Lo stop agli impianti di Colere penalizza tutta la Val di Scalve, dove gli operatori confermano un netto calo delle presenze, legato anche ad altri fattori (clima e calendario poco favorevole ai «ponti»). Il turismo stagionale, quest’anno, legato alla fruizione degli impianti di risalita, è completamente scomparso.
Qual è la vera notizia che si ricava da questo articolo de “L’Eco di Bergamo”? Non quella che si potrebbe superficialmente leggere e ricavare dalla mera cronaca riferita, ovvero non che la Val di Scalve è in crisi per la chiusura degli impianti di Colere, principale località sciistica della valle, ma perché negli anni non si è stati in grado di pensare, progettare e sviluppare un’adeguata alternativa turistica, di frequentazione e di fidelizzazione al territorio, così come accaduto in numerose altre zone montane che sono state forzatamente soggiogate alla monocultura sciistica – anche grazie all’iniziale consenso altrettanto forzato dei locali, certamente – e ora, nella realtà economica e climatica che stiamo vivendo, si trovano nella stessa condizione di crisi e di abbandono.
Dunque, che si fa? Andiamo avanti con quella monocultura sciistica ormai sempre più insensata e rovinosa, oppure proviamo a pensare a un futuro finalmente consono, benefico e vantaggioso per le nostre realtà montane?
Per la cronaca, pare che gli impianti di Colere, in ammodernamento, verranno riaperti per l’inverno 2023/2024. Bene, buon per loro, ma ciò non risolve di certo la questione da me posta, anzi, in qualche modo ne perpetra gli effetti potenzialmente nefasti per l’intero territorio. Dunque, la Val di Scalve resterà “ostaggio” dello sci, e nulla contano né conteranno la bellezza e il valore del suo territorio al di fuori degli impianti e delle piste per chi lo gestisce e per chi lo frequenta? Anche a quest’altra domanda una valida risposta è quanto mai necessaria.
[Panorama dell’abitato di Colere, ai piedi del versante nord della Presolana. Immagine tratta da valdiscalve.it.]
Dal Quattrocento all’inizio del Novecento il numero di giorni dell’anno in cui le Alpi sono state coperte di neve è stato più o meno costante. Poi nell’ultimo secolo è via via diminuito e la media degli ultimi vent’anni è inferiore di 36 giorni a quella dei precedenti 600 anni. Sono le conclusioni di uno studio realizzato da un gruppo di ricerca dell’Università di Padova e dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (ISAC) del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) di Bologna, appena pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Nature Climate Change.
Il gruppo ha analizzato gli anelli di accrescimento di una serie di ginepri vivi e morti cresciuti in Val Ventina, una valle laterale della Valtellina, in provincia di Sondrio, cresciuti ad altitudini comprese tra 2.100 e 2.400 metri sul livello del mare. Confrontando le informazioni ottenute in questo modo con i dati meteorologici disponibili, gli scienziati sono riusciti a stimare i cambiamenti nella durata del manto nevoso dal Quattrocento in avanti. «Ciò ci ha permesso di comprendere che quello che stiamo vivendo negli ultimi anni è qualcosa che non si era mai presentato precedentemente», hanno concluso l’ecologo forestale Marco Carrer dell’Università di Padova e Michele Brunetti dell’ISAC. È il primo studio che dà informazioni riguardo ai giorni con la neve sulle Alpi andando tanto lontano nel tempo.
Ora, ovviamente, ci aspettiamo che gestori dei comprensori sciistici, amministratori pubblici ad essi sodali, difensori a spada tratta dello sci su pista sempre-e-comunque e negazionisti climatici vari diano degli “ambientalisti estremisti”, dei “catastrofisti” o dei “terroristi climatici” anche ai ginepri e agli altri arbusti delle Alpi. Ecco.
Di frequente, quando ci si ritrova a discutere delle problematiche delle montagne italiane, tocca constatare la scarsa attenzione ormai cronica della politica verso i territori montani, considerati da troppo tempo mere “aree marginali”, fatti oggetto di interventi di natura emergenziale ovvero decontestuale e comunque verso i quali non vengono dedicate autentiche progettualità di sviluppo strutturate nel tempo che sappiano valorizzare le loro infinite potenzialità in termini economici, sociali, culturali, ambientali. Parimenti si denota come nei decenni la gestione politica (nel senso virtuoso del termine) dei territori montani sia stata via via tolta alle comunità residenti per essere accentrata nei luoghi del potere politico-istituzionale, spesso idealmente “lontani” dai monti e pressoché ignari delle loro realtà, delle necessità, dei bisogni, delle opportunità e dei rischi lassù presenti.
Eppure basta guardare un’ordinaria carta geografica dell’Italia per comprendere che le terre emerse del paese sono quasi del tutto “montagna”, che inizia ovunque appena oltre i litorali e resta ben presente anche nelle principali zone pianeggianti – la Pianura Padana non è altro che una valle fluviale particolarmente ampia tra due catene montuose, in fondo. Addirittura, basta un buon teleobiettivo per considerare che pure Roma, la capitale politica del paese che spesso viene additata come il simbolo massimo della centralizzazione del potere a scapito delle comunità locali, è una città coi monti poco distanti e ben visibili dietro i suoi monumenti: lo dimostra bene la sublime immagine sopra pubblicata (presa da qui) di Stefano Ardito, figura di primaria importanza della cultura di montagna italiana, nella quale dietro la Torre delle Milizie, l’Altare della Patria e Santa Maria in Aracoeli si vedono perfettamente le vette del massiccio del Sirente-Velino (distanti circa 81 km in linea d’aria dal Gianicolo, misurati su Google Earth). E questo proprio perché le montagne in Italia sono ovunque e vicine a ogni cosa: probabilmente in nessun punto del paese si può scattare un’immagine fotografica nella quale una qualche sommità montuosa non sia visibile, ovvero nella quale non sia presente e dunque rilevabile, valutabile, considerabile la realtà delle montagne italiane con tutto ciò che la compone – e che ne deriva in termini di governo e gestione, appunto. Restarne “lontani”, dunque, non è solo un atto di trascuratezza politica ma pure di dissennatezza civica che uno stato il quale si consideri “progredito” non può permettersi in nessun modo.
Anche per tali motivi la scarsa attenzione della politica istituzionale italiana nei confronti dei territori di montagna è assolutamente deprecabile, e lo diventa in modo sempre maggiore con il passare del tempo e con l’acuirsi di molte delle problematiche di cui la montagna italiana soffre – problemi che tali risultano spesso proprio perché mal gestiti o trascurati da decenni, di frequente per lasciare spazio a interventi del tutto fuori contesto, irrazionali e degradanti. Possiamo sperare che questa situazione cambi, d’ora in poi? Be’, dal mio punto di vista dobbiamo sperarlo, anzi, dobbiamo pretenderlo: perché come ha scritto di recente Luca Calzolari in questo articolo, se la montagna soffre soffriamo tutti. Anche se non soprattutto in città, già.
Sul crinale dell’Appennino modenese, alla quota di 1669 m, esiste un luogo denominato “Passo della Croce Arcana” che mette in collegamento l’Emilia Romagna con la Toscana. Sia dal versante pistoiese (Doganaccia, Cutigliano) che da quello modenese (Ospitale, Fanano) sale uno sterrato che raggiunge il passo; si tratta di una strada forestale ad accesso regolamentato per mezzi di soccorso, della forestale, dei rifugisti o di pochi altri autorizzati, ma da alcuni anni a questa parte i veicoli a motore si riversano al passo senza alcun rispetto né dell’evidente cartello di divieto (che viene regolarmente divelto) e della sbarra (che per ovvie ragioni non è chiusa con lucchetto per permettere accesso ai mezzi di soccorso) né dell’ambiente.
Da tempo il Comune vuole rendere carrabile la strada, coltivando un progetto “che prevede sistemazione del fondo e posa di nuova ghiaia mescolata a cemento in modo da rendere la strada bella, poco invasiva da un punto di vista estetico ma comunque resistente come l’asfalto” (si parla di zona B del Parco Regionale).
Ma questo progetto fa parte di un disegno molto più ampio ed articolato. La creazione di un megacomprensorio sciistico che parte dal Corno alle Scale nel bolognese ed arriva fino all’Abetone è il sogno nel cassetto di amministrazioni locali ed imprenditori, incuranti delle aree protette coinvolte e dei cambiamenti climatici in atto. Le amministrazioni parlano di “un’occasione da non perdere per il rilancio di tutto il comprensorio”, e prospettano importanti ricadute economiche; nel frattempo il disegno complessivo avanza incurante della concomitanza di stagioni invernali sempre più corte e secche e sciatori in diminuzione, in un territorio dove i servizi per gli abitanti si riducono sempre più si decide di investire milioni di euro in impianti turistici dall’incerto futuro e di sicuro reddito solo per pochi.
Questi sono alcuni brani tratti dall’articolo Al Passo della Croce Arcana veicoli e progetti incompatibili mettono a rischio il territorio pubblicato nel blog su “Il Fatto Quotidiano” curato da Mountain Wilderness e ripreso lo scorso 30 dicembre 2022 da “GognaBlog”, dove lo potete leggere nella sua interezza.
Tra le tante cose segnalabili ne faccio notare una ricorrente, in notizie del genere: l’ormai assodato “mantra” «Un’occasione da non perdere per il rilancio di tutto il comprensorio» che le amministrazioni pubbliche le quali sostengono progetti del genere, così insensati – anche qui si parla di montagne che superano a fatica i 1700 metri di quota, sulle quali la neve già ora è sempre più rara sia in quantità che in permanenza al suolo – usano di default per giustificarli, sugli Appennini come sulle Alpi. Tipica motivazione passe-partout, sloganistica, decontestuale e svincolata dalla realtà del luogo e delle sue caratteristiche: tanto varrebbe se quel progetto venisse motivato con «Noi comandiamo, voi statevene zitti» o altro del genere, sarebbe una “giustificazione” più obiettiva e onesta.
[La mappa delle piste di Cutigliano-Doganaccia. Si notino le altitudini massime.]In verità, quel «Un’occasione da non perdere per il rilancio di tutto il comprensorio» denota in modo palese la totale mancanza di progettazione strutturata, di lungimiranza, di visione del futuro, di programmazione a lungo termine di questi progetti turistici, segnalandone di contro l’urgenza, l’immediatezza necessaria, il voler portare a casa a tutti costi un risultato a prescindere che sia buono o meno ovvero l’incapacità evidente di saper formulare altre “occasioni”, più logiche, più ponderate, più consone al territorio sul quale devono essere sviluppate, meno ripetitive, banali e banalizzanti, meno obsolete. È, quella, l’affermazione di un’impotenza bella e buona, che manifesta chi non può perdere quell’occasione perché non sa crearsene un’altra – o di chi vuole sfruttare solo questa perché da altre non saprebbe ricavarci simili tornaconti. È l’annuncio di un fallimento, insomma, ancora prima che quanto fallirà debba nascere.
[Oltre alle basse quote, bisogna denotare che si vorrebbero costruire nuovi impianti sul versante sud (a destra nell’immagine) del crinale appenninico tosco-emiliano, dunque in piena esposizione solare sfavorevole. Foto tratta da theoutdoormanifesto.org.]Posto ciò, la domanda che nuovamente pongo credo non debba essere più relativa a cosa siano questi progetti ma al perché si elaborino, e perché nella gestione dei territori di pregio come quelli montani dotati di potenzialità turistiche debbano finire figure che poi elaborano progetti così insensati. È così che si vorrebbe costruire il loro futuro, con iniziative già rivelatesi fallimentari in passato? Veramente le nostre montagne e chi le abita si meritano cose del genere?
P.S.: qui trovate un altro ottimo approfondimento sul progetto di infrastrutturazione sciistica della zona del Passo della Croce Arcana tratto da “The Outdoor Manifesto”. È del maggio 2020 ma risulta tutt’oggi sostanzialmente attuale.
[Immagine tratta da qui.]In un paese come l’Italia che già da tempo si distingue in modo negativo sull’attenzione che pone all’uso della bicicletta, il governo ha recentemente azzerato, su (ignobile) iniziativa del ministero competente, i fondi per le infrastrutture ciclabili. Ma non è certo un problema di schieramenti politici, visto che dal 2020 al 2030, i governi italiani hanno messo a bilancio quasi 100 miliardi per l’auto, poco più di uno per la bici: cento volte meno, insomma (qui trovate un ottimo dossier al riguardo, curato da CleanCities). Con il risultato che le strade sono sempre più intasate di traffico e nel frattempo gli incidenti che coinvolgono i ciclisti aumentano di continuo. E comunque, ribadisco, non è certo un problema che nasce due o tre anni fa, questo, ma viene da lontano e da una più profonda, generalizzata negligenza politica e amministrativa. Peraltro, di quanto l’Italia sia ancora arretrata al riguardo ne ha parlato anche un recente articolo de “Il Post”, che contiene dati assai significativi per farsi un’idea chiara della noncuranza istituzionale italiana verso biciclette e ciclisti.
Posta questa realtà di fatto, parecchio disonorevole, risulta ancor più “sorprendente” – in senso negativo, per non scrivere direttamente sconcertante – la recente proliferazione di ciclovie ad uso prettamente turistico soprattutto in montagna e sovente a quote alte, che sembrano diventate il nuovo “testo sacro” del turismo per innumerevoli località montane, che siano già sciistiche oppure, forse in maniera maggiore, che non lo siano, e alle quali vengono destinati milioni e milioni di finanziamenti pubblici.
[Immagine tratta da qui.]Un fenomeno alquanto disorientante, a ben vedere: mentre nelle aree altamente urbanizzate le amministrazioni pubbliche non solo “faticano” a creare percorsi per il transito ciclistico ben fatti, diffusi e sicuri, mettendo spesso in atto azioni propagandisticamente definite “risolutive” ma che spesso non risolvono e anzi aggravano il problema – risultato: ben 220 persone decedute in incidenti in bicicletta nel 2021, più di una ogni due giorni –, nei territori montani si costruiscono chilometri e chilometri di ciclovie ad uso maggioritario di turisti che facilmente utilizzano la bicicletta, rigorosamente elettrica, solo nei periodi di vacanza e soltanto per scopi ludico-ricreativi (e per questo abbisognano di percorsi i più lisci e agevoli possibile), spesso con impatti ambientali notevoli e altamente discutibili che vanno a deteriorare spazi in quota a volte ancora incontaminati, e ciò solo perché questa modalità di frequentazione (o di fruizione, termine forse più adatto) delle montagne viene spinta come il non plus ultra attuale, la nuova frontiera del turismo montano, il mood super wow da n-mila like su Instagram e TikTok – ovviamente “eco”, “green”, “sostenibile”, eccetera.
Ovvero, in soldoni (letteralmente): da una parte, dove ci sarebbe da investire sempre di più, si azzerano i fondi pubblici; dall’altra, dove ci sarebbe da investire nel modo più oculato possibile, i fondi pubblici si sperperano.
E per dirla in altro modo: da una parte le persone ci lasciano le penne, dall’altra ci lascia le penne la montagna.
[Immagine tratta da qui.]Ditemi voi se vi sia qualche logica in tutto ciò – che non sia meramente “politica”, ovvero di ricerca e conquista di tornaconti particolari da parte dei sostenitori di quegli interventi montani. Ditemi voi se vi sia qualche traccia di sviluppo, di cultura, di sostenibilità ambientale, di connessione alla realtà delle cose, di visione del futuro. Magari c’è e sono io che non la vedo, non so. Però i mazzi di fiori lungo le strade sui luoghi di qualche incidente mortale in città e i continui nuovi nastri di cemento in mezzo ai prati a 2000 e più metri di quota, be’, queste cose le vedo molto bene. Ecco.
N.B.: per prevenire le critiche di chi “concentra” troppo la propria visione della questione, rimarco che il nocciolo di essa non sta nei suoi singoli elementi – la ciclovia, la pista ciclopedonale, l’ebike, il ciclista di montagna o di città, eccetera – ma nel quadro complessivo di essa e soprattutto nella gestione – o nella non gestione – da parte di chi ha voce istituzionale in capitolo, dalla cui frequente illogicità d’azione deriva tutto il resto o quasi.