Una serata bella, potente, importante, giovedì scorso a Clusone

Immaginavo che l’incontro pubblico di ieri sera a Clusone, in alta Valle Seriana (Bergamo), significativamente intitolato “Quale montagna vuoi?”, poteva risultare parecchio importante e mi auguravo fosse partecipato, ma di sicuro non pensavo così tanto, con la sala piena come un uovo – l’immagine lì sopra è eloquente – di persone attente per tutte le tre ore abbondanti della serata (ma avremmo potuto andare avanti tutta la notte) e nessuno che se ne sia andato prima, numerosi interventi appassionati che, ciascuno a proprio modo, hanno raccontato la quotidianità del territorio in questione, le sue peculiarità, le criticità, le necessità, un dibattito fremente, a tratti rude in forza di certe idee e visioni diverse se non opposte (ma è bene che lo sia stato), innumerevoli stimoli sui quali poter costruire altrettante dissertazioni, le espressioni facciali di molti quanto mai indicative degli stati d’animo e della soddisfazione di essere parte del momento…

Insomma, è stata una serata veramente bellissima, per la quale bisogna essere grati a chiunque vi abbia partecipato, dal primo degli organizzatori all’ultimo del pubblico. Qualcuno è arrivato a dirmi che raramente prima di ieri sera in valle si è visto un incontro talmente importante, profondo e vibrante, i cui echi si riverbereranno a lungo tra le montagne seriane e forse anche oltre. Ciò mi rende ancora più felice di avervi partecipato e aver offerto il mio contributo (dal titolo altrettanto significativo, come vedete sulla locandina e intuite da alcune delle slide che vedete lì sotto che hanno accompagnato le mie parole) al dibattito insieme a quello degli altri prestigiosi relatori, e ancor più di aver potuto imparare molto dagli abitanti dell’alta Valle Seriana, nello starci insieme per quelle tre ore e relazionarmi con essi, più o meno direttamente.

Ecco, trovo che la cosa più preziosa che la partecipazione a tali incontri mi dona sia proprio questa: il dialogo con le persone del luogo, l’ascolto delle cose che hanno da dire sul loro territorio, sulle montagne, sulla realtà che le caratterizza e riguardo la relazione che essi elaborano e sviluppano abitandole. È il racconto dell’anima del luogo fatto da parte di chi lo vive entro il quale si sente la voce del Genius Loci, a volte indistinta, altre volte chiara e forte. Ed è ciò che salvaguarda e alimenta come nessun altra cosa il senso di comunità e la rete di relazioni che la vivifica, una condizione sociale, civica, politica, culturale e antropologica che risulta imprescindibile nelle e per le terre alte.

Le comunità di montagna, che da troppo tempo sono state private della partecipazione ai processi decisionali imposti ai loro territori, quasi sempre stabiliti lontano da essi e a volte da soggetti che poco o nulla sanno e capiscono di cosa significhi vivere in montagna e vivere la montagna, devono poter recuperare non solo tale partecipazione e la relativa interlocuzione con i soggetti decisori – il che significa che devono tornare a essere il vero e solo centro di qualsiasi azione politico-amministrativa che li coinvolge e interessa il territorio; tuttavia, ancor più che poter dire cose su come vogliono che siano le loro montagne (siamo in democrazia, dovrebbe essere una cosa lapalissiana), credo che abbiano bisogno di essere veramente ascoltate. Ascoltate, sì, anche perché, senza l’ascolto dire cose, segnalare bisogni, rivendicare diritti o manifestare responsabilità non serve a nulla.

La mancanza di rappresentatività politica nei territori montani, che si riscontra ovunque e dappertutto viene lamentata dai montanari, è soprattutto questo: non ricevere l’ascolto doveroso e meritato, che comporta poi la concreta assenza di interlocuzione tra istituzioni pubbliche, politiche e amministrative, e comunità civile. Gli abitanti delle montagne vogliono poter dire la loro ma è necessario che qualcuno li ascolti, devono reclamare tale diritto e rivendicane il dovere agli interlocutori istituzionali. Altrimenti il tutto si trasforma in un mero assoggettamento politico di stampo biecamente populista che nulla ha a che vedere con la democrazia: una condizione che, se si manifesta in un ambito già di suo delicato e ricco di criticità come quello delle montagne, facilmente decreta il degrado e poi la fine della comunità che le abita e vive, la quale diventerà composta da meri possessori di un certificato di residenza e stop. Vivere la montagna significherà solo questo: diventare non montanari, per dirla alla Sergio Reolon. E non serve rimarcare che sarebbe un disastro per chiunque, non soltanto per le montagne.

Mi auguro dunque che quello di ieri sera a Clusone sia stato il primo di una lunga serie di incontri simili e di ulteriori occasioni per mettere in pratica e manifestare quanto ho appena scritto, costantemente sviluppato intorno al territorio locale e alla comunità residente. E che magari da ciò si possa ricavarne una sorta di “format” applicabile anche in quegli ambiti montani che ancora non ne godono come dovrebbero e avrebbero bisogno. Rappresenterebbe veramente una gran cosa, che per quanto mi riguarda farò di tutto – per quel poco o nulla che potrò fare – per sostenerla e svilupparla.

Grazie ancora di cuore a tutti quelli che sono intervenuti ieri sera, a Clusone, e a chiunque abbia contribuito a rendere l’incontro così e prezioso e significativo.

(L’immagine in testa al post è di Davide Sapienza, la cui prestigiosa presenza tra il pubblico ha impreziosito la serata.)

Quale montagna volete e vogliamo? Ne parliamo questa sera a Clusone, in Valle Seriana

Quale montagna volete per voi stessi che la abitate e la frequentate?

Quale futuro volete e vorreste per le vostre montagne, e per i vostri figli e nipoti?

Quando osservate le vostre montagne, cosa pensate di esse? Cosa pensate che siano per voi? E come vi sentite nel mentre che le osservate?

Quali diritti, quali doveri, quali responsabilità percepite nei confronti del territorio montane che abitate e vi accoglie?

Cosa volete essere voi, da qui al futuro, per le vostre montagne se vorrete continuare a viverle, abitarle e frequentarle?

Cosa vorreste che pensasse e ricordasse chi viene e verrà in futuro a visitare le vostre montagne?

Per formulare risposte adeguate bisogna sempre porsi prima delle buone domande.
A volte sembra che chi «faccia cose» in montagna si dia le risposte senza prima porsi nemmeno una domanda. In questo modo le presunte «risposte» non avranno alcun valore effettivo e di contro genereranno inevitabilmente conseguenze deleterie, a volte irreparabili.

[Veduta dei monti dell’alta Valle Seriana, sopra Lizzola, con al centro il Pizzo Coca, la maggiore vetta delle Orobie. Immagine di Giorgio Guerini Rocco tratta da www.outdooractive.com.]
Ne parliamo questa sera a Clusone (Bergamo), con un focus sul territorio montano dell’alta Valle Seriana, ma sono discorsi, temi, domande, e relative risposte, che valgono per tutte le nostre montagne. Se siete della zona o nei paraggi, è importante che possiate partecipare e, se volete, dire la vostra. O dare le vostre risposte a quelle domande.

Per saperne di più cliccate sulla locandina lì sopra.

Quale montagna volete? Parliamone insieme, giovedì 28/11 a Clusone, in Valle Seriana

[Una veduta panoramica dell’alta Valle Seriana nei dintorni di Clusone.]
Giovedì prossimo 28 novembre, alle ore 20.30 a Clusone, capoluogo della Valle Seriana nelle Prealpi Bergamasche, avrò l’onere e l’onore di intervenire nel corso di un importante incontro sul futuro del territorio in questione, il cui titolo è assolutamente significativo e programmatico: Quale montagna vuoi?

L’incontro è massimamente importante non solo per l’evento in sé ma soprattutto per quelli che saranno i suoi principali protagonisti, ben prima degli organizzatori o dei prestigiosi (al netto dello scrivente) relatori, cioè gli abitanti della valle e delle montagne in questione, ovvero chi vive e dà vita ai territori costruendo giorno dopo giorno il futuro della comunità locale rispetto al territorio stesso.

Incentrato e per molti versi sollecitato dal faraonico progetto di collegamento sciistico-funiviario tra Colere e Lizzola (70 milioni di Euro per creare un comprensorio medio piccolo quasi totalmente sotto i 2000 m di quota) e al contempo dall’attento sguardo del territorio altoseriano, delle sue peculiarità, dei bisogni di cui necessita la comunità residente e del suo futuro, l’incontro di Clusone vuole rimettere al centro dell’attenzione gli abitanti della valle e la riflessione collettiva, supportata dalla competenza e dagli interventi dei relatori, sul futuro del territorio in relazione alle molteplici criticità che la realtà contemporanea presenta.

[Colere e il versante scalvino della Presolana. Immagine tratta da www.colere.it.]
Una realtà complessa – com’è quella delle montagne, a volte meno, altre volte di più – che non può ammettere risposte troppo facili e semplici, o semplicistiche, ma impone una visione progettuale a lungo termine, ampia e strutturata, che come detto abbia il riferimento primario in chi abita le montagne seriane, chi sceglie di affrontare lassù la quotidianità con ciò manifestando il proprio legame con il territorio e, al contempo, partecipando alla responsabilità collettiva che il vivere in montagna impone a tutti, dai primi amministratori pubblici fino all’ultimo residente arrivato – perché, è bene rimarcarlo, in montagna ogni gesto è a suo modo un atto politico: dal costruire un grande impianto sciistico fino allo spostare un piccolo sasso.

Per quanto mi riguarda, cercherò proprio di sollecitare i presenti su questo aspetto, fondamentale e imprescindibile ma a volte troppo trascurato: la relazione che bisogna avere con il luogo in cui si vive, dei doveri che determina, dei diritti che riserva ma soprattutto della consapevolezza più ampia possibile che richiede: perché la montagna è un luogo speciale che non va pensata e gestita attraverso luoghi comuni – come spesso certo turismo fa – ma dialogando comunitariamente con il suo Genius Loci, con la sua anima, ponendosi domande circa i problemi da affrontare e cercando buone risposte che apportino più vantaggi possibili a tutti senza svantaggiare – svilire, degradare, consumare, svendere e abbruttire – il territorio. Come recita il titolo del mio intervento, noi siamo le montagne e le montagne sono noi: tutto ciò che si fa sulle nostre montagne la facciamo a noi stessi, e qualsiasi cosa si voglia fare che può causare un danno alle nostre montagne inevitabilmente danneggia noi che le viviamo e, presumibilmente, vorremo continuare a viverle e abitarci ancora a lungo.

[Veduta dei monti dell’alta Valle Seriana sopra Lizzola con al centro il Pizzo Coca, la maggiore vetta delle Orobie. Immagine di Giorgio Guerini Rocco tratta da www.outdooractive.com.]
Dunque vi aspetto – anzi, sono certo di interpretare il pensiero anche degli altri relatori scrivendo che vi aspettiamo in tantissimi: l’incontro risulterà tanto più importante quanto più sarà partecipato, e quanto più chiunque interverrà vorrà manifestare le proprie considerazioni sui temi toccati, sulle sue montagne, sul futuro proprio e dei suoi convalligiani. Per troppo tempo, e ancora oggi, alle montagne è stata tolta la voce e altri hanno preteso di parlare al loro posto (a volte in modo funzionale a scopi e interessi che nulla avevano a che fare con quelli dei montanari): è bene che tale situazione si ribalti al più presto e, consapevolmente, approfonditamente e senza forzature fuori luogo, si torni a parlare e costruire insieme il futuro delle proprie montagne – delle nostre montagne.

Ci vediamo giovedì 28 a Clusone!

Le Olimpiadi invernali? Ormai non le vuole quasi più nessuno!

Le Olimpiadi Invernali del 2030, quelle successive a Milano-Cortina, si terranno sulle Alpi francesi, mentre quelle del 2034 con tutta probabilità negli USA, a Salt Lake City.

In entrambi i casi il CIO – Comitato Olimpico Internazionale non ha dovuto faticare troppo nel scegliere a chi assegnarle, dato che si tratta di candidature uniche. Le altre località (e i rispettivi paesi) candidate si sono ritirate prima dell’assegnazione – per i Giochi del 2030 erano Svizzera e Svezia – e pure nel caso delle Olimpiadi assegnate a Milano-Cortina la sola concorrente, ancora la Svezia, presentò un dossier di candidatura talmente debole da determinare inevitabilmente l’assegnazione all’Italia. Senza contare tutte le altre candidature concorrenti a quella italiana ritirate ancora prima della decisione, spesso in forza di referendum popolari: Vallese e Grigioni per la Svizzera, il Tirolo e Salisburgo per l’Austria, Monaco di Baviera per la Germania, Calgary per il Canada, Sapporo per il Giappone. Giusto per fare un paragone emblematico, per i Giochi del 2006 (non di cinquant’anni fa) assegnati a Torino le candidature furono ben sei.

[Immagine tratta da “L’AltraMontagna“.]
Morale della storia: quasi più nessuno ormai è disposto a ospitare le Olimpiadi Invernali, un evento tanto prestigioso e attrattivo quanto invasivo e impattante sui territori montani, sui loro ambienti e sui paesaggi, sulle comunità che vi abitano e sugli equilibri economici, sociali e culturali caratterizzanti quei territori.

Perché?

Be’, mi viene da dire (amaramente) che la risposta di questi tempi viene facile agli italiani più che a chiunque altro: basta osservare ciò che sta accadendo con l’organizzazione di Milano-Cortina 2026. Budget aumentato in maniera esponenziale e per la gran parte basati su soldi pubblici (siamo prossimi ai 6 miliardi di Euro per quindici giorni di gare!), opere mal progettate, inutili e impattanti (pista di bob di Cortina docet, ma non è la sola) pur a fronte di quelle realizzate per i Giochi di Torino 2006 e ora abbandonate e fatiscenti, nessun coinvolgimento delle comunità locali, scarse o nulle valutazioni sugli impatti ambientali delle opere previste, nessuna garanzia sui costi post olimpici delle opere e sul loro utilizzo, nessuna trasparenza sull’andamento dei progetti, potenziali infiltrazioni delle organizzazioni malavitose (già sono state aperte alcune inchieste al riguardo)… insomma, l’elenco delle cose che non vanno bene è lungo e inquietante. Una situazione peraltro ben illustrata dal report “Open Olympics”, che riporta i risultati della campagna internazionale di monitoraggio civico delle opere relative ai Giochi di Milano Cortina 2026.

Ecco, ora si capirà bene il perché quasi più nessuno ambisca a ospitare le Olimpiadi Invernali.

Peraltro, per quelle del 2030 il CIO ha stabilito la conferma della candidatura francese ma solo se la Francia si impegnerà a sostenere economicamente l’organizzazione dei Giochi. Forse che dopo aver constatato i gran casini combinati dall’Italia per Milano-Cortina 2026, ora il CIO non ne voglia più sapere di problemi del genere?

Inoltre, domanda ulteriore e ancor più spontanea: di questo passo, e al netto di cambiamenti radicali nell’idea e nell’organizzazione, da qui a pochi anni esisteranno ancora le Olimpiadi Invernali?

Il dubbio obiettivamente sorge, e anche ben vivido.

(Le immagini lì sopra pubblicate del cantiere della pista di bob di Cortina sono tratte da “L’AltraMontagna“. Qui invece trovate i miei numerosi articoli dedicati alla questione olimpica.)

Olimpiadi di Milano-Cortina 2026: per gli abitanti dei territori coinvolti l’importante è NON partecipare (loro malgrado)!

L’incontro dal titolo “Olimpiadi SOStenibili” di martedì 21 maggio scorso a Sondalo, in Valtellina – a pochi chilometri da Bormio che sarà una delle sedi olimpiche principali per i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 – nel quale ho avuto il privilegio di intervenire, è stato bello e intenso non solo perché affollato oltre ogni previsione (a ben vedere non causalmente), ma anche per aver rappresentato una preziosa occasione per ascoltare e dialogare con i presenti, abitanti di Sondalo e dei paesi limitrofi, su un tema fondamentale per la Valtellina presente e futura e su numerosi argomenti ad esso correlati.

Come già riscontrato altrove, anche a Sondalo nessuno si è detto contro le Olimpiadi e molti erano felici dell’assegnazione dei Giochi e di diventare terra “olimpica”, ma parimenti nessuno si dice soddisfatto di come si stanno gestendo le opere olimpiche, molti si dichiarano preoccupati se non allarmati, tutti si sono sentiti (e si sentono) tagliati fuori da qualsiasi processo decisionale su interventi che cadranno sulle loro teste e, in certi casi, modificheranno profondamente il paesaggio abitato e vissuto senza che sia stata data alcuna garanzia né sulla loro autentica efficacia e né sulle conseguenze future. Un grande evento come le Olimpiadi, che avrebbe potuto e dovuto manifestarsi come un avvenimento collettivo, un prezioso progetto di sviluppo non solo turistico e economico partecipato e in grado di generare ricadute positive per tutta la comunità territoriale coinvolta, si sta rivelando un’azione forzata, di carattere impositivo e indiscutibile, una prova di forza della politica contro i territori, le loro peculiarità e contro le comunità alle quali non è stato riconosciuto il diritto democratico di poter dire la propria – In Valtellina come in Cadore e in altri sedi olimpiche.

In questo modo non solo le Olimpiadi, con le loro ricadute materiale e immateriali, rischiano di provocare danni e disagi alle popolazioni residenti senza donare loro alcun vantaggio, ma stanno diventando anche un boomerang per il consenso all’evento, il sostegno dei residenti, l’immagine del territorio. Oggi non è più accettabile che si intervenga così pesantemente in contesti pregiati e fragili come quelli montani, già sottoposti a sfide e criticità a non finire, senza coinvolgere, ascoltare e dialogare con le comunità residenti: non farlo è la via migliore per banalizzare e degradare la montagna ancor più di quanto già non accada accelerandone i fenomeni socioeconomici e culturali più deleteri – spaesamento, alienazione, spopolamento… – invece che risolverli, come si sostiene.

Possiamo permetterci di correre un rischio del genere? Io penso proprio di no. Vogliamo finalmente rimettere al centro le comunità delle montagne ridando loro dignità politica e democratica? Io credo proprio di . Ecco.