Lontano dalle faccende umane

[Foto di Simon Berger da Unsplash.]

Posso agevolmente camminare per dieci, quindici, venti e più miglia, partendo da casa, senza incontrare alcuna abitazione, senza attraversare alcuna strada se non dove lo fanno la volpe e il visone: prima lungo il fiume, e poi il ruscello, e poi i campi e i boschi. Per miglia e miglia intorno non vi sono abitanti. Da alcune colline appaiono in lontananza le dimore dell’uomo e la sua civiltà. L’uomo con le sue faccende, Chiesa e Stato e scuola, e i suoi traffici e i suoi commerci, le sue fabbriche e la sua agricoltura, e la sua politica, la più pericolosa di tutte: mi rallegra vedere quanto poco spazio occupino nel paesaggio.

[Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano, 2009; orig. Walking, or the Wild, 1862.]

Sono sempre parole che non conoscono il tempo, quelle di Thoreau, anzi, che acquisiscono continuamente senso, valore, sostanza, diventando segnavia fondamentali nel nostro cammino attraverso la realtà corrente, così problematica e altrettanto oltraggiata dal potere degli uomini, e indicandoci una via di “salvezza” che possiamo avere a disposizione. Sempre che sapremo salvaguardarla e non farne, più di quanto abbiamo già fatto, l’ennesimo ambito di manifestazione della nostra pericolosità, ovviamente.

Gran Paradiso: i principi sull’elicottero, i princìpi a ramengo!

Leggiamo e sentiamo ormai costantemente sui media dichiarazioni e proclami a favore della salvaguardia dell’ambiente da parte delle istituzioni pubbliche, lo sapete bene: parole e definizioni come “sostenibilità”, “sviluppo sostenibile”, “green”, “difesa ambientale”, “impegno” eccetera, sono ormai vocabolario corrente nelle dichiarazioni suddette, al punto che verrebbe da credere che sul serio abbiano compreso la gravità della questione ambientale e climatica e si siano messe d’impegno al riguardo, quelle varie istituzioni.

Bene: la recente vicenda della Regione Valle d’Aosta che per «rinnovare l’impegno verso un futuro di sostenibilità e salvaguardia della natura» e darvi lustro mediatico accompagna sul Gran Paradiso il Principe Alberto II di Monaco trasportandolo fino a poco sotto la vetta con un elicottero, per giunta riservato al Soccorso Alpino (dunque pagato dai contribuenti), in territorio del Parco Nazionale e contravvenendo a qualsiasi regolamento vigente sui voli in tale ambito nonché ai pareri negativi del Corpo di Sorveglianza del Parco, per di più cercando goffamente di tenere nascosto il tutto, ovviamente non riuscendoci – racconta bene la vicenda Mountain Wilderness International, leggete qui – fa capire bene quale sia la reale predisposizione mentale e politica di quelle istituzioni nei riguardi della salvaguardia ambientale in relazione ai cambiamenti climatici. Cioè quanto realmente interessa alle istituzioni, questo tema.

«Per un solo volo d’elicottero! Cosa volete che sia?!» sosterrà qualcuno. Eh, in effetti perché non dare il buon esempio nella lotta all’alcolismo bevendo solo un paio di superalcolici invece che cinque o sei o dieci? Che saranno mai? Poi, be’, non c’è due senza tre, si sa, comunque fino a cinque li reggiamo bene, magari anche sei. O sette…

«Salvaguardia della natura»? Bla bla bla! (cit.)
«Impegno verso un futuro di sostenibilità»? Bla bla bla! (cit.)
«Innescare buone pratiche di mitigazione degli impatti negativi prodotti dall’uomo sull’ambiente»? Bla bla bla! (cit.)
Ecco.

Il clima è di destra o di sinistra?

Nel dibattito pubblico sul clima, se c’è una cosa che trovo tanto significativa (dello “spessore” e della “qualità” del dibattito stesso) quanto insopportabile è la strumentalizzazione ideologico-politica dei temi climatici. La “sinistra” li arroga stoltamente per sé, d’altro canto avendo ormai svenduto ogni altra sua tipica battaglia; la “destra”, in modo altrettanto stolto, li avversa ritenendoli “di sinistra” e ne fa una battaglia antitetica. Entrambe recitano la solita parte del consueto, meschino teatrino politico che ben conosciamo, nel quale se una cosa è di là non è di qua e viceversa: un teatrino che serve solamente a proferire parole senza fare fatti, con un solo risultato conseguente: una situazione climatica sempre più grave e irrimediabile a fonte di un immobilismo cronico e scellerato.

Forse, se tutti fossimo in grado di capire che, riguardo il clima e la necessaria resilienza da sviluppare, la politica non è la soluzione possibile ma è una parte tra le più gravi del problema, e di conseguenza agissimo da comunità civile critica e consapevole – innanzi tutto di avere tra le mani il proprio futuro ovvero di quanto sia pericoloso lasciarlo in mani altrui – invece che da branco privo di coscienza e costantemente bisognoso d’un segno dall’alto, le cose comincerebbero a cambiare veramente.

D’altro canto mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici è ormai divenuta una pratica culturale, non solo e non più politica – ovvero non nel senso istituzionale del termine: una predisposizione mentale e spirituale collettiva che nel principio prescinde dalle decisioni del potere e semmai si fa potere, cioè volontà di fare, impegno ad agire fattivamente essendo consci che è possibile cambiare le cose. Senza aspettare i bei proclami diffusi dai media, appunto: quelli che sentiamo da decenni grazie ai quali siamo arrivati alla situazione attuale. Ecco.

È ora di dire BASTA con lo sci estivo

Così oggi, 20 luglio 2022, il comprensorio per lo sci estivo del Passo dello Stelvio deve chiudere impianti e piste: troppo caldo, niente neve sul ghiacciaio, ruscelli d’acqua in superficie, crepacci ormai aperti lungo i tracciati di discesa: vedete un articolo che ne dà notizia, lì sopra, tratto da “Il Dolomiti” (cliccateci sopra per leggerlo). Sui social, ove questa e le notizie similari rimbalzano, quasi tutti commentano: «era ora!»

«Sospensione temporanea […] Speriamo che le prime perturbazioni possano migliorare la situazione» invece dicono i responsabili degli impianti dello Stelvio.
“Migliorare la situazione”? Di ghiacciai ovunque ridotti in uno stato drammatico e deprimente? Ma veramente c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di andare lassù a “divertirsi”?

Piuttosto, non sarebbe finalmente il caso di considerare chiusa, a tempo indeterminato, l’epoca dello sci estivo?

Non tanto e non solo per una questione ambientale e ecologica ma – dal mio punto di vista innanzi tuttoper una questione di decenza, di rispetto verso la montagna e verso i ghiacciai, adoperandosi di contro non per cercare di riaprire gli impianti quanto prima ma per mitigare il più possibile l’agonia del ghiacciaio, elemento di regolazione climatica e serbatoio di acqua potabile la cui importanza, inutile dirlo, è ormai fondamentale per tutti.

Posta la realtà che stiamo vivendo e il futuro che probabilmente ci aspetta, pensare ancora di poter e voler andare a sciare lassù è, a mio parere, un vero e proprio atto di arroganza e prepotenza. Gli agonisti se ne faranno una ragione: prepareranno la stagione invernale in altri modi; i turisti se ne devono fare un dovere, una manifestazione di senso civico, di educazione ambientale, di amore vero per le montagne.

Se poi le condizioni cambieranno e tornerà un clima che consentirà di sciare in piena estate senza che ciò appaia come una sorta di violenza ambientale, ne saremo tutti felici. Ma ora bisogna dire basta con lo sci estivo. Basta.

(Nelle due foto, i ghiacciai dello Stelvio e di Cervinia/Zermatt il giorno 20 luglio 2022.)

Un anno “eccezionale”?

Nel grafico sopra riprodotto (cliccateci sopra per ingrandirlo), che ricavo dalla pagina Twitter dell’IRPI – Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR, i vari circoli colorati identificano gli anni dal 1950 al 2022 in base al rapporto tra temperature e piogge nei primi sei mesi dell’anno, relazionato alla media standard 1991-2010, l’attuale trentennio climatico di riferimento.

Notate due cose:

  1. Innanzi tutto, ovviamente, la posizione del 2022, lassù in alto a sinistra: nettamente il semestre peggiore dal 1950 in tema di alte temperature e carenza di precipitazioni. Notate anche la distanza dell’anno in corso dal 2003, popolarmente ritenuto l’anno climaticamente peggiore di sempre.
  2. Dato meno evidente ma parimenti significativo: quasi tutti gli anni dal 2000 in poi sono posti al di sopra della linea di anomalia nulla delle temperature, ovvero sono risultati più caldi della media 1991-2020. Gli ultimi tre anni, in particolare, sono risultati non solo più caldi ma anche meno piovosi della media suddetta.

Riflessione conseguente: rispetto al periodo precedente il 2022, così tremendamente anomalo, è sicuramente da considerarsi un’eccezione; non ci resta che sperare che tale resti anche in futuro e non si palesi invece come il primo anno di un nuovo periodo climatico ben più problematico, per il quale saranno le medie di riferimento del passato a dover essere considerate una “eccezione”, e in difetto.