Oggi nella mia Val di Non e in Trentino molto è cambiato; molti paesaggi sono diventati uniformi, indifferenziati. Laddove l’insidia non è rappresentata dagli interessi economici il paesaggio rurale e montano è minacciato dalla banalizzazione di un approccio utilitario e consumistico al territorio, per cui diventa oggetto di sfruttamento o di attrazione turistica e la sua bellezza anziché costituire un’esperienza estetica ed insieme etica, anziché produrre quel piacere misto a inquieto stupore che è all’origine di ogni rigenerazione profonda, è il teatro di emozioni fugaci e passeggere. Allo stesso modo la storia culturale di una comunità rischia così di essere confusa col folklore, privata del suo spessore.
[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]
La tendenza che qualcuno ha di esagerare l’importanza della nostra specie nel grande teatro della vita sulla Terra è un segno di tracotanza. Un punto di vista biologicamente più informato o illuminato, sicuramente laico, è che l’uomo stia meglio quando si considera una creatura con dei difetti, piuttosto che una creatura potenzialmente onnipotente: ovvero un animale che non ha garanzie sul futuro, come qualsiasi altro. Alcuni sostengono che questa prospettiva, ovvero che noi non siamo il non plus ultra, alla fine potrebbe condurre il mondo verso politiche migliori e allo sviluppo di sistemi socialmente ed economicamente più equi. Homo Sapiens, ovvero l’uomo culturalmente progredito, è certamente eccezionale. La domanda provocatoria è: questo eccezionalismo dove lo condurrà?
Barry Lopez, sempre illuminante – qui magistralmente tradotto da Davide Sapienza –, qui propone un capovolgimento paradigmatico tanto semplice quanto potente: saperci, noi esseri umani, Sapiens, razza dominante in senso assoluto del pianeta, in realtà imperfetti (come d’altronde siamo) e, proprio in quanto tali, “speciali” come lo è ogni altra specie della Terra, quando invece noi ci sentiamo superiori a tutto e tutti in base alla falsa convinzione di essere i più importanti, dunque potenzialmente onnipotenti come afferma Lopez. E se invece di coltivare tale distorta pretesa alimentandola con gran quantità di tracotanza, ci curassimo più dei nostri difetti e facessimo della loro cura un elemento di autentica evoluzione e di crescita – anche d’importanza, in relazione a ciò che di bene potremmo fare a noi stessi e al mondo con tutto ciò che contiene?
La storia ha già ampiamente dimostrato – e la cronaca del presente che sarà storia domani continua a farlo – che l’umana pretesa di onnipotenza si è quasi sempre trasformata in delirio, dunque in fanatismo, quindi in furore, in collera. Con risultati sempre distruttivi, innanzi tutti contro noi stessi. Proprio questo, infatti, è uno dei più grandi difetti manifestati dalla razza umana, al quale se ne affianca un altro di pari nocività: il credere che ciò sia invece una virtù della quale vantarsi e sulla quale costruire il nostro potere dominante, la nostra onnipotenza. Così omni («onni») che, di nuovo, finiremo per non saperla controllare.
Cesare Saccaggi, La Vetta (o La Regina dei Ghiacci), olio su tavola, 1912.
(Una montagna “simbolica” e simbolista, questa volta: d’altro canto ancora oggi la montagna è fatta di simboli e a sua volta simboleggia tante cose, in certi casi consone alla sua dimensione, in altri per nulla. Clic.)
Questo post fa parte di una serie dedicata a montagne più o meno famose raffigurate in opere d’arte del passato e a come si presentano in vedute similari odierne. Per comprendere attraverso una chiave di lettura insolita a che punto è la loro storia – lo stato dell’arte, appunto -, in quali differente modo le possiamo osservare e come leggere quella loro storia oggi rispetto al passato.
Caspar Wolf, Finsteraarglacier with view on the Finsteraarhorn (“Il ghiacciaio di Finsteraar con una veduta del Finsteraarhorn”), olio su tela, 1774. (Clic.)
Probabilmente nelle prossime righe troverete cose che ho già scritto altre volte, in diverse occasioni, ma non mi do affatto cruccio di ripetermi: secondo me Barry Lopez andrebbe fatto leggere nelle scuole di ogni ordine e grado, e se non i suoi libri interi almeno alcuni dei testi più rappresentativi del suo pensiero e della visione del mondo naturale – o, per meglio dire, della relazione che ha elaborato tra l’uomo e l’ambiente naturale, quelli che l’hanno reso il più grande scrittore di natura e paesaggi non solo americano e contemporaneo ma probabilmente di sempre a livello globale.
Attraverso spazi aperti (Edizioni Black Coffee, 2021, traduzione di Sara Reggiani, prefazione di Robert L. Hass) è una raccolta di quattordici saggi di lunghezza varia già apparsi in altre pubblicazioni ma per l’occasione rivisti e rielaborati da Lopez, la quale conferma pienamente tutte le (forse) insuperabili doti di narratore della natura, e dell’uomo in natura, del grande scrittore americano.
Che si tratti di testi nei quali il viaggio, dunque la descrizione di luoghi, territori, paesaggi e genti sia il loro fulcro, oppure che si abbia a leggere compendi di riflessioni profonde che dal paesaggio nascono per poi svilupparsi attraverso chiavi di interpretazione filosofiche, antropologiche, etnologiche, spirituali nonché ovviamente letterarie, risulta sempre unica la capacità di Lopez di raccontare tutto ciò che si ritrova di fronte al proprio sguardo, qualsiasi cosa sia, nei suoi elementi materiali e in quelli immateriali, ovvero in ciò che colgono i sensi e che poi elaborano la mente, i sensi, l’animo, lo spirito, regalando così al lettore una narrazione talmente compiuta, intensa, approfondita anziché profonda e illuminante (nonché, per quanto mi riguarda, ispirante), quindi un’esperienza di lettura coinvolgente e emozionante […]
[Immagine tratta da facebook.com/BarryLopezAuthor.](Potete leggere la recensione completa di Attraverso spazi aperti cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)