Una pandemia di “forse”

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Ci sono troppi “forse”, in questa pandemia. Troppi verbi condizionali, troppi dati numerici blaterati senza senso, troppe opinioni presentate come verità ma basate su astrattezze, troppe previsioni ricolme di imprevisti, troppa incoscienza spacciata per “scienza”. Ancora adesso, dopo così tanti mesi.

E può essere comprensibile che tutt’oggi non si abbiano reali certezze, sul Covid, ma allora perché continuare a diffondere pubblicamente, da parte di troppi, parole che nel concreto risultano quanto meno pleonastiche se non inutili, e dietro le quali molti – i politici in primis – cercando di nascondere la loro inadeguatezza?

Se non si è certi di qualcosa e si è consci che le parole pubblicamente spese influenzano la società civile nelle idee e nelle azioni, ben conoscendo poi l’incapacità dei media di offrire una corretta informazione, è meglio restare in silenzio. Oppure ammettere, con ammirevole sincerità, di non poter dare le informazioni richieste per mancanza di dati certi e oggettivi. Altrimenti anche così, in effetti, si “aiuta” il coronavirus a diffondersi pandemicamente: proprio ciò che sta di nuovo succedendo, già.

La “statura” dei leader politici

Comunque, la “statura” dei leader politici (a prescindere dalle idee espresse e dai partiti rappresentati) la si può ben riconoscere e valutare anche dalla capacità degli stessi di “vedere” nel futuro: non dico remoto, ma almeno qualche mese avanti – peraltro, questa, sarebbe una delle doti fondamentali richieste a qualsiasi buon politico a prescindere dalle idee espresse e dai partiti rappresentati, ribadisco.

Ecco, mi pare che anche in questo l’Italia sia messa veramente benissimo e si vede – nel presente, già.

(Foto e nome, nell’immagine tratta da qui e risalente a poco più di 3 mesi fa, sono parzialmente celati per rendere del tutto irriconoscibile – sì sì! – il politico in questione, preso qui a mero esempio – seppur palese e ordinariamente macroscopico – tra i tantissimi italici possibili al riguardo.)

Le notizie

[Immagine tratta da qui.]

La gente confonde quello che legge nei quotidiani con le notizie.

(A. J. Liebling sul The New Yorker, 7 aprile 1956.)

Preveggenze, già. Liebling scrisse questa cosa nel 1956: è un altro che aveva capito benissimo, in tal caso, come sarebbe finita l’informazione – già ci stava finendo allora, nello stato di decadenza nel quale oggi pare inesorabilmente precipitata. E nel ’56 non c’era internet, non c’erano i social, la TV era ancora un media giovane e i giornali godevano ancora di una buona reputazione. Ma, evidentemente, l’analfabetismo funzionale si stava già sviluppando e diffondendo, fino alla tremenda “pandemia” contemporanea – perché la trasmissione è assai simile a quella di un virus, come possiamo ben constatare oggi.

Non c’è solo il Covid-19, già.

Il destino è segnato (?)

Comunque, bisogna ammettere che il mondo in cui – volenti o nolenti – viviamo offre sempre notevoli spunti di, ehm… “riflessione”, sul mondo e su noi stessi in quanto sua razza dominante, già.
Per dire: date un occhio alle seguenti due notizie diffuse dalle agenzie di stampa a distanza di un giorno solo – ad esempio sull’“Agi”, dalle quali le riprendo.

Il titolo della prima, datata 9 settembre, dice: «In Europa l’inquinamento uccide 630 mila persone ogni anno».

La seconda, del giorno dopo, invece ha come titolo: «La sfida del vaccino, 8 mila jumbo per consegnarlo».

Bene: considerando che gli aerei sono il mezzo di trasporto più inquinante in merito a grammi di CO2 emessi per ogni km (e per passeggero trasportato) e comunque in assoluto tra i più inquinanti, potremmo “tranquillamente” (detto con sarcasmo, ovvio) concludere che, per salvarci dal virus Covid-19, ci uccideranno con l’inquinamento.

Oltre a soffocare l’ambiente dell’intero pianeta ancor più di quanto già non accada, certo, e per giunta senza contare che, come è stato evidenziato, i territori con forte inquinamento atmosferico sono proprio tra quelli ideali per la diffusione dei virus come il Covid.

Ecco.

È veramente un mondo meraviglioso, questo, non trovate?

La paura è la peggior pandemia

A che profondità i media entrano nella nostra vita? Il panico a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane ci dimostra, ancora una volta, quanto il sistema d’informazione sia un organismo complesso e irrazionale. È un sistema che vive della stessa emotività del suo pubblico e come tale è naturalmente teso a esasperare le proprie storie, le curiosità maniacali, la paura: più grande è la notizia, più distorte e fuorvianti sono le sue interpretazioni. È in situazioni delicate e convulse come questa che abbiamo bisogno di sentire la voce di un giornalismo razionale e puntuale, che distingua l’allerta dall’allarme, che segua l’etica del servizio pubblico e non la logica del mercato. Se questo viene a mancare, restiamo in balia di un’informazione distorta che ci schiaccia e si diffonde come un’epidemia, lasciandoci soli con un ragionevole dubbio: questa capillare iniezione di ansia era davvero un antidoto necessario alla circoscrizione del contagio?

È un testo, quello che avete appena letto, a corredo dell’immagine di copertina di Artribune#54, entrambi curati da Tatanka Journal, una rivista indipendente che dal 2018 racconta l’attualità attraverso le immagini, la grafica e le illustrazioni, coinvolgendo artisti nazionali e internazionali. Nel 2020 inizia la collaborazione con “Artribune”, insediandosi sulla superficie della rivista per creare un progetto editoriale parallelo, in grado di innescare delle riflessioni che nell’arco del nuovo anno indagheranno il contemporaneo.

Il testo citato, a mio parere, con poche parole dice cose ottime e assolutamente valide non solo per l’attuale “era Covid” ma per quasi ogni circostanza della nostra realtà contemporanea – nella quale ogni minima questione, anche la più banale e minima, viene resa emergenziale e pericolosamente pandemica, con tutti i danni materiali, culturali, sociali e mentali che poi tocca registrare – visto che il “giornalismo” propriamente detto evita di farlo. Dunque possiamo coltivare la speranza che, proprio in forza delle esperienze degli ultimi tempi, a breve avremo finalmente a disposizione un «giornalismo razionale e puntuale, che distingua l’allerta dall’allarme, che segua l’etica del servizio pubblico e non la logica del mercato»?

Spoiler: no. Anzi, andrà sempre peggio, qui. (Tanto non è mica uno “spoiler”, questo: semplicemente è una trama già vista mille e mille volte. Già.)

P.S.: cliccate sull’immagine per leggere e scaricare il #54 di “Artribune”, la miglior rivista italiana di arte. L’ho già scritta, questa cosa, e la ribadisco.