Lo “smart working”? Ancora?!

Ve lo dico da subito: sarò molto franco, in questo post, seppur “indirettamente”.

Con questo secondo lockdown, imposto in modi più o meno rigidi su tutto il territorio nazionale, è tornato in auge presso enti pubblici e privati lo smart working, conseguentemente applicato in modi più o meno ampi.

Bene: posto quanto già affermavo sul tema qui, dopo la fine del primo lockdown e delle esperienze (personali, ma non solo) al riguardo, e considerando le esperienze attuali – in entrambi i casi non tanto sullo smart working in sé, ma su come esso venga “interpretato” da molti di quelli che lo stanno praticando – vorrei ora molto francamente rimarcare ovvero ribadire che lo smart working

Ritardi, rimandi, disservizi, smarrimenti di documentazioni, inefficienze varie e assortite in troppi casi. «Eh, ma sa, stiamo lavorando in smart working!» la risposta sovente abituale, sempre più simile a una bieca scusa che a una motivazione sostenibile.
Ah, ok, così dicono, quelli. Ma non si dice pure che sarebbe il lavoro del futuro, questo?
Per non parlare dell’altra forma di lavoro a distanza attualmente più usata, quella per l’insegnamento scolastico: su come stiano andando le cose basta leggere questo articolo, adattabile certamente anche alla realtà italiana (o forse qui anche più che altrove) per come me la raccontano numerosi amici docenti.

Ecco.

Be’, mi pare che siamo a posto, allora. Proprio a posto. Già.

Un lockdown esemplare

[Immagine tratta da ilfaroonline.it]
Io credo che, nella situazione sanitaria così grave che il paese sta vivendo, i rappresentanti eletti della sua cittadinanza – i politici, sì, tutti quanti – dovrebbero essere i primi a dare il buon esempio ai cittadini stessi e mettersi in lockdown.

Non solo, dovrebbero dimostrare pure di saper sopportare un lockdown di lungo periodo, se ciò può fare bene al paese e alla sua situazione.
Quaranta, cinquant’anni, ecco. Anche cento, se è il caso.
Sono sicuro che l’intero paese ne trarrebbe un gran giovamento, già.

I “patridioti”

Leggo da “Open” (il 1 novembre, articolo a firma di Giulia Marchina):

«Morto da patridiota» è l’ultima opera dello street artist senza nome di Torino che durante la notte di Halloween ha affisso i suoi manifesti con la scritta No Mask inciso su una lapide. Il poster che sbeffeggia i negazionisti del Coronavirus, si trova in piazza Zara e alla rotonda di Viale Dogali, negli stalli pubblicitari. Lo street artist, che vuole restare anonimo, si firma come Andrea Villa. L’autore ha raccontato a Open che l’idea per l’ultima opera è giustificata dal fatto che «l’autorizzazione dell’opinione pubblica alla demagogia culturale ha creato una degenerazione dei costumi dovuta principalmente all’incapacità degli utenti ad usare i nuovi media per arricchire il loro bagaglio culturale».
Secondo Villa il diritto di informazione «dovrebbe essere tolto al popolo perché citando Umberto Eco “genera una legione di imbecilli”, e quindi penso che il popolo dovrebbe essere dominato da una classe aristocratica intellettuale poiché fondamentalmente non capisce un cazzo».

Be’, non posso che aggiungere:chapeau!“, “Andrea Villa“!

Lockdown all’italiana

Dunque, diamo uno sguardo ai lockdown in giro per l’Europa.

In Spagna, hanno optato per un lockdown regionale.
In Germania, per un lockdown light.
In Irlanda per un lockdown quasi totale mentre in Olanda per uno smart lockdown.
L’Italia, invece, è sempre un passo avanti: da ieri, qui, è in vigore un farlocc-down!
Ah, potenza del Medinìtali!

P.S.: no, non chiedetemi nulla di quell’immagine, che riguarda la locandina di un film del quale non sapevo l’esistenza e non so nulla. Fortunatamente, mi viene da dire.

La fine (?)

[Foto di Martin Sanchez da Unsplash.]
Mah, forse si sta tanto qui a dire, fare, disfare, disporre, obiettare, ipotizzare, decretare, prevedere, e poi questo Covid-19 sarà veramente l’evento che metterà la parola “FINE” al genere umano, un po’ come narrato da certi romanzi di fantascienza.
Chissà.

Be’, nel caso, potremo prenderla come il buon Shakespeare:

Di morte mangerai, che mangia gli uomini, | e il morir finirà, morta la morte.

(Sonetto CXLVI, da I sonetti, a cura di Rina Sara Virgillito, Newton Compton, 1988.)

P.S.: comunque, quasi tutti quei romanzi di fantascienza che narrano di morbi letali raccontano pure di sopravvissuti, pochi o tanti, ai quali resta dunque il compito di ricostruire la civiltà umana. Se questo dopo tutto possa considerarsi un “finale a lieto fine”, non lo so. Pensate ad esempio se, per un inopinato e spaventoso caso, i sopravvissuti siano un gruppo di seguaci di QAnon. Ecco.

P.S.#2: suvvia, non preoccupatevi. L’umanità non finirà con il coronavirus. Be’… però forse con quelli di QAnon . Ok, preoccupatevi!