Uno strano dialetto italiano

Anche le lingue straniere affascinavano il nonno: ci giocava senza averne mai veramente imparata una. Mi ricordo che a volte, soprattutto a tavola, assumeva improvvisa mente un’espressione d’importanza e tirava fuori qualche parola inglese che aveva sentito a San Moritz, per esempio: Good morning, How do you do, How are you, As you like it. Con settanta parole francesi apprese alla scuola secondaria poteva intrattenersi con qualsiasi francese. Con i pastori e gli aiutanti bergamaschi o della Valtellina parlava uno strano dialetto italiano, che non esisteva, che inventava sul momento in modo intuitivo. A un muratore italiano che stava lavorando vicino a casa nostra ha detto con una faccia critica e indicando il cielo rabbuiato: «Aa, mi’l crec ca’l ven dal piöv». Naturalmente piovere il muratore italiano l’avrà capito e infatti non ha neanche riso, avrà creduto che quello fosse un dialetto della regione.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.210. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerne la mia “recensione”.)

Il mondo salverà il mondo #2

(Cliccate qui, per capire meglio.)

#2: Hiroshi Yoshida, Lake Moraine, 1925.

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Il mondo salverà il mondo #1

…Ovvero i paesaggi del mondo, la loro bellezza primordiale, fondamentale e salvifica (appunto) che l’arte sa esaltare più di ogni altra cosa umana, l’importanza vitale della relazione che possiamo e dobbiamo intessere con essi, ovunque ci troviamo e per quanto tempo ci stiamo – un’ora sola o una vita intera – al fine di godere della «possibilità di uscire dal regno orizzontale delle relazioni sociali per entrare in quello verticale dove la terra e il cielo, la materia e lo spirito sono allineati» (Rebecca Solnit).

#1: Edward Theodore Compton, The Matterhorn, 1900 circa.

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Al paesaggio di oggi manca un Corot

[Jean-Baptiste-Camille Corot, Maisons aux Environs d’Orléans, circa 1830.]
Se il concetto di “paesaggio”, prima sostanzialmente inesistente, nasce intorno al Cinquecento grazie alla pittura, che da quell’epoca comincia a raffigurare il mondo come soggetto importante se non principale dell’opera delineandone l’estetica, è soprattutto con alcuni grandi artisti che nel tempo diventa un’autentica e strutturata categoria culturale che dà forma e sostanza all’immaginario paesaggistico diffuso insegnando alle persone ad esserne sensibili e percettivi, non solo in merito alla sua bellezza. E tra i più grandi in assoluto bisogna sicuramente annoverare Jean-Baptiste-Camille Corot, che in opere come Maisons aux Environs d’Orléans, qui sopra riprodotta (non tra le sue più celeberrime ma, io credo, tra quelle più significative), raggiunge vertici tecnico-stilistici ed espressivi pressoché assoluti – fate caso al tocco sublime del pennello, alla raffinatezza dei dettagli e delle cromie, alla delicatezza e insieme alla forza espressiva che il dipinto trasmette…

E nell’ammirare un tale capolavoro, ripensando a quanto ho scritto in merito al concetto di paesaggio e alla sua genesi artistica che nel tempo si struttura in pensiero intellettuale e culturale fino all’accezione attuale, mi sorge un dubbio, forse insensato, forse fuori luogo, forse no: e se la disattenzione, se la mancanza di sensibilità e di capacità di percezione culturale che molte persone dimostrano nei confronti del paesaggio, nel senso proprio di rappresentazione intellettuale del mondo osservato, fosse dovuta – oltre a una generale e deprecabile mancanza di cultura al riguardo nei media contemporanei, tradizionali e virtuali – anche alla relativa mancanza di raffigurazioni altrettanto didattiche e illuminanti del paesaggio come quelle che l’arte ha saputo offrire fino a qualche tempo fa? Se, insomma, alla possibilità collettiva di osservare e capire bene il paesaggio mancasse il necessario “insegnamento” al riguardo da parte di un elemento così potente e suggestivo quale è l’arte? E se proprio da ciò, quale riprovevole ma inesorabile effetto collaterale, derivasse l’incapacità di capire la portata di certi danni arrecati in vario modo al paesaggio sia da parte di chi ne è fonte e sia di chi ne è osservatore?

Insomma: se ci fossero in circolazione ancora dei Corot, che essi dipingessero o impiegassero qualsiasi altro stile, tecnica, media, visuale o no, per raffigurare il mondo, sapremmo forse essere più sensibili e più attenti al paesaggio e alla sua cura? Sapremmo meglio percepire e comprendere la sua bellezza e il suo valore culturale? Sapremmo salvaguardarlo meglio di quanto facciamo?

P.S.: in verità l’arte contemporanea continua a rappresentare il mondo e i suoi paesaggi, e lo fa ovviamente utilizzando strumenti e linguaggi consoni al presente quando non già protesi al futuro. Di contro la produzione artistica contemporanea è meno immediata e più mediata rispetto a quella preavanguardistica: sicuramente abbisogna di un poco più di attenzione e riflessione – è il suo più prezioso scopo, d’altro canto – ma è inutile dire che, nella società di oggi, la riflessione, il pensiero e la pratica intellettuale sono doti quanto mai trascurate quando non vituperate, preferendo ad esse i “rimestii di pancia”. Il che in fondo si correla bene a quanto ho appena affermato, non a caso.

Gianni Celati

Dicono che ognuno corre dietro a certe illusioni e nessuno può farne a meno, perché tutto fa parte d’uno stesso incantesimo. Dicono che alcuni miraggi sono mortali o procurano guai, altri danno l’impressione di soddisfare la fame o la sete, le voglie carnali o i sogni di gloria. E i miraggi del deserto sono particolari solo per questo: perché mostrano che inseguendo le illusioni ci si sbaglia sempre, e non c’è modo di non sbagliarsi, e la vita non è che un perdersi in mezzo ad allucinazioni varie.

[Fata morgana, Feltrinelli, 2005.]

[Gianni Celati in un disegno di Riccardo Mannelli (part.), tratto da questo articolo de “La Repubblica”.]
Gianni Celati è un altro di quegli autori del quale da tempo mi dico di dover approfondire la conoscenza e poi, come accade in questi casi, all’atto della loro dipartita il non averlo fatto appare d’improvviso come una “colpa” personale. D’altro canto di Celati, forse anche più delle sue opere, o prima di esse, mi ha sempre incuriosito il fatto che fosse uno dei nomi più citati, e in modi variamente elogiativi, dai colleghi, ovvero da altri scrittori e autori, ove disquisissero di letteratura nel corso di interviste, articoli, cronache, memorie, testi di qualsiasi genere. Una cosa niente affatto scontata tra contemporanei nell’ambito letterario, manifestazione evidente della sua riconosciuta importanza e del valore della sua opera – nonché, ovviamente, motivo ulteriore per colmare quella mia colpa di troppo lunga data.

P.S.:Doppiozero” ha una bella e ricca sezione di contributi di e dedicati a Gianni Celati, qui, la quale peraltro dimostra bene quanto ho appena scritto lì sopra.