Un giorno questo dolore mi sarà utile. Anzi, lo è da subito.

Questo post è un off-topic rispetto ai temi che abitualmente tratto qui nel blog, e contiene alcune riflessioni personali su cose accadutemi di recente verso le quali ovviamente non ho la supponenza di credere che possano interessare chi le legge: se sì mi fa piacere, se no fa nulla, più che altro le appunto per me stesso, al fine di farne meglio decantare ciò di cui raccontano e, magari, coglierne un portato più ampio. Magari si tratta solo di banali corbellerie, ma spero di no.
Il titolo, intuirete, viene dal quasi omonimo romanzo di Peter Cameron, spiegherò poi perché.
Infine, il testo è un po’ lungo e me ne scuso. Se vi annoia siete autorizzati ad abbandonarlo senza problemi.

[Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay.]
Il periodo di festività di fine anno appena passato è stato piuttosto tribolato per me: colpa di un incidente neuromotorio, niente di troppo grave ma estremamente doloroso, abbastanza da passare le notti e le giornate di Natale e Santo Stefano tra pronto soccorso ospedaliero, ambulanze e guardie mediche per cercare di sedare il dolore e gli effetti conseguenti, fino a che – dopo altri che hanno fallito – un potente farmaco intramuscolare ha quanto meno raggiunto tale scopo.

Tutto qui. Ribadisco: niente di che, c’è di ben peggio. Infatti non è questo il punto. Ovvero non lo è stato l’incidente occorsomi e quel dolore così inopinatamente forte (ho in curriculum una bella lista di fratture sportive, un po’ di esperienza al riguardo me la sono fatta!) che mi ha imposto di correre al pronto soccorso del più vicino ospedale alle tre della notte di Natale per tentare di farmelo lenire.

Semmai è stato il senso che di quel dolore ho còlto, ciò che lo rende esperienza tra le più intense che si possano vivere, l’ascolto meditato delle sensazioni e delle percezioni che sentivo in me nel mentre che tentavo di resistervi. Lo scopo di esso, se così posso dire e per come me lo sono chiesto in quei momenti: cioè se uno scopo potesse e possa esserci, si possa trovare o si debba in qualche modo trovare, anche per una condizione di così percepito disagio psicofisico, peraltro vissuto nel mezzo di altri disagi – presso un pronto soccorso ospedaliero e proprio durante la notte di Natale – ciascuno dei quali unico e singolare al netto della loro gravità, condivisi soltanto nella loro manifestazione sincrona.

Dico una banalità: salvo rari e fortunati casi, il mondo nel quale oggi viviamo ci porta a condurre una vita parecchio convulsa, frenetica, a volte nevrotica, spesso stressante, che tuttavia affrontiamo senza pensarci troppo: perché «va così», abbiamo tante cose da fare, impegni da sostenere, forse obiettivi da raggiungere, dunque la strategia di fondo che gioco forza scegliamo al riguardo è quella di ottimizzare il più possibile tutto – azioni, tempi, movimenti, spazi, attese, riposi… – di contro cercando similmente di evitare qualsiasi ostacolo, impedimento, difficoltà, fastidio che rischierebbe di guastare il tentativo di ottimizzazione della quotidianità. A questo atteggiamento siamo portati anche dal modus vivendi comune e dagli immaginari sui quali si conforma, che per quanto sopra tendono a renderci più sensibili alle cose leggere e spensierate – ergo spensieranti – invece di quelle più infastidenti e opprimenti: è legittimo e naturale, ci mancherebbe, almeno fino a che il naturale desiderio di spensieratezza non diventi una condotta troppo superficiale e stupida. Tra mille problemi piccoli e grandi da affrontare quotidianamente, e per meglio sopportare l’impegno relativo oltre che bilanciarlo, è ovvio che si provi tutti quanti a restare sereni e contenti in ogni modo possibile e senza pensare troppo al come.

Posto ciò, il dolore è uno degli “ostacoli” che più di altri, forse più di tutti, cerchiamo in ogni modo di scansare, Il dolore autentico, intendo dire, la cui forma può essere diversa (dolore fisico, morale, emotivo, spirituale…) ma la sostanza è la stessa: una delle condizioni fondamentali della natura vivente senziente per come si fa esperienza multidimensionale di valore unico, singolare e specifico; nulla a che vedere dunque con certo altro “dolore”, presunto tale, in realtà un artefatto psicologico e culturale totalmente avulso dalla sfera psico-fisica che alla fine si fa manifestazione di miseria umana egoriferita (i «dolori di lusso, che recano lustro a chi li sopporta», come diceva Longanesi) oltre che un meccanismo di finzione e propaganda socioculturale sempre più adattato alla comunicazione massmediatica. No, io parlo del dolore che nel momento in cui si fa percezione concreta che supera ogni altra sia nel corpo che nella mente, subito ci pone a vacillare sull’orlo di un abisso la cui profondità non sappiamo valutare ma comunque ci sembra incommensurabile.

Siamo in otto miliardi di persone, al mondo, ci sono almeno otto miliardi di dolori – piccoli, grandi, intensi, leggeri, profondi, vaghi… non conta: l’esperienza del dolore è sempre singolare, come ho già detto, e da che ci stiamo, al mondo, il nostro atteggiamento verso il dolore si è sempre manifestato in due modi sostanziali, lo racconta bene la storia della filosofia: cercare di spiegarsi il dolore come esperienza e tentare di combatterlo e superarlo – in vari modi, anche stoicamente. Io, in quelle giornate natalizie a cui ho fatto cenno, ho vissuto il mio personale dolore e nel mentre stavo al pronto soccorso in attesa che il personale medico facesse qualcosa per alleviarmi la sofferenza (poca o tanta che fosse, in quei momenti era insopportabile, appunto), vedevo altre persone con i loro personali dolori ma senza che da ciò ne ricavassi alcuna forma di compassione. Non sentivo alcuna condivisione di stato, di esperienza, dunque alcun sollievo, anzi; di contro, osservavo e pensavo se anche quelle persone come me stessero cercando di capire cosa stesse succedendo, se ci fosse un senso al loro dolore, se lo stessero già metabolizzando in esperienza singolare oppure, viceversa, se attraverso la sofferenza patita (più o meno grande fosse: ripeto, non è questo il punto) cercassero di scacciare via qualsiasi sedimentazione possibile del loro dolore, da quella fisica a quella psicologica, morale, emotiva, così sperando solo di uscirne al più presto e dimenticare altrettanto rapidamente, proprio in forza dell’aura negativa che il concetto di “dolore” assume nell’immaginario comune oltre che per la vivida e spiacevole sensazione di qualcosa che non vada nel proprio corpo – la causa del dolore, l’ostacolo imprevisto da superare alla svelta.

Vengo al punto di queste mie riflessioni. Quella notte di Natale – proprio la notte di Natale! – al pronto soccorso, mentre nell’attesa del triage mi contorcevo per cercare di alleviare la sofferenza (a stare in piedi mi faceva male, a stare seduto peggio e non osavo chiedere di stendermi su una delle barelle lì presenti; intorno a me, qualche solito tossico, una tenera vecchietta in età parecchio avanzata con dolori allo stomaco e figli al seguito, una ragazza con una ferita sulla fronte, un ragazzo non vedente che nell’attesa si era addormentato su una delle sedie della sala d’aspetto, una signora in attesa di qualcuno evidentemente già in assistenza) ho cominciato a chiedermi non tanto se quel dolore avesse un senso (culturalmente si tende a credere che non lo possa avere, in forza di ciò di negativo che provoca) ma quale potesse essere, ammettendo da subito che ne avesse uno, e dunque quale scopo potessi identificarvi nei riguardi di me stesso, ugualmente accettando senza alcun dubbio che uno scopo possa e debba avere, in quanto condizione fondamentale dell’esistenza vitale tanto più di una creatura intelligente e senziente quale è l’animale-uomo, capace di trarne un’esperienza altrettanto fondamentale.

Ecco, se pur è comprensibile e legittimo pensare di evitare prima e poi nel caso di combattere il dolore, ho pensato che è una cosa sostanzialmente inutile farlo. Per meglio dire: ho pensato che il dolore è una eventualità necessaria. In parole povere, che si debba provare il dolore, ogni tanto, che lo si debba affrontare non passivamente ma nemmeno stoicamente oppure cercando sollievi meramente materiali evitando di comprendere la situazione di sofferenza dentro se stessi. Insomma, che “serva” il dolore e, nel momento in cui tocca viverlo e sopportarlo, che sia necessario comprenderlo nel contesto della propria esperienza personale in quel momento di sofferenza e ancor più appena dopo, dagli istanti successivi. Cercare di evitarlo è un atteggiamento naturale e comprensibile, pensare di evitarlo è stupido, tentare di alleviarlo senza farne decantare il senso esperienziale nella propria mente, nell’animo e nello spirito è misero oltre che sterile. Un’occasione persa – d’altro canto inevitabile prima o poi – per accrescere la consapevolezza verso se stessi e la propria vita. Vita che, se per ipotesi assurda, fosse talmente fortunata da non proporre mai alcun dolore o sofferenza sarebbe certamente confortevole ma più povera da vivere e molto meno dotata di senso.

Quindi, ho pensato un’altra cosa: che è altrettanto necessario ammettere e così comprendere quanta grande forza ci può essere nell’inesorabile fragilità che il dolore e la sofferenza conseguente rendono palesi in noi, soggetti che spesso e volentieri ci crediamo (perché ci piace e serve crederci) così forti, sicuri di noi, inattaccabili, eppure alla fine tanto timorosi di dover affrontare nel corso delle nostre vite cose spiacevoli come il dolore autentico o un altro di quegli ostacoli a cui ho fatto cenno prima. Proprio perché l’esperienza del dolore palesa la nostra fragilità, bisogna produrre da essa la consapevolezza di dover elaborare la forza necessaria a equilibrare tale fragilità. Che è, una condizione inevitabile, quindi da vivere, non da ignorare o negare oppure pensare di contrastare.

In altre parole, ho pensato che è necessario saper ricavare dalla riflessione e dal tentativo di comprensione e assimilazione del senso e dello scopo del dolore patito un proprio personale ethos, un carattere, una disposizione, specifica della circostanza e del momento ma al contempo unanime a quella condotta vitale consapevole che dovrebbe guidare qualsiasi buon individuo – ovvero chi voglia essere tale, per se stesso e per il contesto nel quale vive – nel proprio tempo al mondo. E quindi da questa “ethos” elaborare una ethikos, una “nozione culturale” (vorrei dire prima “filosofica” ma mi sembra fin troppo, in forza del suo naturale e necessario pragmatismo) che possa farsi subitamente ingrediente importante di vita e di esistenza quotidiana, alimentandone da quel momento in poi il senso e la sostanza concreta, sia materiale (nelle azioni quotidiane) che immateriale (nel pensiero alla base delle azioni quotidiane).

Il dolore, quando ci si trova a doverlo affrontare – e prima o poi succede, ripeto – è un’esperienza talmente profonda che non posso non pensare sia e debba essere utile. Non posso credere che, in un modo o nell’altro e al netto della sofferenza e di ogni altro suo portato fisico, il suo senso possa farsi scopo e elemento a me utile per cercare di diventare una persona “migliore” o, quanto meno, più umanamente strutturata di prima, per così dire. Dunque il punto non è tanto nel “superare” il dolore patito – in qualche modo questo accade naturalmente, col tempo – e ovviamente nemmeno nel farne una condizione stoicamente cronica (sarebbe solo un tentativo puerile e degradante di alleviarlo) magari condivisa con altri, ma farne scopo, significato, nozione e quindi esperienza sensibile nel senso più alto, ampio e compiuto di tale definizione. Qualcosa che diventa parte integrante della mia esistenza, vi si deposita e matura, riverberandosi in me stesso, nelle mie azioni personali e, in modo profondamente empatico, nella relazione con il mondo nel quale vivo e con ogni cosa che contiene. Credo che «l’esperienza del dolore che sta nella circolarità tra danno e senso» (Natoli) deve elaborarsi in nuova, per certi versi inopinata, empatia relazionale per me stesso e da me stesso verso il mondo. Il che in fondo rappresenta, a mio modo di vedere, l’unico aspetto di “condivisione” possibile dell’esperienza del dolore che d’altro canto, come detto, in quanto tale resta sempre e comunque singolare e soggettiva, unica, speciale.

Ecco perché un giorno – anzi no, da subito quel dolore patito nei recenti giorni festivi mi è e mi sarà utile. Nei momenti che vi ho descritto il titolo del libro di Peter Cameron, che non ho mai letto, mi si è acceso in mente e da allora pulsa come una scritta al neon la cui luce chiara e calda si riverbera intorno, illuminando i pensieri e spargendosi fin giù nell’animo e nello spirito. Da qui viene la scelta del titolo per le riflessioni che, forse, avete letto.

Questo è quanto volevo (dovevo) mettere nero su bianco.
Grazie di cuore a chiunque leggendo sia giunto fino qui, alla fine.

Oggi non è la giornata mondiale del cane

Oggi non è la giornata mondiale del cane e non sono certo io il primo a sostenere i pregi e la bellezza dell’esperienza di vita avendo un cane accanto, nonché la sua capacità di manifestare fedeltà, attaccamento, lealtà, empatia e molte altre virtù del tutto encomiabili – «il cane è il migliore amico dell’uomo» si usa dire al riguardo. Di contro, siamo abituati a considerare i cani creature “intelligenti” ma conferendo a questa definizione un valore assai superficiale e misero, ovviamente parametrato a quanto noi riteniamo di essere intelligenti – ci siamo autodefiniti Sapiens, no? È frequente sentire affermazioni del genere «oh, i cani… sono intelligenti come bambini di due o tre anni!» oppure giudicarli in tal senso perché sanno obbedire ai nostri comandi, capire come estrarre un biscotto da una scatola o trovare un oggetto che abbiamo loro nascosto… ma questa non è intelligenza, e tale atteggiamento dimostra semmai la visione del tutto ristretta e parecchio banale (ovvero banalizzante) che abbiamo della questione.

Ora: a parte che fino a quando non sapremo veramente comprendere e comunicare con i cani (e gli altri animali), non possiamo nemmeno definirli “intelligenti” a qualsiasi grado ovvero ritenere che lo possano essere ma in misura inferiore rispetto a noi, non ne abbiamo diritto e nemmeno facoltà: che ne sappiamo in effetti al riguardo, e su cosa sia realmente la loro intelligenza, come si manifesti, quali facoltà psichiche e mentali genera che magari a noi sfuggono e nemmeno sappiamo comprendere, di quali percezioni è capace che per noi sono impossibili?

A parte questo, appunto, le ammirevoli facoltà prima citate che i cani (e sicuramente altri animali, ma i quali probabilmente non hanno un rapporto così stretto con gli umani come i primi) ci manifestano, le consideriamo ammirevoli proprio perché ci rendiamo perfettamente conto che dovrebbero essere parte integrante innanzi tutto del modus vivendi sociale di noi Sapiens, le creature più intelligenti in assoluto del pianeta che quelle doti ordinariamente le ritengono manifestazioni di umanità – autointestandosele, in pratica. Invece non lo sono così tanto: quanto spesso riscontriamo tra di noi, nei rapporti sociali che intratteniamo reciprocamente, falsità, aggressività ingiustificata, disonestà, slealtà, insensibilità, prepotenze di vario genere, crudeltà e altre cose parimenti deprecabili? – ho avuto esperienze recenti al riguardo, da testimone diretto. Tutte cose che non sono esattamente pregevoli in creature che si ritengono così intelligenti e civilizzate come gli umani. E ciò vale nei massimi sistemi come nei minimi, cioè dall’incapacità cronica di non massacrarsi in guerre e conflitti continui (banale rimarcarlo, ma siamo sempre lì a spararci addosso in fin dei conti) fino ai tanti casi di cronaca quotidiana nelle nostre città – ma pure negli atteggiamenti che si rilevano sui social media, le nuove piazze pubbliche della post-modernità nelle quali sono frequenti le gare a chi dimostra a parole la più incivile ignoranza.

Dunque non tanto “chi” ma cosa è più intelligente, rispetto alle dinamiche del mondo nel quale tutti viviamo, tra la fedeltà leale del cane “intelligente-ma-tanto-per-dire” e gli abusi di noi Sapiens supremamente intelligenti al punto da prepararci ad andare su Marte ma così adusi a comportamenti variamente inqualificabili?

No, oggi non è la Giornata mondiale del cane, è il 26 agosto. Ma pure in quella data di celebrazione ufficiale così come in ogni altro giorno dell’anno e del tempo che noi umani condividiamo con i cani, non è poi così vero – fatemelo dire – che «il cane è il migliore amico dell’uomo». Voglio dire, sarebbe bene precisare meglio il concetto: il cane è e di gran lunga il miglior amico del suo umano, ma formalmente non lo è al riguardo degli altri uomini, dei quali quotidianamente rivela e palesa, attraverso la sua condotta così virtuosa, le tante bassezze delle quali si rendono protagonisti verso il prossimo. Ad essi – a noi tutti – i cani danno lezioni di vita e di virtù giorno per giorno, ma spesso gli uomini non le sanno più comprendere e imparare. Non sanno farlo da altri uomini, dalla storia, dalla memoria, figuriamoci da animali che ritengono intelligenti solo perché sanno riportare la palla lanciata lontano o poco di più.

Anche da ciò si evince quanto ci siamo drammaticamente “espulsi” da ciò che a tutti gli effetti è il mondo, cioè natura. È una delle colpe fondamentali, dei guai più tremendi che comminiamo al mondo e ci autoinfliggiamo, dal quale derivano le conseguenze che riscontriamo nel nostro rapporto con il pianeta e tanti dei disastri derivati e cagionati all’ambiente, alle altre creature viventi, agli ecosistemi, alle dinamiche biologiche delle quali siamo parte come ogni altra cosa, sebbene ce lo siamo dimenticato.

Non siamo essere fedeli, leali, empatici con la Terra, con la natura, con gli altri animali verso i quali ci consideriamo così superiori, figuriamoci tra di noi umani. Ecco, sarebbe bene che tutti i giorni dell’anno fossero in tal senso dedicati ai cani e all’esempio che con gli altri animali ci sanno dare nel migliorare la qualità delle nostre vite: seguire quell’esempio e applicarlo nelle nostre società ci dimostrerebbe molto più intelligenti di quanto pensiamo di essere.

(Quello nelle foto è ovviamente il mio «migliore amico», maestro di modus vivendi virtuosi nonché segretario personale a forma di cane Loki.)

Umanimalismo

La storia di Alisa, la giovane donna ucraina che porta in spalla per diversi chilometri il proprio anziano cane Pulya il quale altrimenti non poteva reggere il passo nella fuga verso la Polonia per sopravvivere ai bombardamenti russi (una storia, che forse avrete intravisto in giro per il web, simile a molte altre simili riportate dai media in questi giorni di guerra), è l’ennesima dimostrazione che l’empatia verso gli animali è una delle poche cose che rende noi umani veramente umani. Perché altrimenti, quando restiamo “tra di noi” – noi “Sapiens”, quelli che chiamano “animali” le altre creature – non facciamo che combinare terribili disastri, inesorabilmente.

Su tale questione ci scrivevo giusto poco più di un anno fa questo post (uno dei diversi che ho vi dedicato nel tempo, peraltro); purtroppo l’uomo, riguardo a chi sia più umano tra se stesso e gli animali, non perde mai occasione per fornire cronache atte a formulare la risposta più giusta, ecco.

N.B.: l’immagine è tratta da questo articolo de “La Stampa“.

Un’impressione

Ci sono certe volte che sono lì a casa a fare cose e mi si avvicina Loki, il mio segretario personale a forma di cane, si siede di fronte a me e mi guarda fisso, come se da un momento all’altro – mi viene da pensare – debba mettersi a parlare e dire qualcosa del tipo:

«Anche quel senso della verità, che in fondo è il senso della sicurezza, voi uomini l’avete in comune con noi animali: non ci si vuol lasciar ingannare, non si vuol esser tratti in errore da noi stessi, si presta un diffidente ascolto all’esortazione delle proprie passioni, ci si domina e si rimane in agguato contro se stessi; tutto questo l’animale come me lo comprende parimenti all’uomo, anche in noi il dominio di sé si sviluppa dal senso del reale, dalla saggezza. Parimenti l’animale osserva gli effetti che esercita sulla rappresentazione di altri animali, e da lì noi impariamo a rivolgere il nostro sguardo indietro su noi stessi, a considerarci «oggettivamente»; così abbiamo il nostro grado di autocoscienza. Noi animali giudichiamo i movimenti dei nostri nemici e amici, impariamo a memoria le loro peculiarità, su queste ci regoliamo: verso individui di una determinata specie rinunziamo una volta per tutte alla lotta e così, nell’avvicinare alcuni tipi di animali, indoviniamo l’intenzione di pace e di accordo. Gli inizi della giustizia, come quelli della saggezza, della moderazione, del coraggio, – in breve tutto ciò che voi definite virtù socratiche, è di carattere animale: una conseguenza di quegli istinti che insegnano a cercare il cibo e a sfuggire ai nemici.»*

Ecco, ho proprio quest’impressione, che Loki mi possa fare un discorso del genere, quando mi guarda in quel modo così fisso e (io penso) profondo.

Invece no, se ne resta lì a osservarmi in silenzio e per tale motivo a me il dubbio su quello che vorrebbe o potrebbe dirmi, peraltro condito da un certo vago imbarazzo, rimane.
Già.