Un “potere forte” per l’Italia (ma non “per” gli italiani)

Sì, a pensarci bene forse hanno ragione, per certi aspetti, quelli che sostengono che qui ci vorrebbe qualcosa di politicamente forte, sia essa una dittatura o che altro. Ma non “per” gli italiani, semmai contro gli italiani. Contro il loro ormai cronico svacco civico, contro la loro pressoché totale mancanza di consapevolezza sociale, di coscienza culturale e di senso comunitario solidale, contro la pervicace coltivazione delle più becere ignoranze, maleducazioni, volgarità. Qualcuno o qualcosa che li rimetta in riga come dovrebbe essere in riga – civica, sociale, culturale – ogni paese realmente evoluto e avanzato, qualcuno che non persegua chi la pensa diversamente ma chi pensa in maniera totalmente conformista, chi dimostri di non avere capacità critica, libertà di pensiero, di giudizio, di discernimento delle cose della realtà quotidiana, qualcuno che punisca con consona pena ogni grave mancanza di civiltà e di buon senso.
Non più “prima gli italiani” tout court, semmai prima gli italiani che meritano di esserlo in base a ciò che l’Italia potrebbe e dovrebbe essere: uno dei paesi culturalmente più ricchi (in senso materiale e immateriale) e avanzati, capace da questo punto di vista di essere modello e guida per l’intero pianeta. Non quel paesello ridicolo, miserrimo e grottesco, bigotto e moralista, degradato e dissestato, senza speranza d’alcun buon futuro che oggi è.
Perché le vere “emergenze” (per usare un termine tanto di moda, di questi tempi), in un posto come l’Italia contemporanea, non vengono affatto da fuori il paese ma sono dentro il paese. Ovvero sono il paese, per molti aspetti: e, come emergenza delle “emergenze”, è il paese per primo a non rendersene conto – o che viene ridotto a non saper esserne consapevole.

Come dite? In questo modo dovrebbero essere perseguiti buona parte degli italiani? Embé, che problema c’è? Ci sarà più spazio (geografico e civico, sì) per gli altri cittadini più virtuosi o per chiunque altro abbia veramente a cuore il destino dell’Italia: e – ribadisco, se non lo si fosse ancora capito – a mio modo di vedere molti, troppi italiani non ce l’hanno affatto.

(Sì, quello nella foto lì sopra è il Guicciardini. Non a caso, ovviamente.)

Laurearsi in “Scrittura letteraria” (in Svizzera, non in Italia!)

La letteratura svizzera non è certamente tra le più popolari del mondo, nonostante in tema di produzione moderna e contemporanea presenti autori di altissima qualità – in fondo forse il solo Friedrich Dürrenmatt ha raggiunto uno status internazionale storicizzato (ciò senza considerare Hermann Hesse tedesco di nascita e svizzero naturalizzato). Questa alta qualità letteraria elvetica continua tutt’oggi, a differenza di altri paesi ove invece si assiste a un non indifferente scadimento in tal senso (ogni riferimento a qualche paese in particolare è puramente… beh, lo potrete immaginare), e di ciò va dato merito pure a un’istituzione molto particolare, che in Europa rappresenta quasi un unicum e ancor più rispetto alla situazione italiana: l’Istituto Letterario Svizzero di Bienne, nato nel 2006, che tiene corsi di scrittura di valore professionale universitario e, al termine del percorso di studi, rilascia un bachelor – una laurea breve, in pratica – in “scrittura letteraria”.

Di questa particolare scuola universitaria ne parla questo articolo di swissinfo.ch (lo potete leggere anche cliccando sull’immagine in testa al post). Per quanto mi riguarda, considerando la scarsisssssssima considerazione che nutro verso la maggior parte dei tanti corsi di “scrittura creativa” nostrani (in troppo casi veri e propri specchietti per allodole, o per allocchi, che non insegnano affatto a scrivere bene, soprattutto se non insegnano prima a pensare letterariamente bene e a conoscere approfonditamente la materia, lucrando sopra le speranze di tanti non scrittori), quello dell’Istituto Letterario Svizzero è un esempio da studiare e da seguire. Foss’anche solo per eliminare tanti aspiranti scrittori che sarebbe bene aspirassero a qualcos’altro più adatto alle loro capacità effettive.

A volte il libro è un padre da rinnegare (Paolo Rumiz dixit)

Spesso ho sofferto per il fascino pervasivo della parola scritta che mi impediva di partire, imbrigliando la fantasia narrabonda. Il libro è come il padre: ti svezza, ti irrobustisce, ti fa crescere dentro la curiosità del mondo, ma è anche una trappola che ti spinge ad accontentarti delle meraviglie che contiene. Per partire devi talvolta rinnegare il padre, perché non puoi affrontare il mondo col suo peso sulle spalle.

(Paolo Rumiz, Annibale. Un viaggio, Feltrinelli 2008, pag.65.)

Non ho mai provato, nei confronti dei libri, quella sensazione “intrappolante” raccontata da Rumiz, anzi, tutto il contrario. Ma posso capire che a volte un libro possa pure dare l’impressione di dire tutto su qualcosa, senza bisogno di saperne di più. Al giorno d’oggi, questa temo sia una distorsione dettata in certa parte anche dal modus vivendi moderno contemporaneo, molto simile a quella che, ad esempio, fa credere che sul web si possano trovare la realtà effettiva del mondo, senza bisogno di verifiche materiali o immateriali.

Ma i grandi libri, in effetti, non sono affatto quelli che forniscono (o che fanno pensare di poter fornire) verità assolute né tanto meno parziali, sono semmai quelli che regalano innumerevoli nuovi dubbi, e nuovi impulsi alla curiosità e alla conoscenza. “Rinnegare il padre” non solo è necessario, a volte, ma pure doveroso: per saper andare oltre e avanti, o per tornare indietro con maggior consapevolezza rispetto a prima.

Tornare a saltare naturalmente e con gioia (Aleister Crowley dixit)

E poiché i ceppi sono antichi e grevi e le tue membra rattrappite e distorte, avendo rotti tali ceppi, va piano per un breve tempo, finché l’antica elasticità ritorni e tu possa camminare, correre e saltare naturalmente e con gioia.

(Aleister CrowleyLiber Aleph vel CXI: The Book of Wisdom or Folly, 1991.)

Un povero pazzo, Crowley? Oppure a suo modo un gran genio, certamente eccentrico, assolutamente astuto e, in fin dei conti, talmente influenzante da risultare ancora ben presente nell’immaginario collettivo contemporaneo?
Di sicuro, per quanto mi riguarda, un personaggio da studiare a fondo, nel bene e nel male – o al di là di essi, dove forse si può trovare la vera essenza delle sue visioni, per nulla negativa come si vuole ancora oggi far credere.

Do What Thou Wilt!

P.S.: alla figura di Aleister Crowley è dedicata anche una puntata di RADIO THULE, questa.

Per una nuova convergenza tra cultura e industria

È stato un onore e un piacere, per lo scrivente, partecipare alla pubblicazione del volume – presentato domenica scorsa, 20 maggio – con il quale la Fondazione Monastero di S. Maria del Lavello (a Calolziocorte, provincia di Lecco) illustra le iniziative e i risultati del progetto Meraviglia e incanto. C’è posto anche per te votato, come dice anche il sottotitolo del volume, alla “rifunzionalizzazione del complesso monastico” e all’implementazione del suo valore socioculturale referenziale per l’intero territorio d’intorno, tra le provincie di Lecco e Bergamo, la Brianza comasca e l’hinterland milanese.
Nel solco di questo obiettivo progettuale, il mio contributo – emerso anche dalla presenza in un seminario d’incontro tra la Fondazione quale ente culturale e le imprese industriali quali attori economici e sociali della zona, svoltosi a fine gennaio scorso – rappresenta una rapida ma spero significativa analisi delle necessità, delle possibilità e delle potenzialità del suddetto incontro tra le realtà culturali e quelle produttive del territorio, fonti e portatrici di grandi saperi, tradizioni e azioni materiali e immateriali che nel tempo si sono “scollate” e la cui ricongiunzione, invece, oggi può offrire una nuova e completa visione gestionale (e politica, nel senso più nobile del termine) dell’ambito territoriale in questione nonché della sua comunità civica. Insomma: perché cultura umanistica e industria tecnologica non possono dialogare? Non solo non sono affatto antitetiche ma, anzi, un progetto di sviluppo condiviso e comune può realmente rappresentare una chiave di volta fondamentale per il futuro più virtuoso dei nostri territori, qualsiasi essi siano e dovunque si situino. In tal senso, la presenza di un attore culturale forte – per di più dotato di presenza storica – come nel territorio in questione è il Monastero del Lavello, con la sua Fondazione, permette di avere un “hub” innovativo e identitario che forse più di ogni altro può riconnettere i due ambiti citati al fine di intessere e espandere un nuovo sviluppo territoriale virtuoso, con ricadute positive per chiunque. Un modello di sviluppo che, d’altro canto, diventa emblematico e indicativo per molte altre realtà similari, con la cultura finalmente posta di nuovo al centro dell’evoluzione sociale e civica anche grazie a presenze culturali materiali, solide e tangibili, che sappiano fare (anche) da marcatori referenziali di valore assoluto per il proprio territorio e la sua peculiare identità.

Di seguito vi propongo il testo incluso nel volume e, per qualsiasi altra informazione su di esso e sulla Fondazione Monastero di S. Maria del Lavello, potete visitare il sito web.
Buona lettura!

Nel territorio che comprende la città di Lecco, la Brianza lecchese e la parte occidentale della provincia di Bergamo, la Val San Martino rappresenta da secoli una cerniera sociale, culturale ed economica che trascende dai confini politici (storici e attuali): una terra ricca d’un variegato bagaglio culturale materiale e immateriale nonché, fin dallo sviluppo dell’industria moderna, d’un tessuto produttivo di prim’ordine. Se di questo tessuto è testimonianza palese la capillare presenza “geografica” degli insediamenti industriali, del primo è simbolo fondamentale di valore eccezionale il Monastero di Santa Maria del Lavello, animato dall’omonima Fondazione. Un territorio, dunque, la cui storia scaturisce in modo evidente dalla presenza delle due citate culture – quella umanistica e quella tecnico-industriale – i cui saperi hanno conformato il territorio, il suo Genius Loci, il carattere sociale, l’economia, il paesaggio. Saperi culturali che tuttavia nel tempo si sono “scollati”, intraprendendo vie di sviluppo a volte parallele, altre volte divergenti quando non contrastanti. La cultura umanistica è stata pressoché espulsa dal processo intellettuale e cognitivo alla base della produzione industriale, il che ha comportato l’interruzione del dialogo con la relativa “cultura del fare” – peraltro nelle nostre zone molto legata all’artigianalità: e non si può non denotare che l’etimologia del termine “artigiano” è la stessa di “artista”, il cui significato leghiamo automaticamente alla sfera della produzione culturale. Si tratta in entrambi i casi di “produzione” e di “cultura”, dunque: due ambiti assolutamente legati ma non più dialoganti vicendevolmente, come osservato. Inoltre, vi è una terza cultura che in qualche modo è causa-effetto delle prime due: quella identitaria, che determina il carattere antropologico e sociologico del territorio e di conseguenza ogni suo prodotto o espressione, materiale e immateriale.

Posto tutto ciò: è possibile tornare ad attivare e intessere un proficuo dialogo tra cultura umanistica e cultura tecnico-industriale, rigenerando per ciò anche la cultura identitaria del territorio in questione?

Attorno a tale quesito primario si è svolta la discussione tra i presenti alla tavola rotonda di venerdì 26 gennaio 2018 presso il Monastero del Lavello, dalla quale sono emersi da un lato l’effettivo scollamento tra ambito culturale e ambito industriale, innescatosi per varie motivazioni storiche di natura non solo economica ma pure sociologica, dall’altro l’altrettanto effettiva presa di coscienza da parte degli imprenditori locali, significativamente rappresentati all’incontro, di recuperare la componente umanistica all’interno della filiera produttiva quale potenziale elemento di distinzione commerciale nonché patrimonio di saperi in grado di elevare sia la qualità della produzione industriale, sia la presenza eco-nomica/eco-logica (altri due termini di genesi etimologica comune, come si evince dal prefisso, ma col tempo dimenticata!) degli insediamenti produttivi nel territorio in oggetto. Si tratta, in pratica, di recuperare la componente di responsabilità sociale nell’imprenditoria industriale – ovvero recuperare gli imprenditori a tale inevitabile onere: nel bene e nel male la produzione industriale rappresenta un atto sociale (oltre che politico), dunque pure un’azione culturale, per come ogni società evoluta si fondi su una solida base culturale formata da ogni componente afferente a tale concetto, ampio ma ben determinato e in fondo univoco.

In tale opera di creazione d’una nuova tradizione culturale territoriale (e sottolineo che non c’è contraddizione tra i termini dacché la tradizione è tale quando sia “un’innovazione compiuta e ben riuscita” – cit. Annibale Salsa, che a sua volta trae ispirazione dalla celebre massima di Wilde), la presenza e l’azione del Monastero del Lavello e dell’omonima Fondazione quale marcatore culturale (e identitario) per l’intero territorio risultano fondamentali. Ponendosi al di sopra delle mere convenienze economico-industriali, e in forza della propria millenaria storia tanto quanto della potente presenza culturale di valore riconosciuto e condiviso, il Monastero può diventare un sorta di hub super partes in grado di (ri)connettere l’ambito culturale del territorio con quello industriale rigenerandone il legame e il dialogo. Santa Maria del Lavello possiede potenzialità materiali, quale luogo di grande fascino per incontri, convegni, manifestazioni ed eventi al servizio delle imprese della zona (e non solo), sia immateriali, offrendosi come simbolo territoriale identitario rappresentante la civiltà e i saperi del territorio, la bellezza che da esso scaturisce, la creatività locale, l’immagine iconica di una zona nella quale cultura e industria possono andare a braccetto nella comunanza di una visione di sviluppo e di crescita che, strutturandosi in modo così completo, non può che apportare benefici generali all’intero territorio, migliorandone infine l’ambiente (anche in senso sociale), il paesaggio e valorizzandone le tante peculiarità.

In base a tali prospettive, non si può non auspicare che il Monastero del Lavello e la Fondazione possa in qualche modo porsi a capo d’una tale rinnovata pratica sinergica e profondamente culturale, appunto, diventandone il riferimento primario. I processi fondamentali al riguardo sono già stati attivati, ad esempio con la preziosa opera del Distretto Rurale dell’Adda: ora si tratta di ampliare l’azione sollecitando il comparto produttivo locale a riflettere operosamente sul senso culturale della propria presenza sul territorio e a comprendere l’importanza e la necessità di quella citata responsabilità sociale che da sempre è alla base di ogni azione umana, caratterizzandone il valore e la bontà finale a favore dell’intero territorio e di tutti i suoi abitanti.