La fantasia insuperabile della natura

Come è possibile questa diversità nella natura? Quando si guarda un albero coperto di neve: chi ha una fantasia tale da riuscire a realizzare queste strutture, questi movimenti?

Vagabondando di frequente nei paesaggi naturali, e cercando di intessere con essi una relazione il più possibile armonica e profonda pur nella sua temporaneità, le sensazioni che elaboro sono le stesse condensate nelle parole lì sopra citate di Franz Gertsch, il grande pittore iperrealista svizzero scomparso pochi giorni fa. Non a caso Gertsch veniva definito “artista camminatore”, come leggo qui: il camminare per lui «era un atto di riflessione e contemplazione» che concretizzava il senso delle sue opere: «l’esperienza visiva e spirituale della natura come espressione del vivente». Sono percezioni del tutto similari alle mie, quando vago per monti, boschi, terre alpestri, con la sola compagnia di Loki (il mio segretario personale a forma di cane, sì) e senza alcun’altra presenza umana, così che la relazione con l’ambiente naturale d’intorno risulti la più genuina e meno ostacolata possibile. La bellezza che così colgo, ben più ambia di qualsiasi canone estetico immaginabile, appare in tutta la sua poliedrica forza, e la sensazione che spesso ne ricavo è quella di un momento di “massimo sublime” nel quale ogni elemento è nel posto giusto al punto che, come sosteneva Gertsch, è impensabile ritenere di poter fare di meglio di quanto sa fare la natura. Non un momento di “perfezione”, come qualcuno potrebbe considerare: penso che associare una tale idea all’ambito naturale non sia granché corretto perché, nel caso, ogni momento sarebbe allora da considerare perfetto, non fosse altro per il fatto che non saremmo in grado di ritenerlo diversamente. Ciascun momento lo sarebbe, altrimenti, dunque nessuno lo potrebbe essere veramente. È semmai la percezione, e la considerazione – se così posso definirlo, ordinariamente ma comprensibilmente – di “un momento giusto nel posto giusto”, della manifestazione di un’armonia superiore allo spazio e al tempo per come li definiamo noi che piuttosto sa rivelare in un solo istante, minimo e insieme massimo, l’anima del luogo dal quale scaturisce in tutta la sua intensità.

A me non resta altro che alimentarmi d’una così vibrante forza naturale provando a accumularla e trasformarla in energia vitale, nel frattempo provando banalmente a fissare quei momenti – malgrado la mia inabilità fotografica – in immagini le quali descrivono e condensano ben poco di quella «fantasia» naturale (la composizione in testa al post si riferisce a un’uscita recente sui monti di casa) ma che quanto meno testimoniano l’attimo altrimenti inesorabilmente fuggente ed esprimono il valore dell’esperienza che custodirò nel mio bagaglio vitale.

Le preziose “Archimie” di Alessandro Busci

Noi, in base ai canoni estetici costruiti nel tempo e confluiti negli immaginari comuni, abbiamo l’abitudine di dare al paesaggio un’accezione di “bellezza”, di idea o di modello in tal senso. Quei canoni sono poi gli stessi che, nel principio, definiscono in modo condiviso ciò che ugualmente eleggiamo a simbolo di bellezza, termine che a sua volta può essere declinato in vari modi che rimandano a percezioni di valore, unicità, raffinatezza, preziosità, eccetera. Per tali aspetti, e per conseguenza concettuale ma nemmeno troppo, certi luoghi particolarmente belli ovvero dotati di valore e per ciò emblematici potremmo considerarli dei “gioielli” del paesaggio al quale appartengono e che, appunto, impreziosiscono; così, di contro, si potrebbe sostenere che un gioiello avrebbe un valore ancora maggiore di quello meramente legato alla propria materialità se sapesse simbolicamente rappresentare un paesaggio.

Ecco, è quello che in concreto ha fatto Alessandro Busci, pittore (e architetto, sul quale ho già scritto diverse volte qui sul blog) le cui opere che ritraggono paesaggi, sia urbani che naturali, sovente montani, sono tra le più affascinanti e emblematiche che l’arte contemporanea sa offrire oggi e che ora diventano anche gioielli d’artista: ideati da Busci in una decina di pezzi numerati restituendo i tratti di alcuni degli iconici soggetti delle sue opere pittoriche, a formare la mostra Archimia. L’architettura addosso che verrà inaugurata presso la BABS Gallery di Milano domani 7 giugno.

Architetture urbane e naturali prendono così la forma di gioielli il cui significato non si esprime necessariamente secondo i medesimi parametri della gioielleria tradizionale. Il valore del gioiello d’artista risiede nell’arte di colui che lo ha concepito, nella capacità di condensarne la visione in un artefatto dalle dimensioni estremamente ridotte e soggetto a una serie di vincoli che lo rendano indossabile, durevole e soprattutto ornamentale.

Come scrive il curatore della mostra, Luciano Bolzoni, «Busci è un fine alchimista che mescola i paesaggi nella speranza che divengano qualcos’altro (…) Oggi Busci, dal suo cosmo alchemico, estrae (ancora) il fuoco prodotto dai fulmini della fiamma ossidrica per imprimere le sue piccole architetture, che poi sono icone di una Milano che non si ferma a contare il tempo. Ogni gioiello sarà un’escursione in città.»

Per volontà dello stesso artista, il ricavato della vendita di alcune opere-gioiello, riprodotte in un maggior numero di esemplari, verrà devoluta interamente a sostegno dei progetti della Fondazione San Patrignano con la quale collabora da diverso tempo.

Per saperne di più sulla mostra, cliccate sull’immagine in testa al post.

Il primo giugno non è / il primo maggio

“Domenico Modugno e la Cinquetti anno vinto al Festival di San Remo”
“1 +1 – 34 XY”
“Domani vado a Comabbio”
“1+1-355x”
“Questa volta mi sono sbagliato, un’altra volta no”
“il primo giugno non è / il primo maggio”
“Quanti gigioni in Italia, che ne pensi Teresa…”
“La rivoluzione dei giovani è sempre valida”

Le frasi che scriveva il grande Lucio Fontana – uno dei più importanti e rivoluzionari artisti del Novecento, come ho cercato di spiegare più volte, qui ad esempio – dietro molte delle sue tele sono tutt’oggi un piccolo, intrigante e divertente mistero – ne avete letta qualcuna lì sopra. Il perché lo facesse è risaputo: Fontana, per cautelarsi dai numerosi falsari delle sue opere, scriveva queste frasi apparentemente insensate come semplice e al contempo efficace appiglio per una perizia calligrafica, dunque per l’attestazione dell’autenticità di una sua opera. Ma se quelle frasi volessero dire qualcosa, se servissero a comunicare qualcosa, se fossero enigmatici messaggi celanti chissà quali segreti oppure se fossero solo piccoli pseudo-haiku senza senso alcuno – compresa quella dedicata a modo suo alla data odierna – nessuno l’ha mai saputo.

GeographicArt #4

Cliccate qui, per capire meglio perché vi proponga carte geografiche.)

Questa notevole “mappa”, pubblicata in origine qui, illustra il continente europeo in base alle opere d’arte tra le più iconiche – ovvero considerabilmente tali – e celebri per ciascun paese. Oltre a rappresentare un divertente gioco per il quale indovinare i vari capolavori raffigurati, riesce in effetti a illustrare in modo tanto immediato quanto significativo (seppur ovviamente diacronico) anche i vari caratteri nazionali europei, che l’arte come forse nessun altra cosa umana ha saputo mettere in evidenza e a suo modo identificare nel tempo.

Qui potete saperne di più sulla mappa e su alcune delle opere d’arte che la compongono.

L'”Arte in viaggio” nel Garda Trentino

Un’altra bella mostra dedicata a suo modo alla rappresentazione artistica del “paesaggio”, osservato attraverso l’insolito punto di vista del viaggio dell’arte in esso, è allestita presso la «Casa degli Artisti Giacomo Vittone» a Canale di Tenno, uno dei più caratteristici borghi del territorio trentino affacciato sul Lago di Garda.
Arte in viaggio. Collezioni, nobili dimore e viaggi. Dal Cinquecento al Novecento, a cura di Roberta Bonazza, è stata realizzata in collaborazione con il Centro Studi Judicaria e presenta la preziosa collezione di opere artistiche normalmente ospitate presso il Palazzo d’Arco-Trentini, nobile dimora estiva sita a Villa di Bleggio e per la prima volta offerte alla visione del pubblico in  un percorso espositivo che rappresenta realmente un viaggio geografico e temporale attraverso diversi momenti della storia dell’arte, dal Cinquecento al Novecento.

Come si legge nella presentazione della mostra, si tratta di «Una trentina di opere pittoriche della collezione del proprietario, Gian Marco Trentini, che delinea efficacemente le diverse stagioni artistiche di questo complesso e denso mezzo millennio. Il titolo Arte in viaggio vuole rimarcare la dinamica e i passaggi di luoghi ai quali le opere d’arte sono sottoposte nel corso del tempo: passaggi di eredità, momenti di decadenza, aste, collezionisti concorrono a eternare ciò che è stato realizzato in epoche diverse». Dunque un viaggio nel paesaggio, sì, ma compiuto non tanto da viaggiatori quanto da opere d’arte che con i loro spostamenti nel tempo vi hanno tracciato una sorta di mappa geoartistica, indiretta ma nemmeno troppo, segnalando in tal modo anche il legame tra le opere, i luoghi che le hanno ospitate e il paesaggio d’intorno del quale i luoghi stessi sono inscindibile espressione materiale e immateriale.

Tra gli artisti in mostra ci sono Scipione Pulzone, Giuseppe Craffonara, Fortunato Depero, Roberto Marcello Baldessari, Vittorio Corona, Mario Sironi, Luigi Bonazza, Karl Plattner, Riccardo Schweizer, Mauro Cappelletti, Aldo Schmid e Omar Galliani.

La mostra sarà aperta dal 9 aprile al 19 giugno e per giunta può rappresentare un buon motivo anche per visitare un territorio disteso tra lago e monti veramente bello, ricco di numerose altre attrattive culturali e naturali nonché generalmente discosto dalle rotte del turismo di massa, per questo ancora più interessante. In ogni caso, sulla mostra potete saperne di più cliccando sull’immagine in testa al post.