la legge, la politica (quella vera), la democrazia (quella vera), il senso civico, la cultura, l’onestà intellettuale, l’intelligenza, la dignità, il futuro del paese e dei suoi abitanti (con buona pace di quelli sodali con i suddetti), li si chiamino frequentemente con termini ben più consoni e obiettivi: mal-viventi, ad esempio. Perché, letteralmente, vivono male essi per primi, così in balìa delle proprie devianze psicomentali, e di conseguenza fanno vivere male tutti gli altri; perché rendono il vivere qualcosa di attinente al male, quando dovrebbe sempre essere il contrario; perché, come da definizione, vivono al di là, ovvero fregandosene, delle leggi civili e ancor più morali, di contro pretendendo spesso di imporre loro morali ritenute indiscutibili ma in realtà totalmente distorte e degradanti; e perché, ultimo ma non ultimo, si comportano spesso da malviventi nel senso più diffuso del termine ovvero agevolano la malvivenza di altri innescando processi di “influenza” reciproca.
Ecco.
(Cartolina del 1914 raffigurante gli allora 24 cantoni svizzeri con le rispettive bandiere.)
Oggi, 1 agosto, è la Festa Nazionale Svizzera, che celebra la nascita della Confederazione con il patto tra i cosiddetti “cantoni primitivi” nel 1291 sul prato del Grütli.
Onoro tale ricorrenza di un paese al quale sono molto legato con il seguente brano tratto dal mio Lucerna. Il cuore della Svizzera, un libro che è servito anche per mettere nero su bianco proprio il senso di quel legame personale, traendone una narrazione in fondo “super-geografica” e, dunque, condivisibile da chiunque rispetto a qualsiasi altro luogo importante.
Ma, oggi, è giornata di celebrazioni, dunque…:
La Svizzera è un miracolo, un prodigio, o un fenomenale numero di prestigiazione.
Uno staterello piccolo piccolo capace di fare la voce grossa come e più che tante stimate superpotenze, un Davide minuto ma assai scaltro e lungimirante che, a forza di sollevare pietre e trasportare tronchi e chissà, fors’anche grazie a qualche anabolizzante, s’è fatto capace di tirare a tanti nerboruti Golia sonore e dolorose mazzate. Ovvero, un branco di rudi montanari che, nonostante l’orizzonte limitato dalle alte e arcigne vette alpine, hanno saputo sviluppare in modo sorprendente la capacità di vedere lontano, e di trarre dal loro sostanziale nulla praticamente tutto, e anche di più. Tenendoselo poi ben stretto.
La Svizzera è la fortezza di un possente esercito, armato fino al collo di armi all’apparenza invisibili e tuttavia intuibili, se la si gira con occhio curioso. Non attacca nessuno, ma non permette a nessuno di attaccarla, fortunata nell’avere per molta parte del suo perimetro possenti mura alpine, bastioni glaciali e altissime torri di roccia a difesa. Mette in guardia anche chi vi si avvicinasse venendo in pace o issando bandiera bianca; e se pure acconsente ad aprire una delle sue porte, quasi sempre non toglie il mirino dal potenziale bersaglio. Accogliente ma diffidente, cordiale e guardinga, affabile eppure altezzosa, e l’une cose reciprocamente scaturenti dalle altre. Protegge chi e cosa può proteggerla, disdegna chi o cosa potrebbe nuocerle, anche indirettamente. Cosmopolita e filantropica per propensione, autarchica e patriottarda per convenienza. Comunque rigorosa, nel bene e nel male. La Svizzera è una specie di aspirapolvere. A volte dolce, a volte violento. Attrae verso di sé e in sé, ma lascia che ben poco ne possa fuoriuscire – di propria spontanea iniziativa, intendo.
Ha attratto aristocratici in cerca di placido sollazzo o di eroismi alpinistici, e artisti e letterati sovente innovativi – o eccentrici – tanto da venir considerati sovversivi nei paesi d’origine, ai quali ha regalato insperate libertà. Attrasse poveri emigranti in cerca di lavoro, e spesso fece far loro i lavori più umili e umilianti; ne aspirò energie e vitalità, ma consentì anche a chi resistette dal vedersi come un misero servo di quart’ordine e ai suoi figli di fare fortuna, a volte assai grande.
Attirò (e attrae) denari, ori, tesori e capitali. Attrae geniali, ricchissimi industriali e scaltri, tenebrosi faccendieri. Attrae VIP e celebrità nelle sue lussuose località sciistiche, e nel contempo piccoli borghesucci di periferia smaniosi di sentirsi, per qualche ora, nella stessa dimensione dei primi. A tutti quanti la Svizzera aspira una proporzionale quota di denaro, trasformato in consumismo quasi sempre superfluo ma molto spesso di qualità, più che, ad esempio, a Roma, Parigi o New York. Il suo esperimento nazionale di egualitarismo sociale diviene di stampo capitalista, a livello internazionale; non sfugge alle regole spesso fosche e bieche che il capitalismo impone, ma almeno le rende morali, se così si può dire, e fruttuose. La Svizzera si offre al forestiero che la può compensare, non ad altri.
Ma se di società si deve parlare, non si può allora ignorare che la Svizzera adotta un sistema di democrazia diretta sostanzialmente unico al mondo. In nessun altro stato il cittadino ha così peso sulla gestione della cosa pubblica come nella Confederazione. Politicamente, la Svizzera è un paradiso. Anche fiscale, già, ma pur sempre paradiso.
La Svizzera è cioccolato, formaggio coi buchi, orologi, mucche pezzate con campanacci sonanti, vette innevate, laghi e cascate, edelweiss, corni alpini, coltelli multilama, Guglielmo Tell e Heidi. È, pure lei, luoghi comuni a gogò, come ogni altro posto del mondo, Italia in primis. Solo che la Svizzera molti dei suoi luoghi comuni li ha resi remunerante virtù, l’Italia invece li ha resi il più delle volte difetto cronico.
La Svizzera è bellissima, ed è perfettamente cosciente di quanto lo sia. Per ciò, come una osannata e ossequiata star dello spettacolo, si concede all’ammirazione planetaria e tuttavia mal tollera chi ne possa anche poco oscurare il fascino. L’Europa intorno la adula, la corteggia, lei le occhieggia, la alletta ma mai le si concede veramente; l’Europa a volte si irrita per tale comportamento, finge di poter corteggiare altre ma sanno bene, entrambe, che altre non vi sono, così. E maliarda se ne approfitta, la Svizzera, avvenente donna di mondo che mai abbandona il proprio prezioso boudoir verso il quale il resto del pianeta guarda e giunge, sedotto anche di più.
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Risulta estremamente interessante e assai emblematico questo articolo di Dailybest, dal quale si evince che la maggior parte degli italiani, che in queste ore invoca a destra e a manca impeachment presidenziali, in verità ha grossi problemi nello scrivere correttamente il termineimpeachment, al punto da far supporre che pure in quanto a significato di esso, e in tema di relativo valore giuridico, ne sappia ancora meno. Sempre che non intenda invocare, per l’attuale Presidente della Repubblica Italiana, una patologia legata ai quattro muscoli che permettono il movimento della spalla – ovvero il cosiddetto impingement sub-acromiale. Ma non credo: gli italiani sono un popolo di commissari tecnici, primi ministri, giudici di talent show, esperti o meno di vaccini e quant’altro ma non di ortopedici tanto preparati!
A proposito: no, quel Conte che ha provato a fare il governo non è quell’altro che ha fatto l’allenatore della nazionale di calcio. Anche se in effetti i due incarichi sarebbero ormai tranquillamente sovrapponibili, nell’immaginario collettivo italiota contemporaneo, già.
In ogni caso l’intero articolo di Dailybest citato risulta significativo, appunto, per comprendere bene con chi si ha a che fare, nell’Italia dell’anno di (dis)grazia 2018. Inesorabilmente significativo, anzi, visto lo stato delle cose. Perché, se è del tutto vero che ogni popolo ha i governanti che si merita, qui pare ormai ancor più obiettivo che “certi popoli idioti non possono che avere quei governanti idioti che si meritano.” E ciò con piena par condicio, eh!