Alessandro Gogna per “La Montagna Sacra”

Il concetto di no-limits è una bestemmia, non sta in piedi ed è l’ostacolo numero uno alla ricerca del Sacro, dove per “Sacro” si intende qualcosa di diverso da noi, soprattutto diverso dal nostro volere, dalla nostra volontà, dalla nostra intelligenza, dal nostro sapere. […] Quello che mi auguro è che sempre più persone possano accettare che tutto sommato siamo esseri limitati, che la natura è molto più potente di noi, che dobbiamo vivere insieme alla natura e non contro, come abbiamo fatto finora, e quindi sempre più persone possano entrare in questo meccanismo, secondo me, virtuoso. Basta con la civiltà dei consumi e della conquista, ma invece una civiltà che viva nell’habitat che ci è stato dato, e che stiamo rovinando.

[Alessandro Gogna, videointervista di Mirko Sotgiu per “MountainBlog” sul progetto Una Montagna sacra per il Gran Paradiso.]

Il Vallone a quota 17.000

[Immagine tratta dalla pagina Facebook Varasc.it. In Val d’Ayas dal 2004.]
Gli ultimi giorni del 2022 hanno portato una bellissima “notizia”: la petizione per dire NO al folle progetto funiviario nel Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, uno degli ultimi territori d’alta quota incontaminati e non ancora turistificati in questa parte delle Alpi, ha raggiunto e superato i 17.000 firmatari – al momento in cui scrivo questo post ne conta 17.136. E crescono continuamente, giorno dopo giorno: sempre più persone alle quali sta a cuore il meraviglioso Vallone così come ogni altro territorio naturale ancora intatto, sulle montagne e non solo, che decidono di manifestare la propria opinione e dimostrano come sia giunta inevitabilmente l’ora di cambiare certi paradigmi turistico-imprenditoriali con i quali ancora oggi, come fossimo fermi a cinquanta o sessant’anni fa, vorrebbero sfruttare e svendere il territorio naturale patrimonio di tutti per ricavarci meri tornaconti a vantaggio di pochi, in barba a qualsiasi considerazione sulla realtà che stiamo vivendo e che dovremo affrontare nel prossimo futuro.

Se non l’avete ancora fatto, vi invito a sottoscrivere la petizione (la raggiungete anche cliccando sull’immagine qui sotto): come ho scritto altre volte, non si tratta solo di salvaguardare “un” Vallone sui monti valdostani ma di mettere le basi per la protezione di tutte le nostre montagne da qualsiasi pericolosa speculazione e per sviluppare una frequentazione turistica consona, sensibile, rispettosa e pienamente consapevole della grande e delicata bellezza che lassù si trova e che, ribadisco, è un patrimonio di tutti noi.

La “corsa agli armamenti” dei comprensori sciistici

[Foto di Tim Oun da Unsplash.]

Leggete le citazioni di seguito pubblicate, e poi chiedetevi: chi le ha espresse? Un attivista per il clima? Un ambientalista? Un contestatore del sistema economico turistico? Un oppositore antisistema?

I modelli climatici mostrano in effetti uno spostamento dell’arrivo della prima neve della stagione. È una tendenza che si intensificherà in futuro, anche se possono esservi variazioni meteorologiche molto forti da un anno all’altro. Queste difficoltà si aggiungono all’innalzamento del limite pioggia-neve: dagli anni 1960, il limite di zero gradi è salito di quasi 300 metri nelle Alpi svizzere.

Le persone che vogliono continuare a sciare andranno in zone di alta quota. Ma il problema del riscaldamento globale prima o poi raggiungerà anche quelle stazioni. Con la chiusura di piccole stazioni sciistiche delle Prealpi o del Giura, i bambini avranno sempre meno opportunità di imparare a sciare vicino a casa e il bacino di reclutamento di nuovi sciatori si restringerà. Inoltre, gli ingenti investimenti necessari per l’innevamento artificiale delle piste porteranno a un ulteriore rincaro dei prezzi. Già oggi, molte persone hanno abbandonato lo sci per motivi finanziari. In futuro, questo sport sarà riservato solo a una fascia agiata della popolazione.

La maggior parte delle società di impianti di risalita continua a investire massicciamente in infrastrutture: è una sorta di pericolosa “corsa agli armamenti”, una vera e propria fuga in avanti ma, indipendentemente dalla variabile climatica, alcune stazioni non se la caveranno. Il numero di giornate-sciatori è crollato di quasi il 20% in dieci anni e nulla indica che si invertirà la tendenza.

Per un comprensorio sciistico ha certamente senso investire in misure di adattamento di fronte ai cambiamenti climatici. Misure che passano per lo più dalla neve artificiale. Ma se tutti lo fanno mentre il mercato dello sci è in declino, non ci saranno abbastanza clienti per tutti. Si dovrebbero invece concentrare gli aiuti pubblici su alcune aree sciistiche e aiutare altre stazioni a disinvestire e trovare alternative allo sci. Il blocco al riguardo è soprattutto mentale. Molti attori del settore turistico e politici eletti continuano a mantenere una sorta di mito e di rapporto sentimentale con gli impianti di risalita.

Alcune stazioni delle Prealpi, come il Monte Tamaro in Ticino o il Moléson nel cantone di Friburgo, hanno superato con successo questa svolta. È la prova che la fine delle gli impianti sci non significa necessariamente la morte delle stazioni turistiche di montagna.

Risposta alle domande in testa al post: no, tali considerazioni (tratte da questo articolo di “SwissInfo.ch”) non sono di un ambientalista “integralista”, come spesso in Italia viene definito chi osa confutare le idee e le iniziative di certi gestori dei comprensori sciistici, ma di Christophe Clivaz, professore associato presso l’Istituto di geografia e sostenibilità dell’Università di Losanna, il cui lavoro attuale si concentra sui temi della governance dei siti turistici (in particolare località montane e parchi naturali), sull’analisi comparata delle politiche di sviluppo turistico e di politiche pubbliche a impatto turistico (pianificazione del territorio, natura e paesaggio, ambiente, sviluppo del territorio, agricoltura, eccetera), co-autore del libro Tourisme d’hiver: le défi climatique (Turismo invernale: la sfida climatica, testo non pubblicato in Italia). Uno che la montagna la studia e la conosce scientificamente, insomma, offrendo la propria competenza nei progetti di sviluppo sostenibile e al passo con i tempi dei territori montani: una competenza indispensabile e illuminante per chiunque meno per chi, a quanto sembra, ne avrebbe più bisogno, ovvero certi gestori di comprensori turistici e sciistici in particolare, quelli che si arrogano il diritto di decidere le sorti delle montagne che gestiscono in base ai propri tornaconti condannandole così a una inesorabile decadenza – i cui effetti paga e pagherà sempre la collettività, con l’elargizione di gran quantità di soldi pubblici per coprire i buchi di bilancio fino all’inevitabile fallimento.

Quanto possono restare ancora inascoltate le considerazioni del professor Clivaz e di ogni altra figura come lui? Fino a che veramente delle montagne, della loro bellezza e del loro patrimonio naturale e umano resteranno solo macerie?

Anche a tali domande è l’ora di dare adeguate risposte.

Cime Bianche e Pitztal, un confronto emblematico

[Veduta dei ghiacciai della Pitztal. Foto di annca da Pixabay.]

Mentre sulle Alpi italiane alcuni amministratori pubblici i quali sarebbero da definire con titoli che vanno oltre la pubblica decenza lessicale vogliono distruggere un territorio alpino incontaminato come il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, piazzandoci devastanti impianti funiviari per lo sci, sulle Alpi austriache i progetti che avrebbero portato al più grande comprensorio sciistico su ghiacciaio del mondo, tra le valli Ötztal e Pitztal, a fine novembre sono stati respinti dall’Ufficio del Governo del Land del Tirolo, ente pubblico con potere decisionale al riguardo.

Ne riferisce, tra gli altri, questo articolo della CIPRA – la Commissione Internazionale per la Protezione delle Regioni Alpine – nel quale si legge che il progetto era stato presentato nel 2015 ma i Club alpini tedesco e austriaco si schierarono da subito pubblicamente contro di esso, lanciando la campagna “Le Nostre Alpi”. Intanto, durante il periodo di pianificazione tra il 2015 e il 2019, il ritiro dei ghiacciai dovuto ai cambiamenti climatici ha modificato a tal punto le condizioni ambientali, che le piste e gli itinerari sciistici originariamente previsti non sono più realizzabili. Tra i vari interventi, il progetto comprendeva 64 ettari di nuove piste da sci, superficie equivalente all’incirca a 90 campi da calcio. A ciò si sarebbero dovute aggiungere la costruzione di tre nuove cabinovie con un centro funiviario e un ristorante, oltre a un tunnel sciistico lungo più di mezzo chilometro, garage, strade di accesso e un bacino di accumulo per la produzione di neve artificiale. Inoltre, aveva suscitato forti polemiche la prevista rimozione di un picco del Fernerkogel per la costruzione di una stazione della funivia.

[Il Pitztal Gletscher. Foto di Christel da Pixabay.]

Peraltro, la vicenda austriaca presenta delle peculiarità che la rendono comparabile con la questione degli impianti nel Vallone delle Cime Bianche non solo nella forma ma pure nella sostanza: come i promotori del progetto italiano dovevano presentare da mesi lo studio di fattibilità aggiornato ma non l’hanno fatto, annunciando qualche giorno fa solo di averlo in mano ma senza renderlo pubblico e sottoporlo agli enti amministrativi locali (ne ho scritto di recente al riguardo qui), anche i promotori del progetto austriaco avrebbero dovuto presentare ulteriori documenti per il collegamento dei comprensori sciistici entro il termine di fine ottobre 2022. Poiché ciò non è avvenuto, l’Ufficio del Governo del Land del Tirolo ha concluso la procedura di valutazione dell’impatto ambientale con una decisione negativa.

Ecco.

Non credo che, nel confronto proposto tra l’Italia e il Vallone delle Cime Bianche (in rappresentanza dei tanti altri territori montani minacciati da nuovi impianti sciistici e infrastrutture turistiche – l’elenco è parecchio lungo, ahinoi) e l’Austria con i ghiacciai Ötztal e Pitztal, ci sia bisogno di aggiungere molto altro. Tirate voi le conclusioni del caso.

Sicuramente non esiste da nessuna parte il paradiso in Terra e ogni mondo è paese – anche l’Austria, senza dubbio – ma, in tema di turismi montani, diciamo che per molti versi l’Italia appare spesso un po’ più infernale e paesana degli altri stati alpini, già.

Mercoledì scorso, su “La Provincia”

Arrivo in ritardo ma con inalterata gratitudine a segnalare l’articolo che lo scorso mercoledì 14 dicembre Fabio Landrini ha dedicato sulla pagina dedicata alla montagna de “La Provincia” al tema delle moto sui sentieri e al recente, scellerato emendamento di Regione Lombardia che con un bieco meccanismo amministrativo ne agevola il transito, citando – tra le altre cose – la mia presa di posizione ovvero che quanto approvato in consiglio regionale lombardo sia una cosa assolutamente vergognosa.

Ma non sono che uno tra i tantissimi che si stanno opponendo a tale mossa politica, nella speranza che qui come altrove l’unione delle voci contrario faccia la forza della salvaguardia dei nostri territori di montagna da queste fruizioni degradanti, inquinanti e distruttive così come di ogni altra modalità di frequentazione illogica e fuori luogo rispetto alla realtà attuale e futura delle montagne. Che hanno bisogno di cultura, conoscenza, sensibilità, idee innovative e contestuali, progetti logici e mirati in primis al benessere dei territori montani e di chi li abita e di ogni altra cosa buona che ne consegue, non di menefreghismo verso tutto ciò, non di incuria, rumore, distruzione, miopia economica e ecologica, e non di essere svendute come un oggetto da consumare a chi pretende di poter e voler comprare tutto.