Che poi io ne trovo ancora di gente la quale, quando per qualsiasi motivo si finisce a disquisire di geografia e insegnamento scolastico o didattica relativi, me lo dicono più o meno esplicitamente, o me lo fanno capire, che non ritengono poi così grave che a scuola non si insegni più la geografia e che molte (troppe) persone se ne disinteressino pressoché totalmente. «Sarà ben più importante saper fare i conti oppure scrivere bene!» magari qualcuno aggiunge.
Sì, come no.
Peccato che l’ignoranza geografica significa incoscienza culturale e identitaria, dissonanza cognitiva, alienazione, eccetera. Come abitare una casa e non sapere nemmeno dove si trova il bagno.
Tuttavia, se va bene così e se a quanto tale situazione diffusa è ormai una cosa “normale” persino tra gli “addetti ai lavori”, ok, e così sia. Prenotate pure un bell’hotel a Pinzolo e poi partite verso la Val Pusteria.
Ma non lamentatevi poi se vi lasciano con le valige in strada, eh!
P.S.: l’immagine è lo screenshot del messaggio promozionale di un noto sito di viaggi, pubblicità e promozioni relative, ricevuta ieri nella mia casella email. Non indico alcun link per misericordioso quantunque fin troppo magnanimo rispetto nei loro confronti.
P.S. #2: e non mi si venga dire che «Uh, è stata solo una svista!», affermazione che peggiora ancor più il tutto perché, qui, non stiamo parlando di occhi disfunzionali ma di cervello, così. Ecco.
[Foto di Free-Photos da Pixabay.]Ieri pomeriggio, 2 febbraio, montagna, 1500 metri di quota. 12° di temperatura dell’aria ma, in pieno Sole, molti di più; niente neve su prati i quali, per giunta, ospitano i rottami di alcuni vecchi skilift di un’epoca nella quale qui si sciava. Sembra roba preistorica, invece accadeva fino a poco più di vent’anni fa. Sarebbero i cosiddetti «giorni della merla», questi, ma fa caldo come ad aprile. D’altro canto lo «zero termico» dalle mie parti è a circa 2800 m, un dato tipico del periodo primaverile inoltrato, guarda caso.
Già.
O forse queste mie osservazioni sarebbero state più efficaci se le avessi riportate in una forma del tipo «Anche ieri pomeriggio, 2 febbraio, quelli che non credono al cambiamento climatico sono degli emeriti (CENSURA)!»?
Ecco.
E scusatemi per quella “censura” lì sopra, fosse per me non l’avrei certo messa.
[Foto tratta da https://www.ladige.it/territori/giudicarie-rendena/2017/09/29/cartelli-unesco ]Le Dolomiti, celeberrime montagne tra le più belle al mondo che si elevano in un territorio di altrettanta grande bellezza, nel 2009 sono diventate “Patrimonio Naturale dell’Umanità” Unesco. Nel 2010 è nata la Fondazione Dolomiti Unesco, il cui compito è garantire una gestione efficace del Bene seriale, favorirne lo sviluppo sostenibile e promuovere la collaborazione tra gli Enti territoriali che amministrano il proprio territorio secondo diversi ordinamenti (si veda qui per ulteriori dettagli sulla nomina e sulla Fondazione)
[Foto tratta da “Il Dolomiti”, cliccate sull’immagine per accedere alla fonte originale.]L’1 e 2 febbraio 2020, nel Parco Naturale Paneveggio–Pale di San Martino, uno dei nove sistemi dolomitici inclusi nel Patrimonio Unesco, andrà in scena il «Suzuki 4×4 Hybrid Vertical Winter Tour 2020», un grande raduno di mezzi fuoristrada, con l’allestimento di percorsi disegnati ad hoc su cui i 4×4 potranno essere testati, e un’area di 700 metri quadri con tanti stand e un ampio parterre dove la sera avranno luogo veri e propri concerti (si veda qui un articolo de “Il Dolomiti” al riguardo con numerosi altro dettagli).
Ora, io credo che chiunque a cui vengano sottoposte le due questioni appena citate, nel contesto dal quale derivano, finirebbe per pensare che una delle due è un fake. O è impossibile che venga organizzato un tale raduno motoristico in una zona tutelata dall’Unesco, o è impossibile che una zona che ospiti tali eventi sia tutelata dall’Unesco. Non può essere vera sia l’una che l’altra.
Già, non può essere. A parte che in Italia, paese assai bizzarro come sapete, dove un territorio naturale considerato Patrimonio dell’Umanità e di conseguenza tutelato con specifici e in teoria “rigidi” protocolli può tranquillamente ospitare numerosi eventi (perché quello qui citato non è che l’unico di una lunghissima serie, si veda l’articolo de “Il Dolomiti” sopra linkato) di pesantissimo impatto ambientale senza che nessuna delle figure politico-istituzionali preposte alla gestione del territorio batta ciglio né tanto meno i rappresentanti della suddetta Fondazione, evidentemente troppo impegnati a lustrare il loro bel distintivo di “Patrimonio dell’Umanità” per rendersi conto di ciò che sta succedendo attorno.
D’altro canto Mountain Wilderness da tempo denuncia tale inconcepibile deriva, e degrado, del senso concreto del titolo Unesco per le Dolomiti, ormai veramente ridotto a uno specchietto per allodole fin troppo ingenue, o estremamente miopi, dietro il quale nascondere interventi di modificazione del territorio e infrastrutturazioni di varia natura veramente incredibili. Lo ha fatto anche di recente, ad inizio Gennaio, con questo testo intitolato significativamente Metamorfosi del riconoscimento DOLOMITI UNESCO – da tutela a marketing la cui chiusura riassume perfettamente ciò che sta accadendo – alla faccia dell’Unesco, appunto:
Le minacce peggiori sono la svendita e la banalizzazione delle Dolomiti, che passano attraverso l’infrastrutturazione pesante della montagna, cosicché la sua fruizione diventa appannaggio del turismo di massa e degli amanti del lusso. Questo è il culmine dello sviluppo insostenibile di cui le Dolomiti sono oramai vittima; loro che per secoli hanno ospitato coraggiosi alpinisti, amanti dell’essenziale, e popoli fieri delle loro tradizioni.
Lo aveva fatto anche poco prima, lo scorso dicembre, tramite una lettera del Presidente Onorario di Mountain Wilderness Luigi Casanova indirizzata alla Fondazione Dolomiti Unesco e poi diffusa tramite gli organi d’informazione, con la quale si chiede conto all’Ente della sostanziale assenza, e inanità, nei confronti di quanto sta accadendo sulle Dolomiti; di seguito un passaggio significativo:
L’umiliazione più grave che voi istituzioni avete inferto alle Dolomiti sono i passi indietro che avete sostenuto nella limitazione agli accessi sui passi Dolomitici, o al permettere a soci sostenitori che organizzano raduni motoristici o voli in elicottero di usufruire del marchio di soci sostenitori, o a enti locali che violano di fatto, sostenendo progetto insostenibili (Marmolada, Comelico, Civetta), il dettato di Dolomiti 2040, compresi i temi relativi alla gestione della caccia.
Dunque, posto tutto ciò, e posto quanto chiunque può trovare sul web di palesemente comprovante rispetto alla questione qui solo accennata, insieme a molti altri chiedo:
ma che senso ha il titolo Unesco di “Patrimonio Naturale dell’Umanità” per le Dolomiti? A che cosa serve la Fondazione Dolomiti Unesco? Quale tutela si vuole garantire alle Dolomiti, al loro territorio, alla loro geografia montana, culturale, umana? O fino a quale grado di devastazione di essi si vuole giungere per inseguire meri tornaconti politici ed economici, alla faccia dell’ambiente, della Natura, delle genti che abitano il territorio, del loro futuro e, ribadisco, della stessa Unesco?
Sì, scritto così ben in grande, per rendere le parole e le domande poste le più inequivocabili possibile. Vediamo se c’è qualcuno che ha l’onestà intellettuale e morale di rispondere. Oppure, se si dovranno considerare le Dolomiti come un territorio perduto, ennesimo e inopinato non luogo paesaggisticamente e culturalmente devastato dall’ottusità e dall’egoismo umani. Un luogo dove non andare, per non rendersi complici d’un tale incredibile scempio.
Ribadisco: dove non andare. Fosse solo per non mangiare troppo nervoso e guastarsi l’animo.
L’aiutocasaro è sdraiato sul muschio umido sotto un pino al margine del bosco di Stavonas Sut, con il suo libro e il suo bravo sigaro cubano. Le mosche gli ronzano attorno alla testa nella quiete del pomeriggio estivo. Sul libro c’è scritto: da qualche anno sta prendendo piede la richiesta di ridurre l’orario di lavoro. Quasi la metà degli operai non lavora più di sabato. E cosa fa questa gente nel tempo libero? Un contadino: la sera dopo il lavoro si trovano all’osteria, quando i contadini hanno ancora ore e ore da lavorare. Passano tutto il sabato e la domenica all’osteria. Stan lì a far politica da ubriachi e danno il cattivo esempio ai contadini. Quelli che al giorno d’oggi fanno ancora i contadini son brava gente, gente seria. Operai e impiegati son canaglie.
Di frequente, quando mi sono trovato a dissertare di cose di montagna e, quasi sempre, quando il tema verteva nello specifico su libri e opere letterarie ambientate in montagna, ho proposto un interrogativo tanto consono al riguardo quanto ancora poco eviscerato o persino non trattato in modo piuttosto superficiale: ma esiste un genere letterario e una produzione editoriale conseguente definibili letteratura di montagna? Che, sia chiaro da subito, non significa semplicemente libri ambientati in montagna o che parlano di montagna, semmai, volendo abbozzare una definizione assai parziale eppur già consona, libri in cui la montagna parla, nei cui testi la particolare e peculiare dimensione montana – sia essa afferente alle Alpi o ad altre catene montuose – prende voce viva da protagonista e da essenza spazio-temporale imprescindibile, non rimanendo mera scenografia anche se speciale o semplice contesto geografico sulla cui mappa la narrazione si muove.
Bene, credo che, se di letteratura di montagna si possa parlare in maniera autentica, lo si debba fare in primis partendo dal paese e dallo spazio culturale montano per eccellenza, almeno in Europa, ovvero la Svizzera. Altrove è ben più difficile trovare una similare relazione tra produzione letteraria e spazio antropologico-culturale – in Italia pochi nomi mi vengono in mente: ad esempio Mauro Corona, soprattutto nella sua prima produzione e nonostante la discutibilità del personaggio mediatico nel quale poi si è trasformato, e Claudio Morandini – ma non si può tralasciare di citare anche il grande Mario Rigoni Stern. Nella letteratura svizzera invece il “micro-macrocosmo” alpino lo si può trovare quasi ovunque e non solo perché orizzonte visuale inevitabile ovvero territorio ad alta matrice identitaria, a partire dai grandi nomi storici – Keller, Walser, Frisch, Dürrenmatt – fino a quegli autori la cui produzione si è specificatamente focalizzata sullo spazio alpino raccontandone geografie fisiche, umane, sociali, culturali, assumendo non di rado matrici narrative antropologiche pur rimanendo in contesti creativi: Charles-Ferdinand Ramuz, Jacques Chessex, Oscar Peer e, nella contemporaneità, Leo Tuor e Arno Camenisch, con quest’ultimo che, per qualità narrativa, originalità stilistica e successo di pubblico si potrebbe definire il più significativo rappresentante di quella peculiare letteratura di montagna – elvetica e non solo (senza nulla togliere agli altri coevi: il mio è un appunto meramente personale).
Di Camenisch ho letto tutto quanto sia stato pubblicato in Italia – trovate le mie “recensioni” ai suoi libri nell’omonima pagina del blog – tuttavia mi mancava inopinatamente il suo primo romanzo, non ancora edito in Italia (da un editore italiano, intendo) ma solo nella Svizzera Italiana: Sez Ner (Edizioni Casagrande, 2009, versione italiana a cura di Roberta Gado Wiener). Un romanzo che per molti motivi ha suscitato grande interesse ed entusiasmo, quasi in modo sorprendente per come in pratica abbia rappresentato il debutto letterario dello scrittore svizzero […]
(Leggete la recensione completa di Sez Ner cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)