Capire veramente la montagna

[Immagine tratta dal sito web del Rifugio Gnutti, “il” rifugio della Val Miller.]

Siamo in tanti su questo pianeta e moltissimi in questa regione – dieci milioni per la precisione. Ma l’orientamento politico resta sempre quello: “crescita” infinita, profitto, investimento in strutture inutili, dannose, dalle prospettive di corto respiro (inaccettabili i contributi pensati per gli impianti di risalita con la crisi climatica in corso e la conseguente necessità di creare la energivora neve artificiale). E così sindaci e assessori a ogni livello si abbeverano ai numeri del profitto – le presenze record – e alla retorica delle zone di montagna depresse economicamente. Un’immagine, questa, falsa per molte aree alpine e prealpine, che non tiene conto della geografia di questa regione, dove dal suo capoluogo – Milano – alle montagne della stessa regione si accede in meno di due o tre ore.
Resta l’aspetto più complesso, però: quello culturale, poco amato dalla politica (a meno che per “cultura” non intendano i Mondiali di Enduro o altre attività aggressive verso la Terra), poiché per la politica l’identità della montagna è un concetto appiattito sul solo parametro del profitto. E il “guadagno” ecologico, interiore, di salute, di rapporto armonico con la montagna, di sentirsi parte di quel tutto così variegato e struggente?

Da qualche tempo Davide S. Sapienza cura per «L’Ordine», inserto culturale de «La Provincia», lo spazio intitolato Questo nomade, nomade mondo, una serie di articoli dedicati al racconto del rapporto tra scrittura, geografia, natura umana, attraverso incontri e riflessioni.
Quello uscito la scorsa domenica 14 settembre, il nono della serie, si intitola Capire la Montagna, maestra di libertà e, senza nulla togliere ai precedenti (anche perché, in quanto “serie”, sono articoli connessi gli uni agli altri), trovo sia tra i più belli e importanti da leggere e meditare.

Lì sopra ne ho riportato alcuni brani; l’intero testo lo potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra.

Gli escursionisti danneggiano la Natura (?)

[Escursionisti sull’Altopiano della Greina, tra i cantoni svizzeri Ticino e Grigioni. Immagine tratta dalla pagina Facebook di TicinoSentieri.]
Sulla testata svizzera “Tio.ch” il 29 agosto scorso è stato pubblicato un articolo intitolato Le escursioni danneggiano la natura? che rimarca come pure l’attività apparentemente più sostenibile che si possa praticare negli ambienti naturali, il camminare, rischi per molti versi di rappresentare una fonte di alterazione e inquinamento ambientali, senza con ciò negare il valore educativo e culturale fondamentali dell’escursionismo.

Ve lo lascio leggere al fine di constatare le cose molto interessanti che riporta; qui invece voglio riflettere un attimo sulle reazioni che, senza dubbio, in alcuni la lettura potrebbe manifestare. Cose del tipo «troppe paturnie!», «be’, ma allora non facciamo più nulla!», «robe da ambientalisti talebani!» eccetera, le quali invero riflettono l’atteggiamento che spesso – per non dire sempre, salvo casi rari – assumiamo nella nostra relazione con il mondo naturale (del quale siamo parte integrante insieme con ogni altro organismo vivente e con tutto il resto). In verità, pensare che anche una semplice camminata lungo un sentiero in montagna possa rappresentare un elemento di disturbo e di inquinamento ambientali non è una semplice sega mentale: innanzi tutto perché è un dato di fatto al quale non si può sfuggire (se non evitando di andarci, in montagna: cosa variamente irrazionale, come capite bene), ma ciò non ci esime dalla responsabilità di averne consapevolezza e di agire in modo da rendere la nostra presenza nella Natura la più primordiale possibile, se mi passate la definizione, ovvero la più armonica con essa e meno dipendente da quella tecnologia che ci ha resi la razza dominante sul pianeta (ancor più della nostra intelligenza, dote invero spesso discutibile) ma con un impatto che ha generati danni vari e assortiti.

Dunque, se la stessa nostra tecnologia così avanzata potrebbe aiutarci ma ancora non lo ha fatto e dà l’impressione di non volerlo fare tanto rapidamente – ad esempio eliminando totalmente i mezzi di locomozione a combustibili fossile oppure risolvendo il problema della dispersione di microplastiche, provocata anche dai capi ultra-tecnici che indossiamo, per dirne due tra le tante – non è una sega mentale ma è un’azione di grande intelligenza e coscienza provare quanto meno a riflettere sulla nostra presenza, anzi, sull’intera relazione che generiamo e intessiamo con gli ambienti naturali nei quali stiamo, sul senso di questa nostra presenza – al netto degli aspetti meramente ludici e ricreativi, ovviamente – su cosa ci stanno dando ma pure cosa noi stiamo dando ad essi attraversandoli e interagendo con la biosfera locale. Peraltro è un esercizio assolutamente semplice – siamo o non siamo Sapiens, esseri intelligenti, pensanti e senzienti? – che arricchisce oltre modo la nostra esperienza in Natura, la bellezza di starci, il godimento dei luoghi e dei paesaggi, il divertimento autentico, il relax e tutto ciò che la Natura sa regalare.

Non ci vuole tanto, insomma, per farci del bene e al contempo fare del bene alla Natura che ci ospita. Anche perché, lo ribadisco, la Natura siamo noi: averne cura o danneggiarla significa avere cura o danneggiare noi stessi. Le vere seghe mentali sono quelle di chi crede che tali pensieri siano “seghe mentali”, esattamente come i cretini sono tali anche per essere fermamente convinti che i “cretini” siano sempre gli altri. Ecco.

Raphaël Krafft, “Passeur”

«Nell’ascensione al Colle di Finestra ci sono il Novecento dell’Europa e le contraddizioni del nostro presente». Mi ha incuriosito fin dal primo sguardo caduto sulla copertina, questa frase che vi campeggia, sia per ciò che dice e sia perché al Colle di Finestra c’ero stato poco tempo prima di scoprire il libro di cui state per leggere, durante una delle mie esplorazioni delle vallate alpine cuneesi – per la cronaca: il colle, escursionistico e privo di strade carrozzabili, si trova in Valle Gesso della Barra, laterale di quella di Entracque, e la collega alla Val Vésubie in Francia (un territorio che tuttavia fu italiano dal 1861 al 1947 nonché zona di confine millenaria fin dai tempi dei Galli e dei Romani); non è da confondere con il Colle delle Finestre, tra Valle di Susa e Val Chisone, più noto del primo soprattutto per essere una salita sovente affrontata durante il Giro d’Italia.

In verità in Passeur, il libro di Raphaël Krafft edito da Keller Editore (2020, traduzione di Luisa Sarlo) la parte nella quale si parla del Colle di Finestra occupa solo le ultime pagine ma ciò non rappresenta affatto un “inganno” elaborato da quella frase in copertina, anzi: Passeur non è soltanto il racconto di un’ascensione ad un passo delle Alpi ma anche, e soprattutto, di una parte di mondo e di spazio umano, di tempo, di vita, di una speranza ovvero di un sogno. Il libro raccoglie le testimonianze dell’autore raccolte nell’autunno del 2015 lungo il confine italo-francese, soprattutto tra Ventimiglia e Mentone, tra i migranti che tentano di entrare in Francia o di raggiungere i paesi del nord Europa, nonché tra i volontari che li assistono, i poliziotti che li contengono, i residenti che li osservano, i viaggiatori che se li ritrovano a fianco condividendo le stesse rotte ma per scopi totalmente e emblematicamente diversi. []

[Immagine tratta da www.editions-marchialy.fr.]
(Potete leggere la recensione completa di Passeur cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

“VALMALEGGO” 2025 è stata un successo (ma fosse stato per qualcuno…)

L’edizione 2025 di “VALMALEGGO” si è conclusa lo scorso venerdì con la bellissima chiacchierata tra Michele Comi e Giovanni Baccolo intorno al suo libro “I ghiacciai raccontano” – ne scrivevo qui – che ha radunato al Rifugio Zoia un sacco di gente interessata, curiosa, partecipe. Come del resto tutti i precedenti appuntamenti di un’edizione che ha rinnovato e accresciuto il successo della rassegna letteraria, mirabilmente curata da Marina Morpurgo (qui il suo sunto della rassegna di quest’anno) con l’imprescindibile collaborazione di Isabella Derla, la libraria ufficiale di “Valmaleggo”.

D’altro canto la rassegna è tra le più originali in assoluto: porta libri e autori in quota (fin oltre i 2600 metri!), nei rifugi di una delle più belle valli delle Alpi lombarde, al cospetto delle spettacolari vette dei gruppi del Bernina e del Disgrazia, così che chi voglia partecipare agli incontri lo possa fare immergendosi in quei paesaggi alpestri così potenti, con il cammino lungo sentieri affascinanti (e mai difficili), accrescendo la forza e il valore dell’esperienza vissuta e, non ultimo, gustandosi le tante prelibatezze culinarie che i rifugi ospitanti sanno offrire oltre alla cordiale accoglienza dei loro gestori. Tutto ciò, costruito esclusivamente su base volontaria.

Insomma, una rassegna “piccola”, rispetto ad altre più patinate, ma grande in ciò che fa e ottiene in termini di autentica valorizzazione: dei libri e degli autori, dell’esperienza del pubblico, dei rifugi, del territorio. Per tutto ciò trovo semplicemente sconcertante che “VALMALEGGO” non goda di nessun patrocinio, morale e materiale, da parte delle amministrazioni pubbliche della Valmalenco e tanto meno di una pur piccola briciola di interesse. Nulla. Perché al netto della volontarietà e dell’entusiasmo, la rassegna qualche spesa la deve inevitabilmente sostenere e fino a oggi è stata coperta da donazioni di privati. Ma come è possibile? Come si fa a dimostrarsi, da soggetti pubblici,  tanto negligenti nei confronti di un evento che alla fine, nel suo “piccolo” (ma solo nella forma, come detto), dà lustro ai loro territori e ne valorizza culturalmente le bellezze in un modo tanto originale e accattivante?

È una cosa inspiegabile e, fatemelo dire, abbastanza irritante, visto poi quanto vengano patrocinate e/o sostenute, a volte, certe altre iniziative del tutto discutibili nei confronti dei territori in questione.

Ma anche stavolta è il caso di dire che la speranza è l’ultima a morire e, nonostante l’atteggiamento sopra descritto, di augurarsi che i soggetti pubblici malenchi (e non solo) si ricredano e comprendano il valore di “VALMALEGGO”: un valore potenzialmente enorme per la valle, se adeguatamente sostenuto. Ovvio poi è augurarsi parimenti che il sostegno dei privati continui e magari si rinforzi pure, tuttavia, ribadisco: care amministrazioni malenche e valtellinesi… dove siete? Avete paura di chi fa cultura? Di chi porta tante persone nei rifugi della valle non per le futili lusinghe di un influencer social ma di autori e libri di pregio? Insomma, battete un colpo! Anzi, molti più d’uno!

Speriamo in bene e, comunque vada, appuntamento all’anno prossimo ai piedi del Bernina e del Disgrazia per la prossima, terza edizione di “VALMALEGGO”!

Un genio in vetta al Monte Rosa

[La parte sommitale del Monte Rosa, con la Punta Dufour al centro e, a sinistra, la Nordend. Foto di Jackph, opera propria, pubblico dominio; fonte commons.wikimedia.org.]
Immagino sia ovvio sostenere che tutti gli appassionati di montagna – e molti che non lo sono – conoscano il Monte Rosa, secondo massiccio più elevato delle Alpi dopo il Monte Bianco (ma il primo per l’altezza media delle sue vette); magari non tutti sanno che la massima sommità del Rosa si chiama Punta Dufour, alta 4634 metri; probabilmente tanti non sapranno perché si chiami così, ovvero chi fosse tal Dufour. Il quale invece fu un personaggio grandissimo, spesso considerato un “genio” dell’Ottocento per tutte le cose innovative che seppe pensare e realizzare.

[Dufour in un dagherrotipo del 1850. Fonte commons.wikimedia.org.]
Guillaume Henri Dufour, che proprio il 15 settembre “compie” 238 anni essendo nato nel 1787 e morì esattamente 150 anni fa, nel 1875, fu «un generale, ingegnere e politico svizzero», dice Wikipedia, ma queste qualifiche, pur già “importanti”, ancora non rendono giustizia al personaggio. Innanzi tutto gli appassionati di geografia (che temo non siano più troppi, nel nostro paese) lo conoscono per la Carta Dufour, la prima opera cartografica ufficiale della Svizzera e “madre” di tutte le carte geografiche moderne per come fissò nuovi standard internazionali al riguardo, al punto da essere premiata con la medaglia d’onore all’Esposizione universale di Parigi del 1855 nonostante non fosse ancora completa.

[La tavola XIII “Interlaken, Sarnen, Stanz” (datata 1864), della Carta Topografica della Svizzera o Carta Dufour. La trovate con tutte le tavole ben più grandi e dunque leggibili qui.]
Da ingegnere progettò numerosi ponti, tra i quali nel 1823 la passerella di Saint-Antoine a Ginevra, il primo ponte sospeso permanente con cavi metallici d’Europa; ideò e sostenne i primi impianti di illuminazione pubblica delle città svizzere; ancora nel 1823 creò il primo servizio regolare di battelli a vapore sul Lago Lemano; nel 1857, quando ancora il treno rappresentava un mezzo di trasporto futuristico, Dufour ne comprese le potenzialità e promosse il primo collegamento ferroviario regolare tra Ginevra e Lione, conferendo alla città svizzera un ruolo pionieristico nel trasporto ferroviario; in seguito collaborò alla determinazione dei tracciati delle linee ferroviarie elvetiche, tutt’oggi considerate capolavori dell’ingegneria civile.

[Il ponte di Saint-Antoine in una litografia del 1830 circa. Fonte commons.wikimedia.org.]
Applicò le proprie competenze anche alla ricerca scientifica, svolgendo numerose attività in diversi campi tra cui la geometria, le proiezioni, la resistenza dei solidi, la meccanica applicata, la geodesia, l’idraulica, la limnometria, la gnomonica, eccetera.

Inoltre, nel 1863 fu uno dei cinque cofondatori del Comitato internazionale di soccorso ai militi feriti, che in seguito divenne il Comitato Internazionale della Croce Rossa, di cui fu il primo presidente. D’altro canto nelle vesti militari – nelle quali divenne capo di stato maggiore generale, la massima carica elvetica – fu un generale illuminato, portato alle rappacificazioni più che alle belligeranze al punto da essere ancora oggi ricordato come il “costruttore di ponti della nazione” anche dal punto di vista politico, non solo da quello ingegneristico.

Solo come politico non fu granché, ma perché la politica, nella quale ci finì più per dovere civico che per altri motivi, non la amava e non lo appassionava: i dibattiti, le lotte tra partiti e le manovre politiche non facevano per lui, preferendo ruoli da mediatore neutrale e di esperto capace di superare le divisioni ideologiche. Ai miei occhi ciò rende Dufour una figura ancora più apprezzabile, se posso dire.

[La parte sommitale della Punta Dufour. Foto di Francofranco56, opera propria, pubblico dominio; fonte commons.wikimedia.org.]
Insomma: Dufour fu un personaggio estremamente interessante e affascinante, certamente uno degli “uomini del secolo” europei. Ciò spiega perché la massima vetta del Monte Rosa gli venne intitolata non quale omaggio postumo ma fin dal 1863 per decisione del Consiglio Federale, una dozzina d’anni prima della scomparsa quando era ancora ben attivo nelle sue varie occupazioni. Be’, posto tutto quanto ho rimarcato fin qui, chi abbia asceso la punta Dufour o voglia farlo in futuro, ora saprà di potersi ancora più compiacersi – e/o vantare – di tale “conquista” alpinistica!