Matera, capitale europea della… incultura?

Dicevano, motivando l’assegnazione del titolo di “capitale europea della cultura 2019” a Matera, che “L’obiettivo di Matera di porsi alla guida di un movimento finalizzato all’abbattimento degli ostacoli che impediscono l’accesso alla cultura è visionario”.

Bene, agosto 2017: delle (sole!) tre librerie cittadine, una è a rischio di chiusura. Riguardo i lavori programmati in poli culturali fondamentali per la città – e per una “capitale della cultura” ancor di più – come il restauro del Museo, il potenziamento della sede universitaria o la stabilizzazione della Biblioteca provinciale, «Non sono neppure state avviate le pratiche». Nel frattempo, i celeberrimi Sassi «si stanno trasformando in un bazar, rinnegando la loro storia. Dove c’erano officine, magazzini, cantine, ora i turisti dormono, mangiano, si abbronzano».

Ma tranquilli, manca ancora un anno e mezzo di tempo al 2019 e non si può non restare coerenti con quanto asserito nella citazione in testa all’articolo: infatti, sperare che in questo tempo rimanente la città diventi una vera e giustificata capitale europea della cultura non trovate sia altrettanto visionario?

Un attimo… vediamo cosa ha ribattuto l’assessore cittadino ai Sassi e alla Gestione Unesco: «Il percorso tecnico è definito, ora la parola passa alla volontà della politica».
Ah, la “volontà della politica”, dice?
Sì, assolutamente, totalmente, inesorabilmente visionario!

Sia chiaro: che l’intero anno 2019 in veste di “capitale europea della cultura” per Matera sia un successo strepitoso. Sperando che nel frattempo si determini cosa si voglia intendere per “cultura”: forse è questo il vero nocciolo della questione nonché l’autentico progetto di sviluppo a lungo termine per la città, ben oltre il 2019.

N.B.: fatti e citazioni riportate nell’articolo sono tratte da La Stampa, qui.

Morire non val la pena, costa troppo caro (Arno Camenisch dixit)

Per ora la montagna è seduta da brava dietro il paese come una nonnina, ma non voglio sapere ancora per quanto. Tuona, lui prende l’ombrello dal sacchetto di plastica. Anche il Benedict era convinto di poter contare sul buon Dio e voleva solo finire di tagliar l’erba attorno alla sua baita, quel mucchio di assi che se ne stava in mezzo al prato come un pacco sorpresa, e invece è arrivata la montagna. Mh, la osserva. Alla vita non scampiamo, dice lui, ma neanche morire val la pena, costa troppo caro.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.69-70.)

D’altro canto è risaputo, che se si conta troppo sul “buon Dio” si finisce per morire prima… dunque non ne vale la pena, di contarci troppo: meglio vivere la vita il più a lungo possibile e nel migliore dei modi, no?
Peraltro così avrete tutto il tempo per cliccare sull’immagine di Camenisch qui sopra e leggere la personale recensione de La cura, eh!

Summer Rewind #7 – Mark Lombardi, quando l’arte sa illuminare la parte più oscura e torbida della realtà

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 30 luglio 2013.)

Da scrittore dotato di grande passione per la scrittura letteraria e per assimilabile grande passione verso l’arte contemporanea, sono da sempre molto interessato e affascinato da quelle forme d’arte che integrano in modo più o meno cospicuo il segno grafico con le parole scritte, ovvero con un testo che sia leggibile e che dunque palesi un determinato senso tematico/letterario.
Posto ciò, devo ammettere la colpa di non aver mai adeguatamente approfondito la conoscenza dell’opera di Mark Lombardi, artista concettuale americano che tuttavia definire in tal modo risulta parecchio limitante, se non per certi aspetti lombardi_photofuorviante. I suoi disegni, diagrammi ovvero infogrammi di precisione maniacale con i quali metteva in correlazione i poteri forti, le varie lobby politiche, economiche, industriali e finanziarie e vari settori delle classi dirigenti con la criminalità e il terrorismo internazionale di varia natura, formano delle figure perfette e armoniose, in tal modo dimostranti un’armonia grafica riconducibile alla matrice estetica dell’arte, ma nel contempo illustrando e illuminando la realtà – torbidissima e sovente spaventosa, inutile dirlo – di quei poteri dominanti, e di buona parte della realtà che da essi derivava e tutt’oggi deriva – in primis gli attentati dell’11 Settembre 2001, pochi giorni prima dei quali Lombardi morì d’una morte che in alcuni desta ancora Lombardi-bushbinladen_photopiù d’un sospetto – e della quale stiamo subendo le conseguenze planetarie, chissà ancora per quanto tempo (a proposito, tanto per dire: ingrandite la foto qui accanto, e meditate…)
Dicevo poco sopra che qualsiasi definizione si porvi ad usare per l’opera di Lombardi risulta facilmente fuorviante… Lombardi era una artista, ok, le cui opere tuttavia ben poche persone riconoscerebbero come “d’arte”, intendendo l’accezione classica ed estetica di questa definizione; però, come detto, i disegni prodotti sono talmente belli, nel segno grafico, che assurgono realmente al rango di arte contemporanea concettuale e minimalista. Ma, con la sua arte e con quanto rivela, Lombardi era pure un cronista sui generis, uno che veramente illuminava le realtà dei fatti in modo libero e indipendente: in effetti il testo utilizzato nelle sue opere è composto soltanto da nomi, date e pochi altri appunti funzionali al disegno raffigurato.
Tuttavia, al di là di qualsiasi definizione, etichetta o catalogazione pensabile, Mark Lombardi con la sua arte ha attuato come pochi altri il senso precipuo e fondamentale che da sempre le discipline artistiche devono e dovrebbero conseguire, ovvero la raffigurazione della realtà attraverso una matrice estetica e al contempo tematica ed espressiva che permetta a chi ne fruisce di riflettere su quanto raffigurato, di valutare, di considerare e magari di comprendere. L’arte non deve imporre una qualche idea o, peggio verità – sarebbe altrimenti mera propaganda, come quella utilizzata dai regimi – ma, appunto, deve offrire un punto di vista perspicace, penetrante, illuminante e se possibile alternativo su quella realtà. Deve agevolare la libertà di pensiero, insomma, esattamente come l’arte è manifestazione di libertà espressiva, in senso grafico e non solo. E Mark Lombardi, nei suoi lavori, lo ha saputo fare benissimo, peraltro mettendoci davanti agli occhi la potenziale verità sugli ultimi 30 anni almeno di geopolitica internazionale, su come ciò che ci è stato presentato e imposto come “bene” ma che sovente è l’esatto contrario, nonché – allo stesso modo – su certi “nemici dell’Occidente” che invece erano (e sono) amici, e pure fraterni…

Su Mark Lombardi in Italia c’è pochissimo materiale. Di recente RAI 5 – l’unico canale della televisione pubblica italiana degno di essere visto! – ha mandato in onda il documentario Mark Lombardi – Kunst und Konspiration realizzato dalla regista tedesca Mareike Wegener, il cui promo è questo:


Poi, per citare un paio di altre fonti utili su Lombardi, questo è l’articolo di Wikipedia (in inglese), mentre questo è il sito della Pierogi Gallery di Brooklyn, che ne detiene le opere (visibili in una interessante selezione). Ma, appunto, se avete una buona dimestichezza con la lingua inglese, potete trovare molti altri documenti interessanti, sul web: Mark Lombardi è un personaggio che merita assolutamente di essere conosciuto e apprezzato in tutto il suo grandissimo valore, e per quanto sappia aprirci occhi e mente sul nostro mondo contemporaneo.

Emperor, “Anthems to the Welkin at Dusk”, 1997-2017

Esattamente 20 anni fa, nel luglio 1997, veniva pubblicato un album destinato a diventare una pietra miliare del rock estremo da parte di una band oggi considerata, a sua volta, la migliore di sempre nel genere black metal: Anthems to the Welkin at Dusk degli Emperor.

Fino a quel momento “black metal”, per gran parte del pubblico, anche di quello più dedito alle sonorità rock, era rappresentazione della parte peggiore della musica, sinonimo di rumore, di caos, di negazione d’ogni buon concetto di arte musicale – senza contare la fama “nera” del genere, appunto.
Gli Emperor, band composta di raffinati musicisti guidati da un leader, Ihsahn, estremamente colto e preparato, già aveva dimostrato con il precedente lavoro, In the Nightside Eclipse, di poter intessere sulla tipica base black metal strutture assai più raffinate, palesemente derivanti dalla musica classica e nonostante ciò estremamente potenti e d’impatto. Ma è con Anthems che tale già ottimo amalgama viene estremamente elaborato, perfezionato, ancor più potenziato ed estremizzato ma, al contempo, reso pure incredibilmente sofisticato e raffinato al punto da raggiungere livelli artistici sublimi. Per i suoi brani si parla di operistic black metal, dacché la struttura classica di essi diventa ancora più evidente (si ascolti With strenght i burn, ma già l’intro Alsvartr (The Oath) è pura classica sperimentale contemporanea – senza contare che gli Emperor scelgono di registrare l’album presso i Grieghallen Studios di Bergen, in omaggio al celeberrimo compositore norvegese Edvard Grieg), ma si parla pure di cosmic black metal, per come certe atmosfere create in essi rammentano gelide atmosfere spaziali attraversate a velocità luminali (The Acclamation of Bonds). Tuttavia da subito, con il primo vero brano dell’album, Ye Entrancemperium, gli Emperor fanno capire quanto meravigliosamente potente e devastante sa essere la loro musica, velocissima, virtuosistica, intricata, destinata palesemente a segnare un punto fermo nella storia non solo del genere ma dell’intero panorama rock. È dopo la pubblicazione di Anthems… che qualcuno scrisse Emperor performs Sophisticated Black Metal Art exclusively, “Gli Emperor eseguono esclusivamente sofisticata arte black metal”, una sorta di motto che poi la band ha fatto proprio e che tutt’oggi rappresenta la miglior definizione dello spessore artistico dell’ensemble norvegese, sancendone il primato assoluto nel genere.

In ogni caso non è mia intenzione ora, qui, farmi una recensione d’un’opera musicale talmente celebrata da far che possiate trovarne a decine, di recensioni, sul web. Preferisco rispondere alla domanda che forse vi starete facendo: “Embè, perché ci parla di questo album?”. Perché è un album che ritengo fondamentale tra le cose grazie alle quali posso dire di essere ciò che sono – nel bene e nel male, ovviamente. A differenza di tanti altri, credo la musica qualcosa la cui fruizione trovo estremamente personale, intima, e assolutamente “referenziale”. Non pubblico quasi mai brani musicali graditi, ne qui e nemmeno sui social, e ciò non solo perché possa credere i miei gusti non così “comuni”. Semmai proprio perché certi brani musicali si fanno vera e propria colonna sonora profondamente intima dell’esistenza – e non è un mero luogo comune, tale definizione – e proprio perché una musica tanto particolare, tanto forte e così identificante come quella di Anthems… non può essere “consumata” in semplici ascolti fugaci e distratti, che ne banalizzerebbero il valore che personalmente trovo di attribuire loro. La musica degli Emperor in Anthems… ha realmente contribuito a forgiare una personale visione del mondo, ad alimentare un’energia creativa, a determinare certi punti fermi individuali, a intessere un legame – di genere particolare ma senza dubbio peculiare – tra la mia parte interiore e il mondo d’intorno. È come se la musica, le atmosfere sonore, i ritmi, le armonie e le disarmonie, l’impatto acustico nonché lo spessore artistico di quei brani, una volta ascoltati, analizzati, compresi, assimilati, metabolizzati, siano diventati – per così dire – il suono della mia esistenza, una vibrazione armonica-biologica, qualcosa su cui il mio essere deve accordarsi. Poi, per carità ascolto di tutto e di più e con gran piacere, ma ogni tanto quell’accordatura deve nuovamente realizzarsi, inevitabilmente.
Sembra banale affermare che, vent’anni fa, se avessi ascoltato tutt’altra musica, il modo con cui osservo e percepisco il mondo sarebbe diverso da quanto invece è, ma è esattamente così. Il tutto nel bene e/ nel male, ribadisco: ma, per quanto mi riguarda, sono ben fiero che sia andata in questo modo.

Nel corso dell’intera estate 2017 gli Emperor, riformata la band per l’occasione, sono impegnati in un tour celebrativo del ventennale di Anthems to the Welkin at Dusk, riproponendo sul palco l’intero album – vedi sopra la recente esibizione al Wacken Open Air, uno dei più grandi festival rock europei. Guarda caso, non è prevista alcuna data in Italia. Spiace dirlo, ma con tutta evidenza la gran parte del pubblico italiano non è adeguatamente preparato a recepire e comprendere una proposta musicale tanto elaborata e raffinata quanto quella degli Emperor. D’altro canto, Emperor performs Sophisticated Black Metal Art exclusively. Appunto.

Luca Bizzarri a Palazzo Ducale di Genova: c’è da ridere, o c’è da piangere?

Sta facendo molto scalpore la nomina del noto comico televisivo Luca Bizzarri alla guida di Palazzo Ducale, la più prestigiosa e importante istituzione culturale genovese – inutile che vi riassuma qui la vicenda, trovate di tutto e di più un po’ ovunque sul web; tutt’al più, come approfondimento più consapevole di altri, leggete quest’articolo di Artribune.

Sinceramente, di primo acchito, io nella vicenda ci vedo molto meno male di tanti altri (le cui rimostranze capisco perfettamente, d’altronde) e principalmente per due motivi: primo, la nomina è stata totalmente politica (un accordo tra comune e regione, che “puntavano su un genovese famoso capace di attrarre sponsorizzazioni”, sic!) e in politica si sa che da tempo ci finiscono da tempo i più incompetenti al riguardo che la società civile nostrana sappia esprimere, dunque – non me ne voglia, Bizzarri – la suddetta nomina appare del tutto “consona”. Secondo, e nonostante quanto appena detto, non è affatto automatico che una persona non competente nel campo che gli è stato affidato ma considerabilmente dotata di passione, buon senso e voglia di fare, farà certamente peggio di altre figure professionali proprie del settore in questione e dotate di confacenti titoli accademici ma assai meno vogliosi/capaci di/interessati a costruire qualcosa di buono e proficuo per l’istituzione che dirigono e la città che ne è sede.

Bene: posto ciò, a non voler veder tutto nero, appunto, la cosa potrebbe anche stare in piedi, pur con tutti i naturali dubbi del caso. Tuttavia questo non giustifica il voltarsi dalla parte opposta per non vedere la “mannaia di principio” che pende sopra la questione, e che si può estrinsecare in una domanda fondamentale: ma allora, le competenze che uno acquisisce con lo studio e l’esperienza professionale, non valgono più nulla, oggi? Ovvero: che serve acquisire ampie e alte competenze in un certo campo se poi si viene bellamente scavalcati da chi tali competenze non ha ma viene ritenuto d’ufficio (a torto o a ragione, ma certamente senza alcuna reale giustificazione iniziale) “migliore”? Insomma – rendo ancora più comprensibile l’interrogativo e il nocciolo della questione: a ‘sto punto se chiedo di essere assunto come direttore di un centro di ricerca aerospaziale, perché non dovrebbero accettare la mia domanda, se ben “raccomandata” dai politici giusti? Certo, non ho competenze in materia, né accademiche né professionali, ma fin da piccolo sono sempre stato affascinato dai viaggi spaziali, forse anche più di tanti che nel settore ci lavorano con incarichi di alto profilo! Quindi, che diamine, se il principio è lo stesso – e considerando da quanto tempo ormai viene applicato all’attribuzione degli incarichi politici, peraltro…

Ecco, ironie a parte, ci siamo capiti. Ribadisco: il problema non è della persona in questione (che sicuramente è migliore e più brillante di chissà quanti funzionari pubblici o pseudo-tali) e, appunto, nemmeno di ciò che andrà a fare. È un problema, e sempre più grave, di credibilità: delle istituzioni politiche in primis e poi, per inesorabile, drammatico contagio, di quelle culturali e dell’intero sistema-paese, sempre più conformato a visioni, cognizioni e modus operandi bizzarri (appunto!) quando va bene, illogici se non deviati e fraudolenti, dunque assai deleteri, quando va peggio – cioè la maggior parte delle volte. È il problema del sistema politico che governa questo paese, un sistema ormai da tempo marcescente che altrettanto tale sta rendendo il paese stesso in modo sempre più esteso e inesorabile, trasformandolo nello spaventoso specchio della sua decadenza. Alla quale, sinceramente, spero che Luca Bizzarri e il “suo” Palazzo Ducale di Genova sappiano sfuggire: ma chissà se veramente glielo concederanno, o se saranno l’ennesima vittima del Moloch istituzional-politico italico.

P.S.: ma poi, scusate: e Paolo Kessisoglu? Tagliato fuori? E perché?