Martedì, su “Valsassina News”

Nel mentre che qualcuno vorrebbe installare nella conca dei Piani di Artavaggio una nuova seggiovia per riportarvi lo sci su pista, come se la località fosse ferma agli anni Settanta, il CAST – Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna produce un report su “turismo, sostenibilità e sviluppo territoriale” e indica al riguardo tre modelli di sviluppo ritenuti per diverse ragioni esemplari: Allgäu in Germania per il turismo del wellness, Cervinia per lo sci su pista e la Valsassina per la differenziazione dell’offerta turistica, citando nello specifico i Piani di Artavaggio specializzati «in sci di fondo, ciaspolate e attrazioni per famiglie».

Posta una tale prestigiosa attestazione accademica, la cui importanza emblematica è inutile rimarcare, la domanda che da mesi tutti (o quasi) si pongono diventa ancora più pressante: perché ricostruire seggiovie e riportare lo sci su pista a Artavaggio?

Ho espresso le mie considerazioni al riguardo in un articolo pubblicato martedì scorso, 21 febbraio, su “Valsassina News”, la cui redazione ringrazio di cuore per l’attenzione e lo spazio dedicatomi. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerlo.

Una petizione per salvare i Piani di Artavaggio

È un’iniziativa interessante e alquanto significativa, quella di «un gruppo di ventenni» del quale si fa promotore Francesco Stefanoni lanciando una petizione su Change.org (https://chng.it/NYwxVC8N22) per la salvezza dei Piani di Artavaggio dai progetti di “sviluppo turistico” dei quali ho già scritto numerose volte, sul web e sui media locali – e della quale ha scritto Marta Colombo su “La Provincia di Lecco” venerdì 3 febbraio. Importante perché rappresenta un ulteriore strumento di espressione della volontà di salvaguardia di un luogo di bellezza e storia peculiari, divenuto negli anni recenti un modello turistico citato e ammirato (scriverò a breve di ciò), che si vorrebbe degradare e banalizzare riportandovi lo sci su pista, nonostante la realtà climatica e economica che stiamo vivendo. Ed è del tutto evidente che la questione non sta nella “forma”, ovvero nella seggiovia piccola/grande o breve/lunga o quant’altro sulla quale si concentra buona parte del dibattito, ma sta nella sostanza culturale di una località che proprio grazie alla fine dell’epoca sciistica, che ad Artavaggio è stata importante ma si è inevitabilmente chiusa già a fine anni Novanta, ha saputo costruirsi un’immagine turistica e una valenza paesaggistica che, ribadisco, sono divenuti un modello ammirato e preso a esempio altrove nonché raccontato su numerosi testi – dalla guida Dol dei Tre Signori, della quale sono uno degli autori, fino al recente Inverno Liquido, volume che illustra i tanti casi di località ex sciistiche delle Alpi che hanno intrapreso un percorso di rinascita turistica più o meno di successo. Una sostanza culturale, ovvero un senso del luogo che evidentemente gli amministratori locali continuano a non capire, restando immobili sulle loro idee di “quantità” e ignorando la qualità (in senso negativo) degli effetti del loro progetto.

[Immagine tratta da familyplanet.it.]
Ma il lancio della petizione su Change,org è anche un’iniziativa altamente significativa perché viene dai giovani, da coloro i quali stanno per ereditare una montagna che nonostante la realtà di fatto viene ancora sottoposta a interventi del tutto irrazionali, fuori contesto, dannosi, funzionali a interessi che poco o nulla hanno a che vedere con la salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio – elemento fondamentale per la vitalità futura dei monti – e nemmeno con le necessità quotidiane della comunità residente, che da progetti del genere in fin dei conti ha solo da perderci. Il risultato di tutto ciò sarebbe la creazione di una banalissima stazione sciistica che non potrà mai competere con altre vicine e lontane e mostrarsi attrattiva, il degrado di un paesaggio che nel tempo è diventato sinonimo di bellezza montana prealpina e la permanente carenza di risposte alle richieste riguardanti servizi basilari che necessitano a una comunità residente in montagna per restarci a vivere nel modo migliore e più confortevole.

[Immagine tratta da montagnelagodicomo.it.]
Per tutto ciò vi invito caldamente a firmare la petizione “Salviamo i Piani di Artavaggio”, che trovate qui: https://chng.it/NYwxVC8N22. Artavaggio è un modello di rinascita turistica emblematico, apprezzato, lodato, un luogo che può fare da potente traino alla frequentazione turistica consapevole e sostenibile delle montagne valsassinesi ancor più di quanto abbia fatto finora (come conferma lo stesso sindaco di Moggio nel finale dell’articolo de “La Provincia di Lecco”, quando cita i parcheggi della funivia che sale a Artavaggio sempre pieni nei fine settimana, sostanzialmente contraddicendo il senso del progetto che vorrebbe imporre). Dunque perché rovinarlo?

Montagne “valorizzate”, cioè degradate

Come anticipavo nel post dello scorso 30 dicembre, voglio tornare ad approfondire l’emblematica questione relativa a certe opere a fini presuntamente turistici piazzate in luoghi di particolare pregio ambientale e paesaggistico, questione dalla quale sorgono spontaneamente domande che non si possono evitare, se realmente si tiene a quei luoghi e al loro grande valore.

La prima e principale di queste domande è: ma la montagna, ambito unanimemente riconosciuto come fonte di bellezza e di fascino naturali – a prescindere che la si frequenti o meno – veramente deve avere bisogno di manufatti ludici così simili a giostre per adulti come panchinone giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche, certi impianti di risalita o quant’altro di simile affinché quella sua bellezza possa essere riconosciuta? Cioè, senza questi manufatti non si è in grado di riconoscere quant’è bella la montagna e apprezzarne il fascino? Veramente senza quelle cose non si sale sui monti per goderne lo spettacolo, veramente sono necessarie per portarci così tante persone?

Ma se la bellezza delle montagne così evidente da diventare metro di paragone nell’immaginario estetico condiviso da tutti non viene riconosciuta, il problema non è certo delle montagne ma di chi non le sa riconoscere! E dunque perché bisogna imporre ai territori montani quelle opere quasi sempre decontestuali, banalizzanti, impattanti, tanto più che di frequente vengono piazzate in luoghi particolarmente ameni tanto quanto preziosi e delicati, se la colpa non è loro? Se io non sono in grado di riconoscere il valore artistico di un capolavoro riconosciuto di Raffaello (un nome tra tanti), è forse colpa del quadro? E quindi bisogna modificarlo affinché diventi più “comprensibile” a quelli come me?

Capite bene, dunque, che tutti quei manufatti ludico-turistici con i quali si pretende di “valorizzare” la montagna in realtà la degradano sotto ogni punto di vista. Parimenti capirete bene che il problema non è nella montagna ma è in chi la frequenta senza saper maturare una consona consapevolezza culturale circa il valore del luogo e circa la sua autentica bellezza, nonché verso la fortuna e il godimento dello starci generando di conseguenza una relazione genuina con esso, non imposta da qualcuno e mediata da qualcosa. Come se molte persone senza panchinone giganti o altre simili “amenità” non siano in grado di poter apprezzare la montagna, come se fossero talmente “stupide” da non saper fare ciò. Cosa che mi rifiuto totalmente di poter sostenere, nonostante tutto.

D’altro canto, c’è assolutamente bisogno di sovvertire quanto prima certi immaginari turistici così profondamente deleteri e pericolosi, certe idee di fruizione dei territori montani totalmente basate sul più bieco marketing, su slogan privi di qualsiasi rispetto per i monti e certi modus operandi della politica locale che pur di ottenere tornaconti più o meno elettorali accetta di svendere le proprie montagne come fossero beni di consumo da ipermercato, creando dove ciò succede dei “non luoghi” quando ovunque la montagna è luogo nel senso più pieno e potente del termine. Ove questo accade, e si è tanto scellerati da farlo accadere e da non capire il danno che si sta perpetrando, è mille volte meglio che in un “non luogo montano” del genere – lo dico molto rudemente ma francamente – nessuno più di non capisce ci possa andare. A tal punto è molto meglio il silenzio, il vuoto, i soli suoni naturali, il “nulla” che in realtà è il “tutto” che certuni non sanno più riconoscere, la piena bellezza che così non viene più identificata.

Dove invece si capisce quanto sia fondamentale ricostruire un’autentica relazione consapevole con le montagne, e su tale base ineluttabile si costruisca una frequentazione di esse del tutto armonica ai loro territori e ai relativi meravigliosi paesaggi, ben venga chiunque: tutto comporrà quella bellezza inestimabile che la montagna sa naturalmente offrire e che rappresenta il presente più appagante da vivere e il futuro migliore da costruire, per i monti e per tutti noi.

Il Vallone a quota 17.000

[Immagine tratta dalla pagina Facebook Varasc.it. In Val d’Ayas dal 2004.]
Gli ultimi giorni del 2022 hanno portato una bellissima “notizia”: la petizione per dire NO al folle progetto funiviario nel Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, uno degli ultimi territori d’alta quota incontaminati e non ancora turistificati in questa parte delle Alpi, ha raggiunto e superato i 17.000 firmatari – al momento in cui scrivo questo post ne conta 17.136. E crescono continuamente, giorno dopo giorno: sempre più persone alle quali sta a cuore il meraviglioso Vallone così come ogni altro territorio naturale ancora intatto, sulle montagne e non solo, che decidono di manifestare la propria opinione e dimostrano come sia giunta inevitabilmente l’ora di cambiare certi paradigmi turistico-imprenditoriali con i quali ancora oggi, come fossimo fermi a cinquanta o sessant’anni fa, vorrebbero sfruttare e svendere il territorio naturale patrimonio di tutti per ricavarci meri tornaconti a vantaggio di pochi, in barba a qualsiasi considerazione sulla realtà che stiamo vivendo e che dovremo affrontare nel prossimo futuro.

Se non l’avete ancora fatto, vi invito a sottoscrivere la petizione (la raggiungete anche cliccando sull’immagine qui sotto): come ho scritto altre volte, non si tratta solo di salvaguardare “un” Vallone sui monti valdostani ma di mettere le basi per la protezione di tutte le nostre montagne da qualsiasi pericolosa speculazione e per sviluppare una frequentazione turistica consona, sensibile, rispettosa e pienamente consapevole della grande e delicata bellezza che lassù si trova e che, ribadisco, è un patrimonio di tutti noi.

Una clava a forma di panchina gigante

Come ha fatto l’amico Pietro Lacasella sulla sua pagina Facebook “Alto-rilievo / Voci di montagna”, anch’io qui sopra ripubblico quel suo intervento di un anno fa sulle “panchine giganti” (o Big Bench) che, come ha scritto Pietro, ha dato il via a un dibattito molto interessante, durato diverse settimane e dal quale sono emersi pareri per gran parte avversi al fenomeno delle panchinone. A mia volta ho più volte rimarcato (vedi qui un elenco parziale dei miei scritti sul tema) la personale netta opposizione a questi manufatti, sorta di giostre per adulti che vengono imposte a luoghi particolarmente ameni con la scusa di valorizzarli ma in verità banalizzandoli e per molti versi degradandoli, diffondendo quella rozza incultura da “luna park alpino” che sta generando non pochi danni sulle nostre montagne, in primis mercificando la loro bellezza e il valore culturale del loro ambiente a “vantaggio” del turismo massificato nonché, ovviamente, di chi le promuove pensando di ricavarci propri tornaconti. E se le panchine giganti rappresentano orridi “sintomi” del più banale e fugace costume turistico destinati a diventare rapidamente nuovi rottami purtroppo deturpanti le montagne (ma spero che vi sarà chi provvederà alla loro rimozione, nel caso), visto l’andazzo ovvero la forma mentis alla base dell’azione di certe amministrazioni pubbliche di località turistiche, c’è da temere che qualcosa di ancor peggiore andrà a sostituirli, nel becero tentativo di scavare sul fondo del barile turistico oltre ogni limite di decenza ambientale e culturale.

Ecco, questo è il punto: è una questione culturale, di immaginario diffuso deviato che deve essere “raddrizzato”, di cultura e di consapevolezza civica verso le montagne che vanno ripristinate, allontanandole nettamente da un certo bieco marketing turistico tanto allettante quanto perverso e pericoloso. C’è bisogno di più cura, di più sensibilità e di attenzione maggiore verso la bellezza delle montagne, predisposizioni culturali che peraltro consentono a chiunque di vivere in maniera ben più profonda, completa e certamente molto più gratificante la frequentazione turistica dei monti. Panchine giganti e altre opere similari regalano divertimenti superficiali effimeri, proprio come quelli di un parco giochi, producendo fin da subito un distacco culturale dei visitatori dal luogo e dunque, paradossalmente ma solo all’apparenza, il disimpegno e il disinteresse verso di esso. Vengono imposte come attrazioni turistiche che sviluppano il luogo nel quale vengono installate quando invece ne avviano o contribuiscono ad accelerarne il declino.

Visto che siamo a fine 2022, c’è veramente da augurarci che il prossimo futuro, a partire dall’anno che sta cominciando, veda concretizzarsi quel mio presagio sul rapido passaggio della “moda” che ha provocato la diffusione delle panchinone e al contempo che sempre più frequentatori delle montagne e degli ambienti naturali si rendano conto che non sono e non saranno tali manufatti ad assicurare un buon futuro ai territori montani, alle loro comunità e a chiunque ci vada, per viverci o per divertirsi ma saranno le più autentiche economie sociali non più meramente turistiche, relazionate e contestuali ai luoghi e alle loro peculiarità, a poter costruire il miglior futuro delle montagne. Certo sembra più facile e rapido piazzare qui e là delle panchinone colorate e sperare che attirino turisti, d’altro canto è sempre più facile distruggere che costruire. Per fare la seconda cosa ci vogliono intelligenza, competenza e lungimiranza, per fare la prima basta una clava. Anche a forma di panchinona, già.

N.B.: tornerò a breve sul tema con altre riflessioni, spero interessanti e proficue al dibattito.