La nuova Legge sui cammini, una “svolta storica” (dice la Ministra del Turismo in carica)

[Immagine tratta dalla pagina Instagram del Ministero del Turismo.]
Qualche giorno fa è divenuto legge il “Ddl per la promozione e valorizzazione dei cammini d’Italia”, altrimenti detta “Legge sui cammini”, con la quale – si legge nel comunicato del Ministero del Turismo, «La Repubblica promuove cammini fluviali, marini, lagunari e lacustri come itinerari sostenibili per valorizzare il patrimonio naturale, culturale e turistico. Gli obiettivi includono sicurezza, accoglienza, turismo lento, diffusione, tradizioni locali, siti storici, minoranze linguistiche, approfondimenti tematici, dialogo interculturale e tutela ambientale.»

Be’, ottima cosa! – viene da pensare subito, e speriamo che lo possa essere veramente.

Speriamo, sì: perché appena dopo quel “subito” ci ripenso un attimo e… innanzi tutto che la pittoresca Ministra del Turismo in carica sia in qualche modo avvicinabile alla cultura e al mood del camminare, non me ne voglia la Ministra ma mi sembra ipotesi più improbabile di trovare un branco di giraffe che pascolano sulle Alpi a fine gennaio.

Tuttavia, detto ciò, ecco cosa scrive(rebbe) al riguardo la Ministra in questione nel comunicato succitato:

L’approvazione definitiva della legge sui cammini, raggiunta oggi grazie al consenso unanime tra maggioranza e opposizione, rappresenta una svolta storica per l’Italia.

«Storica»? Ollalà, addirittura? Magari ha ragione, andiamo avanti e vediamo…

I cammini ottengono finalmente il riconoscimento che meritano, diventando un pilastro strategico per il turismo nazionale, con uno stanziamento di 5 milioni di euro per il periodo 2026-2028 e un milione annuo dal 2029, che si aggiungono agli oltre 30 già investiti dal Ministero per questo asset.

Una svolta storica e un «pilastro strategico per il turismo nazionale» con soli 36 milioni di Euro in quattro anni più un solo milione per quelli successivi? Wow, pensate se non fosse stato qualcosa di storico e strategico! Sarebbe toccato ai camminatori pagare la promozione dei cammini italiani? È inevitabile ricordare che per “asset” molto meno epocali e strategici altri ministeri stanno pensando di spendere 14 miliardi e rotti. Così per dire.

E ci voleva un Governo di centrodestra per dare la giusta importanza a questo comparto, che prima d’ora non era mai stato adeguatamente considerato.

Bandiera di parte immancabile e vabbè, nella speranza che per ciò il Ministero non imponga agli escursionisti di percorrere i cammini italiani al passo dell’oca!

Il Ministero del Turismo assumerà un ruolo centrale nella promozione e valorizzazione degli itinerari italiani, supportato da strumenti innovativi quali la cabina di regia, la banca dati, il tavolo permanente e il programma di sviluppo, che garantiranno un confronto costante tra tutti gli attori del settore.

Ecco: un tot di termini e formule del trito e ritrito vocabolario politico-turistico non potevano mancare: dall’orami famigerato «valorizzazione», al «programma di sviluppo» (“sviluppo” di cosa?) alla «cabina di regia» e al «tavolo permanente», che chissà che differenza c’è tra le due cose. E «strumenti innovativi» questi? Dove, come? Però di contro è strano che non abbia ancora scritto “destagionalizzazione”…

Si tratta anche di un’opportunità per riscoprire territori meno noti, veri custodi di tradizioni autentiche e motori di destagionalizzazione, rafforzando la strategia del Governo per rendere il turismo sempre più efficiente, virtuoso e inclusivo”.

Ah, ti pareva! E, domanda finale: ma la pittoresca Ministra intende dirci che la «strategia del Governo» che renderà «il turismo sempre più efficiente, virtuoso e inclusivo» è la stessa che ha reso tanto efficiente, virtuosa e inclusiva oltre che di successo insuperabile la celebre campagna “Open to Meraviglia dello stesso Ministero del Turismo?

Chiedo eh, giusto per farmi trovare preparato (al peggio).

[La Ministra del Turismo in carica durante la percorrenza di un cammino invernale (forse).]
In ogni caso, al netto di tali mie considerazioni e di tutta la solita, retorica, enfatica propaganda con la quale la politica nostrana annuncia le proprie iniziative, mi sembra che per l’ennesima volta siamo di fronte a un provvedimento basato sul «Piutost che nient, l’è mej piutost» – in milanese, “piuttosto che niente meglio piuttosto”. Era peggio se non c’era nulla, ma non è meglio perché c’è qualcosa, ovvero, in parole povere: la montagna “vera” e le cose ad essa afferenti condannate a una perenne mediocrità, a un vivacchiare stantio privo di possibilità di un vero progresso, di una reale evoluzione, ad un accontentarsi gioco forza di quel poco che c’è perché è già tanto che ci sia e guai a lamentarsene che altrimenti pure quel poco svanisce. Nel mentre che per altri ambiti evidentemente più graditi alle istituzioni eppure moooolto meno valorizzanti i territori che li ospitano c’è moltissimo di più, inutile rimarcarlo.

No, non c’è niente di «storico» qui, nulla di strategico. Se non una ben mirata strategia mirata al mantenimento della montagna e delle aree rurali nella mediocrità, lo ribadisco, funzionale da un lato a farle accontentare del poco che si concede loro e dall’altro a mantenerle inevitabilmente assoggettate ad altri business verso i quali la politica e le istituzioni pubbliche riservano ben altre attenzioni.

Di contro, se c’è qualcuno che ritiene e sa argomentare che da questa nuova “Legge sui cammini” scaturiranno vantaggi concreti per il comparto – o asset – e per tutto ciò di correlato, ben venga. Vedremo nel prossimo futuro chi avrà ragione e sarò ben felice di essere quello in torto, nel caso.

Il vero problema di molta turistificazione dei territori montani

In tema di infrastrutture turistiche nei territori montani, pensate, progettate, realizzate, l’aspetto che di frequente trovo irrimediabilmente discutibile e contestabile non è tanto legato alle opere proposte, al loro impatto ambientale o ai soldi necessari, quasi sempre pubblici, ma alla visione e all’idea della montagna elaborata dalla politica e dai soggetti promotori che da esse risulta ben evidente. Che è quella, invariabile, di un parco giochi ove i “cittadini” possano svagarsi. Fine, null’altro.

Vi è una palese mancanza di volontà, o una mera incapacità, di pensare la montagna come un luogo dotato di vita propria di sviluppo socio-economico peculiare, slegato da modelli importati e imposti anche quando non consoni. Vi si impone il mantra del “turismo-miniera d’oro”, pretesa panacea di tutti i mali, che trasforma i territori montani in divertimentifici e le comunità residenti in servitori oppure in testimoni inermi, e su quel mantra si concentrano la grandissima parte delle risorse finanziarie, lasciando alle iniziative non turistiche e allo sviluppo delle economie locali slegate dal turismo soltanto le briciole e una ben scarsa considerazione. Si continua a sostenere che il turismo sia l’unica cosa che possa contrastare lo spopolamento dei territori montani e sostenerne lo sviluppo, ma basta dare una rapida occhiata ai dati demografici e economici per capire che non è affatto così, che le montagne turistificate perdono abitanti e dunque reddito tanto quanto quelle non sottoposte alle dinamiche del turismo di massa, anzi, a volte anche di più di questi.

Di contro, la costante spinta politica a favore dell’infrastrutturazione turistica, che si palesa in modi altrettanto costanti, dimostra l’assenza pressoché totale di una visione strategica e organica di sviluppo autentico dei territori montani, di sostegno concreto alle loro comunità, di volontà di conoscenza e comprensione delle peculiarità specifiche di essi e, dunque, delle reali potenzialità che offrono e delle necessità di cui abbisognano. È un lavoro troppo difficile, evidentemente, troppo impegnativo e prolungato nel tempo, dunque si va con il copia/incolla dello stesso modello omologato e massificato, con le stesse opere ovunque, con l’identica mentalità di fondo cioè quella del luna park di montagna, appunto. Un panem et circenses alpestre, insomma, funzionale da un lato a far credere di agire “a favore” delle montagne e, dall’altro, a soddisfare le dinamiche turistiche più massificate e degradanti. Oltre che a spendere rapidamente i finanziamenti disponibili, ovviamente, sena pensare troppo né alla logicità e alla sensatezza della spesa, né alle conseguenze.

Va benissimo sostenere e sviluppare l’economia turistica, ci mancherebbe, ma non nei modi monoculturali e assoggettanti imposti dalla politica, semmai come elemento equilibrato e organico di uno sviluppo complessivo dell’intero territorio coinvolto, espanso nel lungo periodo così da consolidarne gli effetti nel tempo, e con fulcro di tutto la comunità residente e la sua stanzialità. Il turismo deve sostenere e alimentare i territori, non consumarli e degradarli, così come la politica deve fare innanzi tutto gli interessi dei luoghi amministrati e dei loro abitanti, non di chi li frequenta senza alcuna connessione con il tessuto sociale e culturale locale. Va benissimo salire sui monti per sciare, pedalare, correre, abbronzarsi, divertirsi, ma solo se la matrice ludico-ricreativa del turismo montano sia una fonte di energia per l’intero territorio che coinvolge senza per ciò pretendere di assoggettare il paesaggio e l’identità a certe dinamiche prettamente economiche e consumistiche, che inesorabilmente – ripeto, inesorabilmente – genereranno molti danni al territorio e ai suoi abitanti.

Ecco.

Dunque, perché molta politica – locale, ma non solo – non capisce queste pur elementari nozioni e permette una spesso pesante banalizzazione delle montagne, con il conseguente degrado ambientale, sociale e culturale dei luoghi?

Iperturismo/overtourism: parole spese tante, fatti concreti (per ora) pochi o nulli

[Immagine IA di ©fotoagh.itAlessandro Ghezzer.]
L’iperturismo o overtourism è stato senza dubbio il tema più dibattuto durante la scorsa estate, e probabilmente lo ridiventerà nella prossima stagione turistica invernale. Ovunque – giornali, radio-TV, web, social – sono apparsi innumerevoli contributi, molti interessanti e con proposte concrete al riguardo, tanti altri trascurabili e superflui. In ogni caso si è sviluppato un bel dibattito, nella forma, ma che nella sostanza a me pare abbia lasciato poco di concreto, rimanendo frammentato, poco organico e francamente sterile soprattutto verso i soggetti che nel bene e nel male controllano il turismo. Si sono spese – non sempre ma spesso, ribadisco – belle parole, interessanti proposte, ottime intenzioni, ma a ottenere fatti concreti non si sta ancora arrivando, anzi. Il rischio è che nella citata prossima stagione turistica invernale si ripropongano le varie – e variamente deprecate – modalità iperturistiche sviluppandone ancora di più gli effetti deleteri, e di conseguenza ripartano pure i dibattiti più o meno animati in un rincorrersi in tondo che non porta da nessuna parte ma scava solo il terreno sotto i piedi dei territori interessati dai fenomeni del turismo di massa.

[Immagine tratta da www.iltquotidiano.it.]
Ne ho scritto di frequente anche io e ne ho dissertato in vari eventi pubblici e mediatici, soprattutto nei riguardo del sovraffollamento turistico nei territori montani (spero contribuendo con argomenti validi alla discussione), dunque quanto sopra lo rimarco anche a me stesso. Per lo stesso motivo, e cercando di proporre degli sviluppi concreti e fattivi ai dibattiti suddetti, credo siano almeno due le cose non fatte e da fare, elaborare, sviluppare, sollecitare da oggi e nel prossimo futuro per gestire meglio il fenomeno iperturismo/overtourism evitando le sue conseguenze più nefaste e così ampiamente criticate nei mesi scorsi.

  1. Dare una sveglia alla politica. Già, perché la politica ha palesemente mostrato di essere assente sul tema, ben poco interessata ad analizzarne la realtà in evoluzione, altrettanto poco o per nulla capace di cogliere gli stimoli e le rimostranze provenienti dai territori iperturistificati. Anzi, ha semmai sostenuto e sovente finanziato l’industria turistica più massificata, in base al principio del “turismo-miniera d’oro” per il paese, incluse le montagne italiane, lasciando le briciole (materiali, cioè pochi soldi, e immateriali, ovvero nessuna buona intenzione) o ancora meno al supporto del turismo sostenibile, dolce, slow o come lo si preferisca definire. Certo, in diversi casi le amministrazioni locali hanno messo in atto, o dichiarato di volerlo fare, azioni di presunto contenimento del turismo di massa – ad esempio tasse di “ingresso” ai territori oppure il contingentamento delle presenze – ma che non si possono certo considerare soluzioni al problema, anzi, a volte appaiono solo come un modo per approfittarsene facendo cassa. Nel frattempo le istanze alla limitazione e alla gestione dei flussi turistici più ingenti che arrivano dai territori e dalle comunità si fermano ben presto lungo la scala gerarchica della politica, a volte già ai primi livelli locali; la mancanza di ascolto non è incidentale ma voluta, perché quelle istanze delle comunità di montagna molto spesso collidono contro gli interessi dell’industria turistica verso la quale la politica rivolge i propri maggiori interessi, senza rendersi conto – oppure facendolo ma infischiandosene – che se il limite di sostenibilità ambientale, culturale e sociale dei territori viene troppo superato alla fine ci rimettono tutti: comunità residenti e operatori economici locali, villeggianti periodici, turisti occasionali, tour operator, la stessa politica. Nonché, e soprattutto, i territori stessi, la loro bellezza e l’attrattività che li contraddistingueva – prima del patatrac!
  2. Coinvolgere finalmente e pienamente le comunità locali nella gestione civica, politica, ambientale e generalmente pratica del turismo nei propri territori. Ovvero, se ciò non fosse possibile, fare rete civica tra i soggetti che compongono la comunità locale e generare massa critica per far pressione sugli enti politici, amministrativi e di governo dei territori. Una delle caratteristiche evidenti dell’iperturismo è la sua inevitabile matrice “estrattiva” (come ho spiegato qui), in forza della quale i flussi turistici massificati non danno nulla ma invece tolgono ai territori, privandoli di risorse, sviluppo, vitalità sociale, identità culturale (cose che pretendono e che hanno assolutamente bisogno di poter sfruttare a fondo per alimentare la propria “catena di montaggio: non a caso questo turismo è anche definito fordista), invece di integrarne l’attività turistica in maniera organica con quella delle altre economie locali e con il comune obiettivo fondamentale di apportare benefici innanzi tutto alla comunità residente, prima che ad altri. Comunità residente che, invece, viene immancabilmente tagliata fuori da qualsiasi interlocuzione e tanto meno da ogni processo decisionale al riguardo, assoggettata alle dinamiche iperturistiche e di contro lasciata sola a subirne gli effetti più deleteri, a partire dal degradamento del benessere abitativo e vitale nei propri territori. Ecco perché sono comparse così numerose un po’ ovunque scritte dal tono piuttosto perentorio e radicale contro il turismo e i turisti: al netto della loro animosità più o meno giustificata, sono il segno di un malessere montante ma anche della presenza di una massa critica potente che si deve incanalare nel fronte di una rete civica che possa far pesare la propria forte voce dentro i processi decisionali politici, economici e sociali e non più solo negli slogan di protesta anonimi, dal messaggio certamente chiaro ma in fondo politicamente inefficaci.

Bisogna insomma mettere insieme tutta la gran massa di voci della società civile e pretendere che la politica la ascolti e dia seguito alle sue istanze, e parimenti la politica deve tornare a mettere al centro della propria azione di governo il benessere dei propri territori e delle comunità residenti, facendo in modo che anche l’economia turistica, finalmente ben regolamentata e gestita, non rappresenti più un elemento di depauperamento e degrado ma un valore aggiunto per quei territori, a vantaggio tanto degli abitanti quanto dei turisti. Bisogna sedersi tutti quanto – cioè qualsiasi soggetto pubblico e privato che sia causa e subisca l’effetto del turismo – attorno a un tavolo, analizzare insieme la realtà delle cose e trarne delle azioni condivise che possano efficacemente gestire e sviluppare tale realtà da subito e nel prossimo futuro. E devono essere tavoli di interesse locale, poi sovralocale, poi provinciale e via via fino ai livelli decisionali nazionali, nei quali si sappia compendiare quanto giunge dai livelli superiori elaborando finalmente una strategia nazionale comune, ben articolata e organica, di visione lunga nel tempo e del tutto consona alle realtà di fatto dei territori e delle comunità.

Ecco, senza queste due evoluzioni fattive secondo me fondamentali, temo che il dibattito sull’iperturismo/overtourism rischi di diventare un ulteriore elemento zavorrante e rapidamente degradante le montagne italiane e la loro vivibilità, tanto residenziale quanto turistica. Montagne che di problemi da affrontare ne hanno già tanti: sarebbe il caso di cominciare a trovare per essi soluzioni valide ed efficaci senza invece aggiungerne altre, di grane da risolvere.

Come si può fuggire dall’overtourism degradante e cafone? Semplice: camminando!

[Sul Monte Baldo, Veneto. Immagine tratta da 360gardalife.com.]
Concordo abbastanza con chi sostiene che, in tema di turismo, non sia corretto colpevolizzare il turismo stesso in quanto tale, e di conseguenza i turisti, in maniera maggiore di altri elementi che compongono la realtà contemporanea al riguardo. Soprattutto i secondi, più che essere causa di certe fenomenologie parecchio degradanti i territori che visitano – l’iperturismo, ad esempio – ne sono vittime, seppur senza esserne generalmente consapevoli come invece lo sono innanzi tutto, e inevitabilmente, i residenti dei territori.

Tuttavia una grossa colpa che poteva essere evitata, il turismo di oggi – figlio di quello formatosi nel secondo Novecento, dal boom economico (dei paesi occidentali) in poi – ce l’ha: l’aver scelto di mettere da parte la matrice culturale propria del viaggio – anche quando affrontato per ragioni in primis ludico-ricreative, come normalmente accade – per alimentarsi soltanto di ingredienti economici, commerciali, finanziari in un modello viepiù consumistico per il quale la meta del viaggio, il luogo, il territorio, la sua anima, non contano più nulla ma conta solo il pacchetto turistico, la fruizione dei servizi in esso compresi, l’“esperienza” ma solo se di svago, l’«effetto wow!», per usare un’espressione corrente.

[In Val di Rezzalo, Lombardia. Immagine tratta da www.sondaloturismo.it.]
Il turista che in buona fede acquista questo genere (dominante) di pacchetto turistico, volesse pure vivere un’esperienza di tipo culturale in concreto non riuscirebbe a farlo. Alla fine si dovrebbe – si deve gioco forza assoggettare a tali modelli turistici, dai quali la componente prettamente culturale – nel senso vero del termine: ad esempio, la visita di un’ora al Colosseo con selfie-ricordo con il tizio vestito da gladiatore non è cultura, e tanto meno lo è la salita alla vetta alpina in funivia con pranzo “tipico” e souvenir “made in China” – è stata strategicamente eliminata perché non funzionale agli scopi del pacchetto. Come se la fruizione culturale autentica non potesse essere ricreativa! – d’altro canto ciò la dice lunga sullo stato della cultura diffusa, purtroppo.

[Intorno al Gran Sasso, Abruzzo. Immagine tratta da www.jonas.it.]
Ma, al solito, non c’è da fare di tutta l’erba un fascio, perché mentre certo turismo massificato si manifesta in modi sempre più impattanti e ignoranti (consci o meno che siano, ribadisco), di contro leggo che sono in costante aumento i cammini e i camminatori ovvero chi sceglie di trascorrere una vacanza in questo modo, al punto che l’economia che parallelamente sta crescendo intorno presenta numeri sempre più ingenti, con un impatto economico complessivo di oltre 8 miliardi di Euro. Che è tantissimo, se si considera che l’intera industria dello sci in Italia genera un giro d’affari complessivo di oltre 23,7 miliardi di Euro (dati 2023/2024): in pratica i camminatori, da soli, “rendono” già oggi più di un terzo dello sci su pista, sono in costante crescita e non scontano i problemi (se non marginalmente) della crisi climatica. Inoltre, e torno al punto centrale di questo articolo, il viaggio a piedi è compiutamente culturale: perché il cammino è cultura e parimenti lo è il paesaggio, e l’incontro dei due elementi genera altra cultura nella relazione dei camminatori con i territori, le comunità che li abitano e le presenze storiche, architettoniche, artistiche e culturali (appunto) che ne manifestano l’identità.

[Nelle Dolomiti, Trentino. Immagine tratta da www.visittrentino.info.]
Dunque, il turismo si sta ormai bipartendo in due ambiti sempre più diversi e lontani: da una parte il turismo massificato che punta tutto sulla quantità di fruizione dei luoghi, dall’altra il turismo dolce (meglio che definirlo sostenibile) che ricerca la qualità dell’interazione con i luoghi. Sono due strade parecchio differenti che portano verso mete altrettanto diverse: sta ai territori e alle comunità scegliere consapevolmente quale seguire.

Opreno, o la quiete (summer rewind)

Se mi fosse chiesto di associare alla parola “quiete” – o a un’altra affine – un certo luogo, una delle prime risposte che mi verrebbe in mente sarebbe sicuramente «Opreno», minuscolo borgo rurale nel territorio comunale di Caprino Bergamasco che, per starsene tranquillo e lontano dal caos della Lombardia iperantropizzata, pare rintanarsi tra i boschi delle amene colline di questa parte della Val San Martino, una zona paesaggisticamente così piacevole da ricordarmi per molti versi la campagna toscana.

Sarà che a Opreno vi sono sempre giunto a piedi e mai con mezzi motorizzati, dunque portandomi appresso una dimensione di tranquillità che forse avrà influenzato la mia relazione con il luogo, ma trovo il piccolo villaggio sempre assorto in una meravigliosa placidità generale, che ne esalta il fascino delicato e d’altro canto agevola l’ascolto dei suoni – o del silenzio – provenienti dall’ambiente naturale d’intorno. Eppure Opreno (il cui toponimo è certamente molto antico e per questo di origine incerta: sembra presupponga una forma Eporenum Eporenus, riconducibile ad omonimi gentilizi ma che forse è solo un aggettivo di ebur-, -oris, “avorio” che tuttavia mi pare una correlazione bislacca; di contro la mia sensazione di “toscanità” per il borgo trova un’inopinata sponda nel toponimo toscano Oprena, di origine etrusca), dicevo, Opreno non è certamente un posto fuori dal mondo: il centro di Caprino dista poco più di 3 km e la statale Bergamo-Lecco, una delle strade più trafficate d’Italia, è a soli 5 km, eppure sembra che a Opreno i rumori sovente fastidiosi della civiltà non giungano, come se fossero schermati dalle ondulazioni collinari e dai folti castagneti che circondano il pugno di case; persino il piccolo parcheggio all’ingresso del borgo, dove termina la strada asfaltata, pare un elemento di disturbo – acustico e visivo – quantunque non si possa certo dire che generi traffico molesto.

Ma pur con il rumoreggiare di qualche mezzo a motore, Opreno non vede intaccata la sua particolare dimensione di quiete e di sospensione nel tempo, distesa tanto da riportare atmosfere di secoli addietro ai giorni nostri: d’altro canto il borgo è almeno trecentesco, anche se compare per la prima volta nella celebre Descrizione di Bergamo e suo territorio di Giovanni da Lezze nel 1596, che così descrive il luogo:

La terra di Opreno è al monte sparsa dietro alla strada, lontana da Bergomo milia XII et dal Adda, Brevi milanese milia sei. Vi sono fogi o case n. 21, anime n.113 cioè: vecchi n. 4, homini da fatione n. 42, il resto donne et putte. In questi sono descritti soldati dell’ordinanze: archibusieri n.2, pichieri n. 2, moschetieri niuno et galeotti n. 2. […] Questi della terra vivono quasi tutti del suo et hanno raccolto per il loro viver aiutati massime dalle castagne, che ne sono in quantità et vino abbondantamente, valendoli le terre fino scudi 20 la pertica. Ha per la Misericordia stara doi et mezzo di formento che si fa in pane et dai sindici si dispensa a poveri.

Per la cronaca, dopo più di quattro secoli dalle osservazioni di Giovanni da Lezze Opreno non è cambiato granché: le case restano una ventina, gli abitanti certamente sono molti meno e di castagneti ve ne sono ancora tanti, seppur la raccolta delle castagne non è più una necessità così sussistenziale (e nemmeno una pratica popolare che gioverebbe alla cura del bosco, purtroppo). Ma che Opreno sia più antico di quella data cinquecentesca lo segnala un fatto di sangue accaduto nel 1373, quando Ambrogio Visconti, figlio del signore di Milano Bernabò Visconti, dopo aver sedato ferocemente una rivolta guelfa nella valle, prima cadde in un’imboscata ordita da contadini locali e poi, cercando di fuggire, morì per un colpo di lancia proprio a Opreno, dove cercava di nascondersi intuendo già allora – mi viene da congetturare – la posizione appartata e tranquilla del luogo nella speranza che tali peculiarità lo salvassero.

Comunque, fatti d’arme storici a parte, le caratteristiche di luogo appartato e quieto Opreno le conserva pienamente anche oggi, ancor più rare e preziose d’un tempo. È un piccolo/grande prodigio, a ben vedere, che ogni visitatore ha il dovere di non guastare: l’armonia tra uomo e ambiente che si respira qui sarà pur vetusta ma agevola la relazione con tutto il mondo che abitiamo, anche con quello più antropizzato e apparentemente disarmonico, che in luoghi come Opreno trova un indispensabile contraltare antropologico e emozionale. Per questo consiglio – come faccio sempre io, ribadisco – di arrivarci a piedi, sfruttando i tanti percorsi belli e facili che si snodano nel territorio circostante i quali a loro volta aiutano ad apprezzare e godere dell’amenità di questa zona: è una scoperta, per chi non vi sia mai stato, ovvero una visita ogni volta ritemprante, come quando si ha la fortuna di scoprire che qualcosa che si crede dotato di scarso interesse offre invece meraviglie cospicue e fascini abbondanti – a patto di saperli cogliere e comprendere: basta un minimo di curiosità, di sensibilità e di riguardo, verso luoghi così particolari nonché, ancor più, verso se stessi.