Perché costruire impianti e piste da sci sotto i 2000 m è ormai assurdo, spiegato bene

Nuovi impianti da sci dove non nevica più: la Regione Lombardia investe milioni, protestano gli ambientalisti

Così recita il titolo di un articolo pubblicato dal quotidiano “Il Giorno” il 30 settembre 2024, firmato da Federico Magni – lo vedete qui sotto; il sottotitolo precisa ancora meglio i contenuti: «Dalle Orobie alle Prealpi si finanziano infrastrutture sotto i duemila metri di altitudine. E le Olimpiadi di Milano-Cortina potrebbero dare un’accelerata. Anche il Cai insorge: “Soldi buttati”». Il tutto su una doppia pagina – nell’edizione cartacea – sovratitolata “Montagna da reinventare”:

Con tali contenuti assolutamente chiari e eloquenti (converrete con me al riguardo), “Il Giorno” sembra voler inaugurare la ripresa del dibattito sull’industria dello sci, su impianti, piste, cannoni eccetera, che con l’arrivo dell’inverno (nonché con le sempre più prossime Olimpiadi di Milano-Cortina) a breve ripartirà e ribollirà come non mai, passando da dibattito legittimo e importante a diverbio forzato e strumentalizzato fino a vero e proprio dissing ideologico-politico da bettola di quint’ordine.

Posto ciò, sarebbe bene per la montagna restarsene fuori da cotanto pantano, evitando di rincorrere gli slogan propagandistici – qualsiasi essi siano – e piuttosto riflettendo sulla realtà oggettiva delle cose, che è poi ciò che fa chiunque sia dotato di ordinario buon senso: il buon senso che parrebbe sancire come palesemente insensato qualsiasi progetto di infrastrutturazione sciistica su certi versanti e sotto certe quote, lì dove non nevicherà più, o non più a sufficienza, e dunque dove sciare in maniera decente e sostenibile (ambientalmente e economicamente) sarà impossibile.

Or dunque, restando lontani – come detto – dagli slogan di chi sostiene l’opportunità di spendere soldi pubblici per realizzare impianti e piste da sci in certi contesti, così come da quelli che si oppongono strenuamente per salvaguardare l’ambiente naturale dei territori coinvolti: perché non si dovrebbero più costruire infrastrutture sciistiche su certi versanti e al di sotto di certe quote?

Ho citato il buon senso, poco sopra. Bene, scrive un buon dizionario che il buon senso è «la capacità di comportarsi con saggezza e senso della misura, attenendosi a criteri di opportunità generalmente condivisi.» Quali sono i criteri più generalmente condivisibili? Ovviamente quelli basati sulla realtà oggettiva, sui dati di fatto scientifici (in quanto tali innegabili, se non volendo negare la realtà stessa entrando nell’ambito delle devianze psico-sociopatiche: come i terrapiattisti, appunto) sui quali costruire la più equilibrata capacità di comportamento con saggezza e senso della misura.

[Le piste del Pian delle Betulle nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022.
Nel periodo che stiamo vivendo i dati di fatto fondamentali sulla montagna, dai quali deriva ogni altra cosa, sono quelli climatici. Qualche tempo fa ho scritto (tra i molti altri) di alcuni progetti di nuovi impianti sciistici in Valsassina (provincia di Lecco), che qui cito ad esempio per mia vicinanza geografica: in particolar modo, all’Alpe Paglio si vorrebbe installare una seggiovia e ripristinare una pista di sci tra i 1430 e i 1780 metri di quota, mentre ai Piani di Bobbio un altro nuovo impianto salirebbe ai Piani partendo da 1000 metri circa. In ballo ci sarebbero un bel po’ di milioni di Euro, in gran parte pubblici. Soldi ben spesi o mal sprecati, come mi chiedevo in uno degli articoli scritti al riguardo tempo fa?

Lontano dagli slogan, ribadisco, e posto che i casi citati sono simili ad innumerevoli altri sulle Alpi e sull’Appennino, ho provato a darmi (e dare) una risposta di buon senso cioè razionale, basata sui dati di fatto rilevati dalla scienza e messi nero su bianco sui report e nelle serie storiche meteoclimatiche. Ho chiesto al Centro Geofisico Prealpino, ente scientifico prestigioso che ha sede in un territorio del tutto affine a quelli sopra citati, un’analisi della realtà climatica storica recente e attuale sulle Prealpi Lombarde. Ecco qui: «La serie di Campo dei Fiori parte dall’inverno 1975 e dice già cose interessanti. Le temperature medie invernali nei 50 anni esatti dal 1975 al 2024 sono aumentate, da regressione lineare, di 2,4 °C. L’ultimo inverno 2023-24 è stato il più mite (media 4,2 °C), e 7 dei 10 inverni più tiepidi si sono concentrati dopo il 2000. La media degli ultimi 10 inverni è di 2,3 °C a quota 1226 m, e lascia supporre una quota media degli 0 °C invernali a circa 1700 m».

Ciò in soldoni significa che sulle nostre montagne sotto i 1700 metri di quota, e a qualsiasi esposizione, già ora la permanenza della neve al suolo non è più garantita. Anche se nevicasse, la temperatura non è quella adatta al mantenimento e comunque gli episodi di pioggia saranno più probabili di quelli nevosi. Questo è un primo innegabile (dacché scientifico) dato di fatto. Ecco, tornate un attimo sopra a rileggere le quote degli impianti progettati in Valsassina (e i numerosi altri proposti in molte località simili) e capirete già bene come stanno le cose.

[La diminuzione delle precipitazioni nevose scientificamente rilevata dal Centro Geofisico Prealpino.]
Ma andiamo oltre: ancora nel marzo 2021 Daniele Cat Berro e Luca Mercalli, della Società Meteorologica Italiana, citando un approfondito studio dell’EURAC Research (entrambi enti scientifici altrettanto prestigiosi, di nuovo), scrivono che «Oltre allo spessore della neve, a ridursi è anche la sua durata: sul versante sudalpino la lunghezza della stagione innevata è diminuita in media di 24 giorni sotto i 1000 metri, e di 34 giorni tra 1000 e 2000 metri, ovvero oltre un mese (all’anno) di suolo innevato in meno». In pratica significa che se pur nevicasse – cosa sempre più improbabile sotto certe quote, vedi sopra – la neve al suolo ci sta per sempre meno tempo, il che rende economicamente insostenibile il costo di esercizio e di gestione degli impianti e delle piste di un comprensorio sciistico posto sotto i 2000 metri di quota, ancor più a quote inferiore. Ecco dunque un secondo innegabile (dacché scientifico) dato di fatto.

Peraltro, le analisi del Centro Geofisico Prealpino e della Società Meteorologica Italiana sono confermate da un altro prestigioso ente scientifico d’oltreconfine, l’Ufficio federale di meteorologia e climatologia MeteoSvizzera, che in un recente report dall’eloquente titolo Inverni poveri di neve, così rimarca: «Gli inverni saranno notevolmente più caldi entro la metà del secolo. Sebbene ci saranno più precipitazioni, cadranno più frequentemente sotto forma di pioggia a causa delle temperature più elevate. In particolare nelle regioni più basse, nevicherà meno spesso e in quantità minori. Le aree nevose della Svizzera si ridurranno quindi notevolmente.» È un terzo innegabile (dacché scientifico) dato di fatto, quindi.

Andiamo ancora avanti. Di recente, “Il T Quotidiano”, organo di informazione indipendente trentino, ha pubblicato un’intervista a Roberto Barbiero, climatologo dell’Agenzia provinciale per la protezione ambientale (Appa) il quale, nel riferire circa l’impatto dei cambiamenti climatici in Trentino, ha rimarcato che «una delle conseguenze più evidenti sarà l’innalzamento della quota di affidabilità della neve (30 centimetri per 100 giorni), che nel giro di 25 anni passerà da 1.750 a 2.000 metri». Era a 1.511 metri di quota nel periodo 1961-1990, oggi è a 1.750 metri (dato conforme a quello determinato dal Centro Geofisico Prealpino per l’area delle Alpi e Prealpi lombarde, vedi sopra) e la velocità di salita in quota si fa sempre maggiore, dunque i 25 anni suddetti potrebbero essere anche meno. Sono dichiarazioni che fanno il paio con quelle rilasciate lo scorso febbraio da Claudio Visentin, storico del turismo di chiara fama, docente da anni al Master in International Tourism dell’Università della Svizzera Italiana (USI) di Lugano, il quale, posta l’attuale realtà ambientale delle Alpi, ha sancito senza mezzi termini che «La stagione degli sport invernali non ha futuro. L’ultimo turista sugli sci arriverà nell’inverno 2040». Due altri esperti accademici di chiara fama da altrettanti enti scientifici prestigiosi che determinano il quarto e il quinto innegabile (perché scientifico, di nuovo) dato di fatto.

Potrei anche continuare ancora a lungo, ma penso a Agatha Christie la quale scrisse che «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»: be’, qui siamo a cinque e non semplici indizi ma dati di fatto su basi scientifiche, rispetto ai quali la sostenibilità e la giustificabilità di progetti come quelli dell’Alpe di Paglio (quota massima 1730 metri) e dei Piani di Bobbio (quota massima 1850 metri, ma i nuovi impianti proposti sono sotto i 1600 metri) svanisce come – fatemelo dire – neve al sole, e parimenti i molti altri progetti di infrastrutturazione sciistica similari presentati negli ultimi tempi sulle montagne italiane (bisogna ammettere che la Lombardia si sta “impegnando” parecchio al riguardo), quasi tutti sotto i 2000 metri di quota. Realizzarli equivale a edificare una grande casa su un terreno già oggi instabile e che nel giro di qualche anno, al massimo di qualche lustro, franerà inesorabilmente, nonostante il netto parere di geologie e ingegneri: secondo voi quale impresario si azzarderebbe a mettere in atto una cosa del genere e a spenderci milioni e milioni di Euro? Certamente non chi, in questo caso, operi in base a buon senso, saggezza, lungimiranza e autentica volontà di valorizzazione di quel terreno, di quel luogo.

Ecco: quelli sopra citati sono progetti scientificamente illogici, insensati, privi di connessione con la realtà delle cose, destinati a fallimento pressoché certo, degradanti i luoghi a cui vengono imposti e dilapidanti risorse pubbliche che potrebbero essere investite in modi ben più redditizi sia per i soggetti direttamente coinvolti che per l’intero territorio e la comunità che vi abita.

[Foto di harzpics da Pixabay.]
Come vedete – e lo ribadisco con forza – qui non si tratta di “ragionare” sulla questione da posizioni di parte (che, sia chiaro, è certamente legittimo manifestare fino a che non vadano oltre la più ordinaria logica, anche per decenza culturale del dibattito conseguente) ma di fondare il ragionamento su dati scientifici oggettivi e innegabili, dai quali ricavare considerazioni, valutazioni e magari decisioni che al riguardo siano le migliori possibili, cioè le più sensate e conformi alla realtà effettiva delle cose. Non impressioni, opinioni, convinzioni, inesorabilmente contaminate dalle idee dei singoli e delle parti ma certezze, ad oggi, dalle quali scaturiscono le oggettività di domani e che contrastano certo negazionismo ideologico e strumentalizzato dei fatti e delle verità che tutti abbiamo di fronte. Ecco, di questo le nostre montagne hanno un assoluto bisogno, oggi ancor più dato che alle già numerose criticità da affrontare si aggiunge in maniera crescente la variabile del cambiamento climatico: certezze, non altro.

N.B.: il presente articolo è stato pubblicato anche su “ValsassinaNews”, contestualizzato alla realtà sciistico-turistica delle montagne valsassinesi. Cliccate qui sotto per leggerlo:

La neve che cade e gli “hikikomori dello sci”

[Una webcam sulle piste di Madesimo, ieri mattina.]

Sui monti in questi giorni sta nevicando ed è una cosa bellissima e rinfrancante. Lo è quanto divertente è leggere, per me, quelli – ne ho già intercettati un paio, usualmente sostenitori dello sci su pista – che già son lì a dire «Ah, sta nevicando, dove sono quelli che dicono che per i cambiamenti climatici non nevicherà più?»

Ecco, trovo che siano divertenti in questa loro alienazione da hikikomori dello sci, perché sono convinti che quelli come me particolarmente critici riguardo la gestione economica, ambientale e culturale dell’industria dello sci contemporanea passino le loro giornate a formulare malefici per non far nevicare sui monti e così mandare in fallimento i comprensori sciistici. Invece, forse in forza di quello stato alienato che – mi permetto di ritenere – sembrano manifestare, come se veramente fossero rinchiusi nella loro piccola stanzetta con le serrande chiuse nella quale il tempo è fermo a lustri fa e della realtà delle cose odierna non entra pressoché nulla, i tizi non si rendono conto che sono proprio quelli come me a felicitarsi per primi quando nevica e ancor più se nevica abbondantemente: perché quando ciò accade è autentica manna dal cielo – letteralmente ancorché in forma di acqua gelata – per tutti noi, non solo per impiantisti e sciatori, perché è nutrimento per l’ambiente naturale e riserva idrica che ci assicuriamo per la stagione calda, perché è coperta protettiva per i ghiacciai già fin troppo sofferenti, perché la neve è un elemento di regolazione termica indispensabile per la biosfera montana, perché se nevica sulle piste da sci gli impiantisti non devono sparare la deprecabile neve artificiale che depaupera le riserve idriche e manda in rosso i loro bilanci, con la conseguente cascata di soldi pubblici necessaria per tappare i buchi e continuare con la tragicommedia dei morti che camminano, spargendo un pari afflato mortale all’intero territorio montano d’intorno e alle comunità che lo abitano.

Dunque ben vengano tante belle nevicate, sulle piste e ovunque sui monti! E voi che ponete domande come quella indicata in principio, sciate quanto vi pare e piace, finché è possibile e senza la farsa della neve finta. Poi, magari, se lo sforzo intellettuale non vi pare maggiore di quello necessario per prendere una seggiovia, provate a uscire dalla vostra stanzetta buia e a guardarvi intorno, a osservare veramente le montagne, a comprendere la loro realtà, la loro cultura, la dimensione sociale, il loro presente e il futuro. E a ragionarci sopra un po’, obliterando non più lo skipass ai tornelli della seggiovia ma per una volta la mente alle montagne, così da coglierne l’anima più autentica: è con questa che chiunque le frequenti deve relazionarsi, non con altro. Se non c’è una relazione del genere, non ci sono nemmeno le montagne ma c’è solo uno spazio vuoto dove tutto vale cioè dove nulla ha più senso, nel quale se nevica tanto, poco o nulla non conta granché. Già.

Chiudo in bellezza con una citazione che “casca a fagiolo” in ogni senso, avendola intercettata proprio oggi sulla pagina Facebook di Michele Comi, e riguardante il libro di Wilson Bentley Snow Crystals, edito nel 1931:

Vide nei fiocchi di neve quel che altri uomini non seppero vedere, non perché non potessero farlo, ma perché non ebbero la pazienza e l’intelligenza per cercare.

Tre anni di acqua potabile persi per sempre

Quando si disquisisce della situazione climatica corrente, a supporto delle considerazioni sul tema sovente si snocciolano dati e relativi grafici tanto inequivocabili quanto, a volte, di primo acchito complicati per chi non ne sia abituato, dunque a volte respingenti. Le immagini fotografiche – magari se riprodotte in timelapse come quello (spaventoso, dal mio punto di vista) qui sopra riprodotto – sono molto più immediate e comprensibili ma pure qui, se non si conosce almeno un poco l’ambiente montano, che un ghiacciaio avesse uno spessore di 200 metri e oggi solo di 100, oppure che un tempo fosse lungo 2 km e oggi solo uno, per molti non significa molto anche visivamente: il paesaggio in questione non sembra così cambiato, se non si ha l’occhio di coglierne le differenze.

Il tutto rimanda alla questione di come trasmettere i dati scientifici riguardanti i cambiamenti climatici per farne strumento di informazione e, ancor più, di generazione di un’adeguata consapevolezza diffusa che supporti le necessarie azioni atte a mitigare gli effetti del riscaldamento globale e strutturare la migliore resilienza possibile. È una questione delicata, inutile dirlo, sulla quale il dibattito è aperto e ampio.

Una sorta di soluzione indiretta al riguardo la propone Matthias Huss, glaciologo del Politecnico di Zurigo, illustrando nel servizio della RSI che potete vedere cliccando sul frame qui sopra lo stato dei ghiacciai svizzeri in questo 2022 climaticamente drammatico.
In pratica, Huss rivela che i ghiacciai elvetici quest’anno hanno perso il 6% della loro massa, un valore mai registrato prima. Il sei per cento: ok, e che significa?

Il 6% di perdita di massa, significa che nel 2022 i ghiacciai svizzeri hanno perso ben tre km3 di ghiaccio, ovvero tre cubi di ghiaccio dai lati – lunghezza, larghezza, altezza – di un km. Tanta roba, è facile comprenderlo… ma più concretamente, che vuol dire?

Vuol dire che tre cubi da un km3 ciascuno contengono l’acqua potabile che la popolazione svizzera (quasi 8,7 milioni di abitanti nel 2020) consuma in tre anni. Per dirla in altro modo: con lo scioglimento dei ghiacciai registrato quest’anno, la Svizzera ha perso per sempre 3 anni di acqua da bere.

Ora, credo, sarà ben più comprensibile e concreta la gravità della situazione dei ghiacciai in forza dei cambiamenti climatici in corso. E, appunto, sto dicendo dei soli ghiacciai svizzeri: la situazione è la stessa negli altri paesi alpini se non più grave, ad esempio in Italia in forza della sua esposizione a meridione cioè sul versante alpino più caldo.

Quanta acqua potabile hanno perso nel complesso i paesi alpini, in un anno come questo? Quanta ne hanno già persa negli anni scorsi, e quanta ne perderanno ancora nei prossimi? Ovvero, per arrivare al punto: quanto siamo sottoposti al rischio di non avere più riserve di acqua potabile da bere e da utilizzare per la nostra vita e il lavoro quotidiani entro breve tempo?

Ecco.

Non è catastrofismo, questo, ma semplice e obiettiva lettura della realtà. Cosa possiamo farci? Nulla per l’acqua ormai persa; tanto, forse, per quella che ancora i nostri ghiacciai conservano sulle Alpi. Ma bisogna fare subito: attivisti e scienziati lo dicono da lustri, ormai, e più passa il tempo più quel “subito” diventa immediatamente. O forse che, per capire quanto sia necessario agire senza altro indugio, dovremo arrivare a non avere più abbastanza acqua da bere? Come la glaciologia dimostra, questa drammatica ipotesi non è più così lontana: a questo punto sì, il presunto “catastrofismo” non sarà più tale ma diventerà la normalità quotidiana. Vogliamo che finisca veramente così?