Voi credete agli UFO, agli extraterrestri? Beh, io no. Oddio, mi piacerebbe crederci, ma ho sempre pensato che se una razza aliena sia talmente più avanzata di noi da saper superare le distanze interstellari e giungere da queste parti, chissà, magari di saltare da un universo a un altro, da una dimensione all’altra, insomma, una razza che sia così tecnicamente e scientificamente onnisciente, possibile che scelga di scendere proprio qui, sulla Terra, così stoltamente da non rendersi conto della rozzezza della specie vivente che la domina e da qualche secolo la concia per le feste rendendola un postaccio meno raccomandabile delle strisce pedonali per un passante d’una qualsiasi città terrestre (appunto)?
(Tizio Tratanti in LA MIA RAGAZZA QUASI PERFETTA, Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2010, ISBN 978-88-96838-03-7, Pag.120, € 12,00.
Cliccate sulla copertina del libro qui accanto per conoscerne ogni altra informazione utile. Anche riguardo gli alieni, sì!)
Se raccogliessero tutte le frasi che ho detto capirebbero che sono un idiota e la smetterebbero di farmi domande.
Andy Warhol moriva a New York il 22 febbraio 1987. Esattamente trent’anni fa se ne andava uno che aveva capito moltissimo – più e prima di innumerevoli altri – di come andava il mondo e di come sarebbe andato nel futuro. Un “idiota” senza la cui visione di quel mondo – il nostro mondo – probabilmente saremmo (noi sì) ben più idioti di quanto siamo.
Ripensando a quanto hai e avete fatto con Radio Alice… non ti chiedo se rifareste tutto quanto perché sono certo sia una domanda retorica, ma c’è qualcosa che potevate e dovevate fare meglio, o che non avete fatto e volevate fare, oppure qualcosa che avete fatto e, con il senno di poi, non dovevate fare?
«Singole cose oggi, col senno di poi, probabilmente le farei in modo diverso rispetto a come le mettemmo in atto allora. Ad esempio, mi attrezzerei per registrare e creare una memoria di tutto quello che andrebbe in onda, ovvero per avere la possibilità di replicare i contenuti prodotti e farli sopravvivere. Al di la di queste singole cose, tuttavia, oggi come allora rimetterei in pratica uno dei concetti fondamentali che fu della radio, ovvero la scelta di non essere proprietari di un’idea, di un modello o invenzione che dir si voglia. Tutto ciò che facevamo era a disposizione di chiunque, e chiunque ne poteva fare ciò che voleva.» Si può dire che avete inventato l’open source, in pratica.
«Sì, è così. Lo abbiamo inventato coscientemente, con consapevole logica e, ribadisco, ancora oggi questo concetto non lo cambierei di una virgola. Noi con Alice abbiamo veramente creato un essere vivente, che in quanto tale non si può “possedere” e che vive una sua vita con la quale ogni cosa può e deve interagire. Ci tengo molto a questa cosa.»
(Dall’intervista-chiacchierata-confessione con Valerio Minnella, uno dei padri di Radio Alice, ospitata nel mio libro Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre. Nel frattempo, si avvicina il quarantennale della chiusura di Radio Alice, avvenuta la sera del 12 marzo 1977: uno degli eventi più noti ed emblematici della storia italiana di quegli anni nonché, ora, ricorrenza da onorare con prossime nuove presentazioni pubbliche del libro. Seguite il blog e a breve ne saprete di più.)
Luca Rota Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre. Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016, ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00 In tutte le librerie e sul web Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più.
Eccolo lì, onnipresente sopra ogni cosa cittadina, il Pilatus, il mitologico e possente vegliante che impenna le sue vigorose membra rocciose verso il cielo…
Il Pilatus è “la” montagna di Lucerna. Le si staglia all’orizzonte settentrionale, immancabile ogni qualvolta si guardi in quella direzione da qualsiasi angolo della città. Basta voltare un angolo, infilare lo sguardo tra una torretta merlata e un cornicione e ne vedi la vetta. E’ una sorta di sobborgo cittadino fatto di magri pascoli e pinnacoli rocciosi, che quasi di colpo si innalzano dall’hinterland collinare lucernese, dolcemente ondulato e virente. Non è incombente, opprimente, non ruba lo sguardo dal panorama cittadino, non oscura paurosamente le acque del lago e non rovina in qualche rude e selvaggio modo l’elegia urbana; ma c’è, inevitabilmente, ed è proprio lì dove un attento fotografo o pittore lo metterebbe per avere il miglior sfondo possibile all’immagine della città. Il più bravo attore non protagonista in un film da nomination all’oscar (con vittoria pressoché certa per la scenografia).
Ma per lungo tempo la superstizione popolana che nei solchi delle profonde vallate alpine s’ammantava sovente di grottesco bigottismo aveva bollato il Pilatus con lo status di “monte maledetto”. Mons Pilatus, ovvero “Monte di Pilato”. Sì, lui, Ponzio. (…)
(Pagg.97-98)
Luca Rota Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00
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È inutile che io ora, qui, vi rimarchi chi fosse Jean-Michel Basquiat e quanto sia stata originale la sua opera artistica. Motivo in più, questo per invitarvi semmai a visitare – se non l’avete già fatto – la mostra al MUDEC di Milano (avete tempo fino al 26 febbraio): ottima mostra in un bel luogo museale, ottimo allestimento (cronologico: il più elementare e immediato tanto quanto il più efficace, sempre), e più che ottima quantità di opere presenti, considerando che Basquiat produsse molto (e molto distrusse) ma in soli sette anni effettivi di “carriera”, dunque relativamente poco – pare che non siano più di 250 i dipinti oggi in circolazione.
Piuttosto, ho trovato affascinante interpretare i tanti lavori con sia elementi figurativi che testo scritto, ovvero parole utilizzate come vero e proprio segno artistico, oltre che espressivo, quali opere di una particolare, originale forma di poesia visiva. Basquiat ha lasciato numerosi taccuini giovanili fittamente ricoperti di componimenti poetici, o qualcosa di assimilabile alla poesia, e fu lo stesso artista ad affermare più avanti: “Uso le parole come fossero pennellate”. Ma quelle sue parole mostrano se possibile una forza espressiva anche maggiore d’un “semplice” segno pittorico e, al contempo, una misteriosa suggestione derivante dalla non immediata (eufemismo!) comprensibilità del senso di esse. Sono specie di aforismi ermetici, giochi di parole sfuggenti, frasi spesso scoordinate ma che in questa loro scrittura sbilenca riescono a manifestare efficacemente l’ambiente urbano di strada della New York anni ’80, quella che già presentava la sfavillante decadenza esportata poi un po’ ovunque nel mondo occidentale – per restare in zona, ricorderete la “Milano da bere”, ecco.
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D’altro canto, la forma scritta e “anti-poetica” di Basquiat mostrava pure una forte ricerca di sperimentazione concettuale, perfettamente allineata a quella manifestata dai tratti figurativi – coi suoi iconici teschi in primis. È ancora Basquiat stesso a rivelare: “Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più”, dunque a confermare la precisa volontà di ricerca d’una nuova espressività concettuale, che utilizza la forma di comunicazione più antica – dopo quella verbale – ma la contestualizza all’ambito quotidiano d’intorno, inquietante tanto quanto affascinante, chiedendo al contempo a chi si rapporti alle sue opere di leggere, cercare di riflettere e di comprendere, sforzarsi di superare il mero valore estetico-artistico (non a caso il Basquiat-artista odiava il mondo dell’arte) per tornare ai significati delle cose, ai messaggi, alla comunicazione di qualcosa di importante che resti a gironzolare nella testa anche fuori dal museo, dalla galleria d’arte, quando magari ci ritrova nello stesso ambito, o in uno similare, che fu per Basquiat così ispirante e caratterizzante.
Ottima mostra, da non perdere per tutte quante le suggestioni di molteplice segno, appunto, che sa suscitare. Potete goderne fino al 26 febbraio, appunto.