Il catastrofista assoluto (reload!)

Ma tu guarda! Giusto un anno fa scrivevo questo articolo sulla categoria indicata nel suo titolo… Presentimento? Preveggenza? Divinazione? Mapperfavore! Sta di fatto che, passato un anno e giunti i pandemici, virulenti e “impanicanti” tempi presenti, al netto dell’effettiva realtà di fatto e della sua serietà direi che tale articolo – che pur appare valido a prescindere, ahinoi – casca quanto mai a fagiolo.
Rieccovelo, dunque.

Qualche tempo fa vi raccontavo, qui sul blog, di una categoria di persone che mi pare parecchio diffusa, nella società di oggi: quella dei lamentatori seriali.
Ce n’è un’altra di categoria che mi sembra altrettanto cospicua, e che per certi aspetti rappresenta una “evoluzione”, o una involuzione, della precedente: quella del catastrofista assoluto.

Il catastrofista assoluto è colui che prende qualsiasi cosa accada a sé, intorno a sé o di cui venga a sapere come una tragedia, una sciagura, una sventura terribile e pressoché letale. Una catastrofe, appunto, il cui “valore” è di solito inversamente proporzionale all’entità effettiva dell’evento o della situazione alla quale fa riferimento: più un fatto è di poco o nullo conto, più il catastrofista assoluto lo bolla e ne parla come nefasto, più invece il fatto sia realmente grave, più egli lo considererà trascurabile, magari criticando con vibrante acidità quelli che invece ne segnalino la concreta gravità. Cosa che invece egli non ammette di ritorno: se al catastrofista assoluto si contesta di essere tale, non esisterà a bollare il suo accusatore come ignorante, incompetente o arrogante, addossandogli rapidamente la colpa di qualsivoglia terribile danno che paventerà dalla catastrofe annunciata.

Figlio legittimamente illegittimo dell’informazione contemporanea e della spettacolarizzazione mediatica della realtà e delle notizie, assiduo fan dei telegiornali più sensazionalistici, dei talk show nazional-popolari più beceri e casinisti nonché, probabilmente, frequentatore delle pagine social più cospirazioniste, ha tra le sue regole di vita fondamentali il “si stava meglio quando si stava peggio, il cui principio usa per diffondere a chiunque, appena possibile, la sua certezza che tutto al mondo sta andando a rotoli, non esitando peraltro a indicare i sicuri (per lui) colpevoli di tal generale apocalisse.
Piove per una mezza giornata in modo un po’ più intenso del solito? Sono imminenti alluvioni, frane, danni tremendi. Dicono al TG di un fatto di cronaca nera? Siamo sull’orlo della guerra civile. Va con l’auto da qualche parte e impiega cinque minuti in più del solito?  Ha buttato via la giornata intera, è rimasto bloccato ore in auto, il traffico è ormai al collasso, non si può più vivere in un mondo così. E ovviamente quel “traffico al collasso” sarà probabilmente stato causato da chissà quale terribile incidente, forse mortale, magari con più morti – non tralascerà di aggiungere che di questo passo non diventeremo certo vecchi, con il mondo che ci ritroviamo intorno e tutti i “pazzi” che lo popolano, di cui non c’è mai da fidarsi!

Non è un semplice menagramo o iettatore, sia chiaro: non chiama sfortune e malesorti, il suo catastrofismo è universale, una specie di evoluzione 2.0 del pessimismo millenarista d’un tempo (e ben più vanesio di questo), e colpirà sicuramente tutti quanto prima possibile, anche se dallo pseudo-plurale maiestatis che solitamente usa nelle proprie dichiarazioni da fine del mondo («Finiremo tutti quanti male!», «Qui non ci salva più nessuno!», «Questa cosa che hanno detto in TV è una catastrofe per tutti!», e così via) non esita a tirarsi fuori in molti casi, come a dire “il mondo ci sta crollando addosso ma a voi di più!“.

Perché alla fine il catastrofista assoluto – proprio come il lamentatore seriale – si comporta in questo modo in forza di una grossa carenza di sicurezza in sé stesso, palese seppur nel soggetto inconscia, che gli fa percepire come terrorizzante l’eventuale mancanza di attenzione e di considerazione altrui. Per questo, e spesso in forza di una buona dose di analfabetismo funzionale, prende ogni cosa e la gonfia, la ingigantisce, la drammatizza e la rende inesorabilmente catastrofica, riflettendo in tale “gonfiaggio” il tentativo di gonfiare parimenti il petto, di reclamare una considerabile importanza, di darsi lustro facendosi portavoce di una invenzione totale che egli vorrebbe imporre come certa o, quanto meno, assai probabile in tutta la sua sostenuta tragicità. In verità tutto questo, per inevitabile paradosso, rende la sua figura grottescamente catastrofica agli sguardi più sensibili che se la ritrovano di fronte e la sentono vaticinare, i quali d’altro canto devono tener conto che denotare al catastrofista assoluto la sua condizione oggettiva – ugualmente che al lamentatore seriale – è assolutamente fatica sprecata. Si finisce per divenire parte delle sue catastrofi, cause ed effetti di esse, sciagurati portatori malefici di ulteriori sicure apocalissi. Non conviene far altro che dargli ragione, dire che sì, è vero, finiremo tutti malissimo. Semmai, denotategli che sarebbe proprio una catastrofe se tutto ciò non accadesse: potrebbe restare basito da tale affermazione e forse così ve ne sarete liberati. Almeno fino al prossimo evento apocalittico, con la speranza che nel frattempo sarete riusciti ad allontanarvi convenientemente.

Consigli di lettura: Davide López, “Schegge di sapienza, frammenti di saggezza, e un po’ di follia”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Davide López, Schegge di sapienza, frammenti di saggezza, e un po’ di follia, Angelo Colla Editore, 2007.

Questa volta mi affido al consiglio di lettura di un amico di grande intelligenza, cultura e sensibilità, Giuseppe Ravera, che per questi tempi di epidemie più o meno virulente e più o meno deliranti suggerisce il libro di López, così scrivendone:

Psicoanalista talentuoso sino alla genialità definisce la società post-moderna “società di Gesù bambino”: il mondo in cui le diversità individuali sono annullate in modo nichilistico e distruttivo, e le responsabilità polverizzate sino all’annullamento. Una società dominata dalla gioia maligna di “tirare giù” chi aspira al cambiamento e alla propria realizzazione; una società nella quale gli individui sono prigionieri del circolo vizioso narcisismo-masochismo e concepiscono la volontà di potenza come prevaricazione.
Se vi sembra un giudizio eccessivo, pensate allo spettacolo di esibizionismo, di cialtroneria, di incompetenza non si sa se più arrogante o più presuntuosa ammannito in queste settimane da chi ha (avrebbe) la responsabilità di governo. Una ferita su cui giornali e televisioni in caccia di facile audience hanno versato ogni giorno il sale urticante della fine del mondo. Poteva andare diversamente nell’unico paese al mondo in cui il populismo sta sia al governo che all’opposizione?

Osservazione ineccepibile, insomma, che rende questo consiglio di lettura ancor più prezioso.
Cliccate sulla copertina del libro per saperne di più; qui invece potete leggere un’interessante intervista a Davide López riguardo il libro e i temi in esso trattati.

Col terrore non si ottiene nulla

Col terrore non si ottiene nulla da nessun animale qualunque sia il suo grado di sviluppo. L’ho sempre affermato, lo affermo e lo affermerò sempre. È inutile credere di poter fare qualcosa con il terrore.

[Bulgakov studente universitario, nel 1910. Autore sconosciuto, pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4492533 ]
(Michail Bulgàkov, Cuore di cane, traduzione di Giovanni Crino, Sansoni Editore, ed.1979. pagg.33-34.)

Niente panico!

Comunque è piuttosto divertente, e alquanto significativo, constatare come gli inviti proferiti dai media nazional-popolari (e da “gente importante”, di solito) del genere «Niente panico!», «Niente allarmismi!» o altro di simile, siano sempre la miglior fonte di panico e allarmismi.

Bisogna solo stabilire se siano più fessi quelli che li usano, non intuendo gli effetti puntualmente cagionati, oppure quelli che sentendoli se ne fanno terrorizzare senza alcun altro motivo valido.
O forse è solo una specie di processo di causa/effetto tra sodali, dunque qualcosa di pressoché inevitabile.

I vigliacchi

I vigliacchi devono avere il potere, altrimenti hanno paura.

[Foto di Jan Popłoński – tratta da “Ty i Ja monthly”, Warsaw May 1966, pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6586473.%5D
(Stanisław Jerzy Lec, Altri pensieri spettinati. Aforismi in margine a tovaglioli di carta, traduzione di Pietro Marchesani, Bompiani, Milano, 1999.)

Ecco condensata da Jerzy Lec, in una sola frase di poche ma perfette parole, buona parte della storia politica moderna e contemporanea. Già, perché è una storia che continua e, anzi, pare ancora più rafforzarsi nella sua sostanza – di circolo vizioso e tremendamente deleterio per la civiltà e per qualsiasi società che non vi si opponga in modo culturalmente fermo e solido.