Paesaggio fa rima con viaggio

[Foto di Schwoaze da Pixabay.]
Paesaggio fa rima con viaggio (e viceversa): mi viene da pensare che non sia una mera coincidenza lessicale, questa, quantunque l’etimologia dei due termini abbia comuni radici franco-latine e simili riferimenti originari di natura geografica.

Penso infatti che il paesaggio possa essere considerato a suo modo un “viaggio”, solo che in tal caso è il mondo che si “muove” attorno a noi, non viceversa. Quando ricaviamo e determiniamo la concezione di “paesaggio” attraverso l’osservazione e la percezione sensibile di un territorio, è come se gli elementi che lo formano “viaggino” intorno a noi e poi dentro di noi, nella nostra mente e nel nostro animo, lì dove le personali conoscenze culturali, sensibilità, impressioni, emozioni, percezioni, ne traggono la visione particolare che definiremo proprio come “paesaggio”. E qualsiasi elemento di esso è unito e in relazione a ogni altro: attraverso queste vie immateriali noi muoviamo i nostri sensi pur restando fermi ed è come se quegli elementi del paesaggio ci venissero incontro, facendo sì che li si possa radunare nella mente e, appunto, contribuiscano a formare l’idea di “paesaggio” che è l’immagine determinata del territorio attraverso il quale poi potremo materialmente viaggiare: ma sarà un viaggio di ritorno, per così dire, che chiude e rende compiuto un movimento circolare virtuoso grazie al quale possiamo dirci in relazione con quel territorio, con i luoghi che ospita, con l’ambiente che lo caratterizza e col paesaggio che lo identifica altrettanto compiutamente.

Aveva ragione Bruce Chatwin quando, in Anatomia dell’irrequietezza, scriveva che «Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.» Ecco: è la forma del paesaggio che ha viaggiato fin dentro la nostra mente, la cui forma sarà in qualche modo speculare alle forme del territorio dal quale scaturisce quel paesaggio. Un’armonia fondamentale che può, anzi deve stare alla base della nostra relazione con il mondo, e con la quale possiamo certamente dire di poterci stare bene, di viverci bene perché il mondo “vivrà bene” anche grazie alla nostra presenza.

 

Ciò che ci insegna la civiltà africana

[Un pastore Masai. Foto di Bertrand Lacote, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

All’equilibrio ecologico corrispondeva un equilibrio nel campo delle relazioni umane, un equilibrio ideale di diritti e di doveri di parentela, talvolta molto semplice, spesso molto complicato e quasi sempre costruito in funzione di pressioni bilanciare tra le diverse sezioni della società: in maggioranza fra discendenze e gruppi di discendenza. Questo equilibrio ideale di relazioni di parentela, considerato essenziale per quell’altrettanto ideale equilibrio con la natura che era di per se stesso garanzia materiale di sopravvivenza, richiedeva specifici modelli di condotta. Gli individui potevano avere dei diritti, ma li avevano in virtù solo dei doveri che assolvevano verso la comunità.

In questo passaggio del suo celebre volume La civiltà africana, Basil Davidson (che di storia dell’Africa è stato considerato tra i massimi esperti in assoluto) rimarca indirettamente – ma non troppo – una colpa che noi civiltà avanzate occidentali manifestiamo rispetto a quelle altre comunità umane che, dall’alto del nostro progresso, abbiamo sempre considerato (più o meno marcatamente) arretrate: l’incapacità, ovvero la capacità perduta, di concepirci in relazione con la Natura proprio come civiltà, come rete strutturata di individui che abitano un territorio e il suo ambiente naturale con i quali dover necessariamente instaurare un equilibrio biologico proficuo per entrambi, umani e Natura, al fine di viverci al meglio e contemporaneamente garantire tale condizione a lungo nel tempo attraverso la salvaguardia del territorio stesso – a prescindere dalle forme attraverso le quali istituire e manifestare tale equilibrio nonché dal grado di progresso tecnologico e culturale raggiunto, ovviamente: non è questo il fulcro attorno a cui ruota la questione. Invece gli occidentali da tempo hanno rotto quell’equilibrio e ne hanno dimenticato l’importanza: avremmo la tecnologia per restare in armonia con il mondo che viviamo e con la sua Natura e invece la utilizziamo da decenni per distruggerlo. Anche in Africa, dove abitano quelli “arretrati” che vivono ancora nelle capanne di fango ai quali, anche sul tema suddetto, vorremmo insegnare il nostro “progresso”, già.

Un filo logico

Ora, a me sul serio non piace mostrarmi eccessivamente polemico (il giusto, diciamo) o, peggio, malpensante, e cerco per quanto mi è possibile di scrivere cose che dimostrino una matrice sempre costruttiva o almeno utile a un proficuo dibattito, ecco.

Posto ciò, devo anche dire che fatico parecchio a trovare un filo logico tra un intervento che destina per tutto il territorio lombardo 15 milioni di Euro a favore di un ambito a dir poco strategico, quello delle aree naturali protette, in primis per il buon futuro della regione e dei suoi abitanti…

…e un altro che ne destina 12,5 milioni a una sola zona, geograficamente limitata, in gran parte a favore di un ambito, quello dello sci su pista, che risulta privo di qualsiasi futuro sostenibile, sotto ogni accezione del termine. E cito solo l’ultimo – dacché ne ho scritto di recente – di una lunga serie di interventi simili, anche finanziariamente:

Senza polemica, appunto, ma mi piacerebbe molto conoscere e analizzare le basi politiche, amministrative, economiche, ecologiche e culturali che, a quanto pare, sostengono tali interventi. Magari alla fine le trovo ammissibili, non lo escludo affatto (non sono nemmeno un apriorista, per nulla) oppure forse no, anzi, peggio. Chissà.

Una bella foto. Anzi no, terribile

L’immagine fotografica che vedete qui sopra è bellissima e, al contempo, terribile.
È stata scattata qualche giorno fa da Michele Comi dalla parete Ovest del Torrione Porro e mostra la Val Ventina con l’omonima vedretta, tra la dorsale che dal Pizzo Cassandra scende al Pizzo Rachele, a sinistra, e i contrafforti orientali del Monte Disgrazia a destra. Il luogo è meraviglioso ma è in condizioni inquietanti: sembra un’immagine scattata a fine estate, quando ormai la copertura nevosa invernale si è dissolta, e invece è di maggio e l’intero territorio visibile nella foto sarebbe ancora dovuto essere pressoché bianco di neve, in condizioni climatiche normali. O forse è ormai il caso di dire in condizioni climatiche d’un tempo, visto che la nuova “normalità” al riguardo, posto l’andamento recente del clima, facilmente sarà questa.

Terribile, senza alcun dubbio. Eppure temo che, se l’immagine venisse mostrata ad un variegato campione di persone, molte ne coglierebbero la bellezza paesaggistica più che il messaggio climatico. Il problema culturale di fondo, al riguardo, è proprio questo: il clima sta inesorabilmente cambiando, noi stiamo realmente cambiando la consapevolezza al riguardo?

P.S.: nel frattempo, leggo il report del Servizio Glaciologico Lombardo che riporta i dati di innevamento in due delle stazioni di riferimento sulle montagne lombarde. Al Lago Reguzzo (Alpi Bergamasche, quota 2440 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 240 cm, quest’anno non c’è già più neve. Alla Vallaccia (Alpi di Livigno-Dosdè-Piazzi, quota 2670 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 170 cm, quest’anno non c’è già più neve. Non era mai accaduto prima che la neve al suolo si sciogliesse così precocemente: rispetto ai record precedenti quest’anno è avvenuto quasi 15 giorni prima alla Vallaccia e quasi un mese prima al Lago Reguzzo.

Una cartolina dalla Val Poschiavo

«C’era in cima al pendio che declina in boschi e prati dal Sassalbo verso il lago di Poschiavo, un’alpe; la quale, fossero i sassi di cui una volta era ingombro, fossero le belle rocce del Sassalbo che vi risplendevano sopra, si chiamava (e ancora si chiama) Sassiglione. Lassù s’erano raccolti un bel giorno i pastori a fare il burro. Mentre se ne stavano a lavorar di lena, chi ad affaticarsi presso la zangola, chi a sbracciare ne’ tini dentro la bella pasta del burro che ben si rappigliasse, ecco arrivare una frotta di quei selvaggi. Come se fosse apparso il diavolo! I poveri restarono tutti senza fiato a guardare i musi d’orso dei sopraggiunti. Costoro invece come se fossero gente di casa, dan mano al latte, lo versano nelle zangole e in men che non si dica ne cavano il più bel burro biondiccio e compatto da far gola anche a un morto. Eppoi addosso al siero del latte, lo riversano nelle caldane, fanno fuoco, soffiano, mestolano e alla fine davanti agli occhi dei pastori intontiti ne vuotano gran copia di bella cera profumata e limpida. E cociando allegramente ripartano via all’improvviso come erano venuti. E gli uomini tant’erano spaventati e stupiti, nemmeno seppero ricordarsi dello strano gioco e, prova e riprova, essi non riuscirono mai a cavar dal siero del latte la preziosa cera delle api.»

Questa è una delle più suggestive leggende sul tema dell’Uomo Selvatico, che da qualche tempo sto indagando e studiando per il suo notevole valore emblematico rispetto all’ambito culturale montano. Uno dei tratti comuni di queste narrazioni vernacolari è la testimonianza della sapienza ancestrale posseduta dai selvatici, in particolare circa l’arte casearia, che trasmettono agli umani i quali si dimostrino amichevoli; la leggenda poschiavina offre una curiosa variante a tale narrazione.

La montagna dalle rocce chiare ritratta nella cartolina (la cui immagine viene da qui), è proprio il Sassalbo citato nella leggenda – oronimo che significa giustappunto “sasso bianco” – la cui mole domina buona parte della Val Poschiavo, uno dei territori della Svizzera italiana posti sul lato meridionale dello spartiacque alpino. La posizione della valle, sorta di ponte geografico, storico e culturale tra la regione culturale italiana e quella elvetico-germanica, ha probabilmente agevolato la generazione di narrazioni di matrice mitico-leggendaria con protagonisti streghe, santi, salvanchi (così vengono chiamati in zona i selvatici) e creature variamente fantastiche, delle quali la zona è oltre modo ricca. Se ne volete sapere di più, al riguardo, qui trovate un bel volume che tratta l’argomento.