Come si possono trovare valide alternative allo sci nelle località che ancora perseguono quel modello turistico?

Un commento ricevuto lo scorso 2 marzo al mio articolo sul progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, che prevede la realizzazione di impianti sciistici e opere accessorie sotto i 1800 metri di quota con soldi pubblici – progetto che personalmente trovo inammissibile, come sostengo da tempo – mi consente di puntualizzare alcune cose importanti e specifiche riguardo queste iniziative, dunque non solo quella valsassinese ma anche le altre simili sparse per le nostre montagne. Cose che puntualmente emergono, in tali casi, e dunque che è bene mettere in chiaro.

Ringrazio di cuore Antonio che mi permette di farlo a seguito del suo commento qui sotto riprodotto:

Buongiorno, l’articolo critica (probabilmente a ragione) una risposta troppo facile a problemi complessi, ma non leggo la risposta alternativa per l’utilizzo dei fondi.
Sarebbe interessante se potesse condividere suo pensiero in merito.

Nel mio articolo metto in evidenza che progetti come quello proposto per l’Alta Valsassina si manifestano come risposte troppo facili e semplicistiche ai numerosi complessi problemi che la zona in questione e i territori montani in generale presentano, i quali non possono essere risolti con dei copia-incolla di iniziative e modelli, in tal caso quello sciistico peraltro in obiettiva difficoltà sotto diversi aspetti, ritenendo che possano andare bene sempre e dovunque, senza appunto considerare le specificità dei territori nei quali si agisce e sostanzialmente ignorando le criticità ambientali localmente riscontrabili – e con ciò non intendo solo quelle climatiche.

In risposta a queste considerazioni, l’obiezione che classicamente viene mossa, come sostanzialmente fa Antonio con il suo commento, è che non vengano presentate alternative al modello sciistico proposto, il che indirettamente (ma nemmeno tanto) sottintende spesso che chi obietta ciò ritiene che non ci siano proprio alternative a quel modello.

Dico subito due cose basilari: la prima, che non vi può essere alternativa al modello sciistico, nel caso dell’Alta Valsassina, semplicemente perché non è un modello. Come potrebbe esserlo, se si pensa di avviare un’attività sciistica in un luogo nel quale risulta insostenibile sia dal punto di vista climatico che di conseguenza da quello economico? È un “non modello” quanto meno obsoleto in partenza se non già fallimentare: la questione non è dunque il proporvi un’alternativa ma il considerarlo per ciò che è: una impossibilità. Che alternativa ci può essere all’impossibile?

La seconda cosa da dire, al netto di quanto appena precisato: che proporre alternative così, su due piedi, rappresenterebbe una condotta ugualmente troppo facile e superficiale a quello del «Abbiamo soldi da spendere? Realizziamo impianti e piste!». Come ho scritto chiaramente nell’articolo, e qui lo ribadisco per ulteriore chiarezza, territori come l’Alta Valsassina – peculiare in sé ma simile nelle criticità a molti altri sparsi per le montagne italiane, hanno bisogno di un progetto territoriale organico e integrato, come prima accennato, che possa realmente sviluppare il territorio in questione sul lungo periodo e con vantaggi diffusi a tutta la comunità, nel quale certamente ci può essere il turismo ma non in forme scriteriate come quelle proposte, semmai studiato per sfruttare al meglio le peculiarità, le reali potenzialità e le unicità della zona e organicamente correlato alle altre economie presenti così da creare un volano forte che sostenga il territorio e la comunità residente nella loro interezza, a tutto vantaggio pure della qualità della frequentazione turistica.

Un progetto del genere va studiato e elaborato in loco con un percorso analitico e approfondito di studio del territorio, delle sue problematiche, dei suoi bisogni, delle sue specificità, coinvolgendo nel processo elaborativo tutti i soggetti e i portatori di interesse che fanno il territorio, abitandolo, lavorandoci o frequentandolo saltuariamente. Dire «facciamo questo o quest’altro» riferendosi ad altri casi e esperienze apparentemente assimilabili equivale a fornire di nuovo una risposta forse più sensata nella forma ma comunque superficiale nella sostanza, se non generata da quel fondamentale percorso progettuale di cui ho appena detto. Una progettualità per la quale occorrono tempo, volontà, impegno, conoscenze, competenze, esperienze, visione, dialogo, responsabilità, mentre di contro non occorrono fretta e dunque superficialità solo perché bisogna giungere a risultati da poter spendere propagandisticamente – non solo in chiave politica – o perché i soldi a disposizione vanno spesi prima possibile altrimenti vengono persi. Un modus operandi del genere rappresenta solo una corsa al massacro socioeconomico delle comunità e al disastro paesaggistico e ambientale del territorio.

In un territorio come l’Alta Valsassina si possono fare innumerevoli cose “alternative” all’insostenibile modello sciistico, ottenendo da esse benefici e vantaggi anche rapidi senza il rischio di svantaggi, danni e debiti congeniti allo sci in zone come quella in oggetto. Ma quale ostacolo a ciò vi è una enorme carenza di attenzione, di visione e di volontà della politica, non tanto quella locale ma degli enti superiori cioè dalle provincie in su, rispetto ai progetti di sviluppo territoriale strutturati e articolati. La politica odierna pone l’orizzonte temporale delle proprie azioni alla prossima tornata elettorale, vuole risultati immediati da spendere propagandisticamente, alimenta per ciò dinamiche di spesa pubblica pressoché prive di progettualità, di visione e di relazione con i territori. Sostiene di voler supportare e sviluppare le montagne ma in realtà ne alimenta la decadenza e i processi di disgregazione sociale, economica e culturale dei quali le terre alte soffrono già da decenni e sarebbe bene che non continuassero a soffrirne.

Ecco, le centinaia di milioni di Euro di soldi pubblici sprecati in progetti sciistici totalmente insensati, disarticolati e buttati sui monti “un tanto al chilo”, come si dice, andrebbero invece spesi, oltre che per i bisogni sistemici basilari delle comunità di montagna – vogliano nuovamente considerare lo stato delle scuole, delle strade, dei trasporti pubblici, della sanità, dell’efficienza amministrativa, della manutenzione idrogeologica…? Quante cose si potrebbe sistemare e migliorare con tutti quei soldi che, peraltro sottolineo, sono il frutto delle nostre tasse? – per istituire, a livello regionale, un soggetto (ente, commissione, cabina di regia, task forse… chiamiamola come vogliamo) composto da esperti di varie discipline e supportata da enti scientifici, di studio, università, che agiscono sul campo, vanno nei territori, ne studiano a fondo specificità, potenzialità e criticità oggettive, parlano con tutti i portatori d’interesse locali, pubblici e privati, e così elaborano progetti di sviluppo territoriale con effetti immediati e visioni a medio-lungo termine per ciascun territorio analizzato, dunque progetti peculiari e speciali per ogni territorio perché ciascuno di essi è una realtà a se stante che ha bisogno di interventi altrettanto specifici e mirati.

Questo è ciò che a mio parere va fatto sulle nostre montagne, così vanno spesi i soldi pubblici per generare un autentico sviluppo territoriale locale che generi benefici per tutta la comunità e per qualsiasi soggetto che la frequenta, anche per il turista occasionale.

In un contesto del genere, così ben concepito e strutturato nonché solidamente finanziato (i soldi ci sono, come si vede), si possono realmente proporre e fare innumerevoli cose, con ottime possibilità che ciascuna di esse avrà successo e apporterà vantaggi autentici e diffusi a tutto il territorio interessato e alla sua comunità. E di conseguenza risulterà anche un territorio ben più speciale, bello, attrattivo e accogliente per il turista, così che l’economia turistica in loco, finalmente congrua al territorio e alle sue potenzialità, possa diventare un elemento a sua volta veramente benefico per lo stesso oltre che organico alla comunità residente e strutturale nel tempo.

Questa non è una “alternativa”, è un vero modello di sviluppo territoriale dalle grandi potenzialità. Un progetto come “Winter & Summer Alta Valsassina”, ben lungi dal rappresentare un “modello” al quale opporre alternative, è invece una garanzia pressoché certa di fallimento e, ribadisco, di degrado territoriale.

Questo è il mio pensiero, e ringrazio di nuovo Antonio per avermi dato l’occasione di esprimerlo, spero con sufficiente chiarezza.

N.B.: tutte le immagini che corredano l’articolo, e che presentano vedute dell’Alpe di Paglio e del Pian delle Betulle, luoghi oggetto del progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, sono tratte da www.trekkinglecco.com.

Risposte troppo facili ai problemi complessi dei territori montani: il caso “Winter & Summer Alta Valsassina”

(Articolo pubblicato in origine su “ValsassinaNews” il 26 febbraio 2025.)

[Veduta panoramica del Pian delle Betulle, sopra Casargo (Lecco) dall’attuale seggiovia.]
Risposte (troppo) facili a problemi complessi.

È di questo che la montagna soffre da molto tempo, cioè fin da quando la si è marginalizzata, ritenendola poco importante per la politica, a vantaggio delle più ricche (e elettoralmente appetibili) aree urbanizzate e industriali del paese. Alle comunità di montagna si è tolto peso politico, diritto di interlocuzione, cultura e identità così da fare spazio ai modelli economici, culturali e imprenditoriali funzionali soprattutto a soggetti esterni alla realtà montana. Ai montanari, trattati alla stregua di bambini ingenui e un po’ tonti a cui si sono promessi giocattoli bellissimi in cambio dell’ubbidienza pressoché assoluta, non è rimasto che accettare quei modelli nella speranza di ricavarci qualcosa di buono – e non ci voleva tanto per ottenerla quell’ubbidienza, vista la situazione di povertà nella quale versava la gran parte della montagna italiana fino al dopoguerra. Così il turismo di massa si è facilmente imposto come modello economico imperante per i territori montani, in origine agevolato da condizioni climatiche favorevoli e dal boom economico che dagli anni Sessanta in poi ha concesso a molti italiani la possibilità di fare vacanze prima impossibili.

Ma stiamo parlando di un mondo che non esiste più, purtroppo. Nel pieno di una crisi climatica in costante peggioramento, che sta rendendo la neve al di sotto dei 2000 metri di quota sempre più aleatoria, di una situazione economica generale complicata, a sua volta legata a molte variabili geopolitiche un tempo assenti, e di un’evoluzione dei costumi che ha reso da anni il turismo sciistico un “mercato maturo” non più in grado di crescere se non nei più grandi e attrezzati comprensori a quote elevate, continuare a proporre in molte località il modello turistico dello sci su pista, promuovendo la realizzazione di nuovi impianti, piste e opere annesse – innanzi tutto gli impianti di innevamento artificiale – non vuol dire altro che reiterare quella pessima pratica del fornire risposte facili a problematiche complesse come quelle che la realtà montana contemporanea presenta. Una pratica di nuovo funzionale a fini e interessi che poco hanno a che fare con tale realtà, biecamente alimentata da meccanismi politici fatti apposta per trasformarla in propaganda e consenso elettorale con lo sguardo fisso alle prossime votazioni, mai al di là.

[Le piste del Pian delle Betulle nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022.]
Meccanismi che ormai tutti conosciamo (a parte chi fa finta di no): a livello regionale si mettono a disposizione dei soldi pubblici per scopi di “rilancio economico, sociale e territoriale” delle zone montane; lo stanziamento di questi soldi abbisogna di proposte e progetti rapidi, altrimenti c’è il rischio di perderli; le zone montane avrebbero la necessità di vedere elaborati piani strategici territoriali generali e integrati, sviluppati sul medio-lungo termine, che tengano conto di tutte le specificità presenti nei territori e delle loro necessità concrete, così da predisporne uno sviluppo organico e equilibrato a favore dell’intera comunità residente nonché di qualsiasi altro soggetto interagente nel territorio (inclusi i turisti), ma per elaborare piani del genere ci vuole tempo, volontà, impegno, visione, responsabilità… No, troppo difficile, troppo lungo! Dunque? Risposta molto più facile e immediata: spendiamo quei soldi in impianti sciistici e/o turistici! Basta sostenere che così si “sviluppa” l’economia locale, si “rilancia” il territorio, si sostiene la comunità locale, ovviamente si aggiunge che il tutto è “sostenibile” e il gioco è fatto. Un bel copia-incolla di un modello obsoleto, già da tempo fallito in molti luoghi, appiccicato alla zona in questione come se ogni territorio montano fosse uguale agli altri e ugualmente sviluppabile, col “vantaggio” che tutto questo è facile e semplice da proporre nonché funzionale a spendere i soldi disponibili così far credere che si stia veramente operando a favore del territorio.

Un “buon” esempio al riguardo? Il progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, nel comune di Casargo (Lecco) per il quale si vorrebbero spendere (in base a un accordo di programma recentemente definito in ambito regionale) più di 4.220.000 Euro, la gran parte pubblici, per realizzare delle infrastrutture sciistiche a quote inferiori ai 1800 metri, dove ormai la neve appare sporadicamente e il clima non ne consente la permanenza a lungo al suolo (e dove da più di vent’anni i vecchi impianti sono stati chiusi, chissà come mai!), invece di impiegarli nell’elaborazione di un progetto territoriale organico e integrato, come prima accennato, che possa realmente sviluppare il territorio in questione sul lungo periodo e con vantaggi diffusi a tutta la comunità, nel quale certamente ci può essere il turismo ma non in forme scriteriate come quelle proposte, semmai studiato per sfruttare al meglio le peculiarità, le reali potenzialità e le unicità della zona e organicamente correlato alle altre economie presenti così da creare un volano forte che sostenga il territorio e la comunità residente nella loro interezza, a tutto vantaggio pure della qualità della frequentazione turistica.

Invece no. Troppo difficile una cosa del genere, troppo elaborata. Purtroppo la politica oggi “ragiona” per slogan, per cose semplici e immediate, ha lo sguardo che non va oltre la prossima tornata elettorale, evita di affrontare i problemi reali (non a caso si dice spesso che sia lontana dalla realtà) e fornisce risposte facili a domande prive di senso che in fondo si pone da sola, anche per evitare quelle più sensate e complesse. Il buon senso viene del tutto ignorato (quello che ad esempio sconsiglierebbe chiunque dal realizzare impianti sciistici dove sciare è già ora e sarà sempre più improbabile, per di più spendendo soldi pubblici); alla comunità locale non resta altro che fare su e giù con la testa e dire di sì, senza alcuna forma reale di interlocuzione, di dialogo e confronto, di partecipazione democratica ai processi decisionali politici. Come bambini sprovveduti che non saprebbero dire cose intelligenti o decidere da soli cosa fare, appunto.

[Il parcheggio in fondo alla ex pista da sci dell’Alpe di Paglio.]
Ma, a proposito di buon senso e di risposte altrettanto buone e valide da dare a domande importanti: gli abitanti dell’alta Valsassina sono veramente sicuri che spendere più di 4 milioni di Euro per un progetto come quello presentato sia proprio il modo migliore per il territorio di impiegare tutti quei soldi? Sono sicuri che così si valorizzerà veramente il loro territorio? Che si rilancerà la sua economia e la vitalità sociale? Che le specificità e le unicità delle loro montagne verranno valorizzate come meritano? Secondo loro, è di seggiovie, impianti di innevamento artificiale e altre attrazioni turistiche ciò di cui il territorio locale ha innanzi tutto bisogno? O ci sarebbero altre priorità, altri bisogni, altre necessità da soddisfare perché più correlate alla quotidianità della comunità residente per le quali spendere al meglio quella grossa cifra di denaro in gran parte pubblico?

Inoltre: se i report climatici che prevedono nevicate in diminuzione e temperature in aumento nei prossimi anni dovessero aver ragione come finora l’hanno avuta e gli investimenti di “Winter & Summer Alta Valsassina” dovessero risultare insostenibili non solo ambientalmente ma soprattutto economicamente, oppure perché i prezzi di mercato imporranno spese di gestione più alte di quanto prevedibile, chi ripagherà i debiti conseguenti? Ancora il pubblico, dunque comunque i residenti della zona insieme a tutti gli altri contribuenti? Perché, come vengono presentati progetti dettagliati (apparentemente) su tali opere turistiche, non vengono mai presentati piani di gestione economica altrettanto dettagliati sul medio-lungo termine per le stesse?

[Una vecchia cartolina che mostra i condomini ormai vuoti che “adornano” l’Alta Valsassina tra Margno e Casargo, e che con il progetto in questione si vorrebbero riempire nuovamente di villeggianti investendo sullo sci come si fosse negli anni Settanta del Novecento.]
Infine: veramente gli abitanti dell’alta Valsassina pensano e credono che le loro montagne diventeranno più belle, attrattive e vitali grazie alle opere previste e ai soldi spesi per esse? E che saranno un buon posto da vivere per i loro figli e i loro nipoti, che ci saranno buone prospettive per essi nel futuro prossimo?

Ovviamente, ognuno è libero di rispondere come meglio crede ma a una condizione ineludibile: che qualsiasi risposta sia responsabile, assennata, basata su motivazioni valide e sul buon senso. Al diritto di pensare liberamente e formulare un proprio giudizio – su questa e su ogni altra questione – deve corrispondere il dovere civico e di responsabilità verso il proprio territorio e la comunità della quale si è parte. Anche per questo vivere in montagna rappresenta un privilegio del quale gli abitanti delle città non possono godere. Un privilegio che bisogna manifestare e preservare, non sprecare e gettare al vento troppo facilmente, troppo superficialmente.

Martedì 4 marzo a Bergamo, per discutere di un futuro senza (r)impianti per le nostre montagne

Martedì prossimo 4 marzo, a Bergamo, si tornerà a discutere intorno al contestato progetto di collegamento sciistico tra i comprensori di Colere (Val di Scalve) e Lizzola (Valle Seriana) e delle conseguenze che si potrebbero generare dalla sua realizzazione in un territorio che presenta varie criticità, in parte tipiche della montagna italiana e per altri versi specifiche di tale porzione delle Prealpi orobiche, peraltro ricca di grande bellezza naturale e innumerevoli potenzialità turistiche e non solo. Un progetto che, per quanto propone e per il peso finanziario che prevede, in gran parte supportato da soldi pubblici, è rapidamente assurto agli onori delle cronache nazionali come caso emblematico intorno alla questione dell’industria sciistica e del suo modello turistico monoculturale nella complessa realtà attuale delle nostre montagne.

Il tutto mentre la petizione aperta dal Collettivo “TerreAlt(r)e” su Change.org ha superato le 26mila firme e veleggia rapidamente verso le 30mila, segno inequivocabile di un sentimento diffuso contrario al progetto e alla proposta politica che vi sta alla base, evidentemente ritenuta sconveniente al territorio in questione e alla comunità che vi risiede, in aggiunta ai numerosi rilievi tecnico-scientifici che da tempo rimarcano le problematicità del progetto proposto.

Trovate le info sulla serata nella locandina lì sopra (se ci cliccate sopra la potete scaricare in pdf) e, ovviamente, l’invito a parteciparvi è caloroso, non fosse altro perché si avrà l’occasione di dibattere su uno degli angoli più belli e preziosi delle Alpi lombarde e sulle sue future, emblematiche sorti.

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che negli ultimi mesi ho dedicato alla questione Colere-Lizzola.

Non è così che Regione Lombardia può aiutare i territori montani, come invece dice di fare!

[Veduta di Vilminore di Scalve, con la Presolana sullo sfondo.]
Leggo sulla stampa (qui, ad esempio) che Regione Lombardia ha stanziato per l’anno 2025 alle Comunità Montane della regione 11 milioni di Euro, per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano. Grazie alle risorse messe a disposizione proseguiamo l’importante lavoro di valorizzazione delle Comunità montane.»

L’articolo riporta che in Lombardia le Comunità montane sono 23, con una popolazione complessiva di oltre 1,2 milioni di abitanti ripartita in 510 Comuni: in pratica fanno poco più di 9 Euro per abitante.

La stessa Regione Lombardia, nel frattempo, potrebbe spendere almeno 30 milioni di Euro per sostenere il progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, avversato da più parti per evidenti ragioni di insostenibilità economica e ambientale nonché per l’obsolescenza di un progetto del genere in un territorio montano nel quale, per le sue specificità, è tanto inevitabile quanto vantaggiosa la transizione a modelli turistici più consoni alla realtà presente e del territorio stesso, dunque ben più funzionali al sostegno generale e durevole delle comunità residenti.

30 milioni di Euro se non di più per un solo comprensorio sciistico, e a diretto vantaggio di una sola società privata, e 11 milioni di Euro per tutte le Comunità Montane lombarde. Senza contare i tanti altri progetti (sciistici, ma non solo) di simile natura e altrettanta incongruenza che vengono o potrebbero essere finanziati da soldi pubblici regionali.

Trovate che vi sia una logica, in tutto ciò?

Magari voi sì. Io no.

Non credo che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» si debba politicamente e amministrativamente agire in questo modo. Infatti i servizi di base nei territori montani continuano a sparire mentre i tralicci dei nuovi impianti di risalita o i tubi dei sistemi di innevamento artificiale continuano a comparire, spesso su versanti e a quote dove le condizioni per sciare non ci sono già più ora, figuriamoci nei prossimi anni.

Credo invece che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» la maggior parte dei finanziamenti pubblici dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo territoriale generale strutturati sul medio lungo termine che mettano in rete tutte le componenti sociali della comunità e sostengano tutte le economie locali, tra le quali certamente anche quella turistica (elemento importante e necessario ma in tali circostanze non più egemonico), con preminenza data a quelle le cui ricadute positive concrete vadano a vantaggio della più ampia parte di comunità residente, oltre che al sostegno dei servizi di base e ecosistemici necessari alla quotidianità degli abitanti e alle loro prospettive future di vita in loco.

[Una veduta della media Valtellina, dominata dalla mole del Monte Disgrazia. Foto di marco forno su Unsplash.]
Sono progetti di certo non semplici da elaborare che abbisognano di volontà politica, visione strategica, competenze tecnico-amministrative e culturali, ma quanto mai indispensabili alle nostre montagne così soggette a variabili e criticità complesse che non possono essere risolte con quelle ingenti elargizioni prive di logica e visione a realtà pressoché insostenibili, lasciando quanto avanza alle cose veramente importanti per le comunità residenti.

Anche perché, in territori tanto pregiati quanto fragili e delicati come quelli montani, gli errori di gestione nella politica locale si possono pagare cari e li paga la comunità residente. Sarebbe bene non dimenticarlo.

Il collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, un caso emblematico come pochi altri sullo sci contemporaneo

Come era piuttosto facile immaginare, la questione del paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e di Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, per il quale si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro di cui 50 pubblici (da Regione Lombardia e Ministero del Turismo, al netto di eventuali aumenti) creando un comprensorio di 50 km di piste in una zona quasi interamente sotto i 2000 metri di quota e sottoposta a varie tutele ambientali, non solo ha creato un vivace dibattito nei territori interessati ma pure suscitato un ampio interesse da parte della stampa, locale e nazionale. Ormai, da qualche settimana, ogni giorno o quasi esce un articolo sulla vicenda, sia sulla stampa locale che su quella nazionale: qui sotto trovate una minima rassegna stampa.

La sostanza del progetto in questione, le notevoli cifre in gioco a fronte del comprensorio limitato (in km di piste e in capacità concorrenziali con altre località sciistiche lombarde più grandi e strutturate), le specificità tanto ambientali quanto socio-economiche della zona sottoposta al progetto e in generale le riflessioni ormai ampie e inevitabili sul futuro dello sci, se non già sulla sua fine in certe località, stanno rendendo il “caso Colere-Lizzola” particolarmente emblematico della realtà dell’industria dello sci sulle montagne italiane, insieme ad alcuni altri parimenti significativi come quelli del Vallone delle Cime Bianche, del Monte San Primo o del Nevegal (tre dei tanti citabili al riguardo).

Per quanto mi riguarda, una posizione chiara e determinata sulla questione l’ho assunta pubblicamente ed è fermamente contraria al progetto non tanto e non solo per ragioni ambientali quanto per motivazioni socioeconomiche, culturali e politiche, proponendo di contro un’alternativa (una di quelle possibili) al modello sciistico monoculturale prospettato, in forza anche delle innumerevoli potenzialità che la zona tra alta Valle Seriana e Valle di Scalve possiede per sviluppare un turismo sostenibile, consono ai luoghi e di grande appeal, inserito in un piano di sviluppo territoriale generale che ponga al centro degli interessi complessivi innanzi tutto il territorio e la comunità locale.

[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
D’altro canto, proprio in tema di centralità ineludibile del territorio, della sua comunità, del suo sviluppo equilibrato e strutturato sulle specificità del luogo con una visione a lungo termine, in grado di emanciparsi dalla variabile climatica e da quella economica che già oggi incombe sul turismo sciistico, ciò che a mio parere deve restare fondamentale è la possibilità è che sia la stessa comunità a poter decidere le proprie sorti, cosa che ho rimarcato con fermezza negli incontri pubblici delle scorse settimane nei quali sono intervenuto. Una decisione civica, culturale e politica che deve essere informata, consapevole, responsabilizzata, forte di una costante interlocuzione sia con i soggetti istituzionali coinvolti che con quelli tecnico-scientifici, e che in generale deve essere una manifestazione chiara della relazione che i locali hanno con le proprie montagne, con il loro ambiente naturale, con il paesaggio: il segno di un’identità culturale forte e viva, ben conscia del fatto che le montagne sono le genti che le abitano e viceversa, dunque che qualsiasi cosa si faccia sui monti, in bene e in male, è come se la si facesse a chi li abita, alla loro esistenza, al loro futuro. Per questo ogni decisione al riguardo deve essere tanto approfondita e meditata quanto discussa e partecipata: in fondo anche questa è una specificità importante in grado di rendere la montagna un luogo diverso dagli altri antropizzati – oltre alla bellezza del suo paesaggio e alle meraviglie naturali che offre. Un luogo potente e insieme delicato nel quale la responsabilità delle azioni compiute deve essere il più possibile collegiale e condivisa.

Nel dualismo a volte concreto ma spesso forzato e deviante tra montagne e città, la dimensione comunitaria delle terre alte, che è ineludibile anche quando sia trascurata o ignorata, è una delle alterità fondamentali in grado di generare valore e identità a favore delle montagne, dunque a porre le basi per il loro miglior futuro possibile, sia esso basato sul turismo o su qualsiasi altra cosa. Perché se non c’è la comunità non c’è nemmeno il luogo, e se non c’è il luogo anche il turismo non può esistere e portare benefici ma si manifesterà nelle sue forme più devastanti, quelle che consumano i luoghi lasciando dietro di sé solo macerie, ambientali e sociali. In tal caso sì, per la montagna sarebbe veramente la fine.