“Non si possono fare domande ai sogni, però si possono vivere.” Così recita uno dei passaggi più suggestivi de L’Uomo del Moschel, l’ultimo libro dello scrittore, geopoeta e giornalista Davide Sapienza, uno dei più importanti autori italiani di narrativa di viaggio e del paesaggio ma la cui produzione letteraria è assai varia e sempre raffinata. Quel pensiero così suggestivo contiene un elemento, il sogno, che si ritrova in forma di toponimo in uno dei luoghi più affascinanti della montagna lombarda: Colle di Sogno, nel comune di Carenno (Lecco). Un elemento “condiviso” che, grazie all’iniziativa della Pro Loco di Carenno e la cura dello scrivente (io, sì!) è diventato l’ottimo motivo per organizzare, domenica 28 ottobre alle 16.30, la presentazione de L’Uomo del Moschel – pubblicato da Bolis Edizioni di Bergamo – proprio a Colle di Sogno, con la presenza dell’autore, Davide Sapienza, con il quale avrò il grande onore e il piacere di chiacchierare, così da scoprire insieme il libro. Per l’occasione, ci sarà la possibilità di raggiungere il borgo di Colle di Sogno a piedi, con partenza da Carenno alle ore 15.00 salendo lungo la suggestiva mulattiera che attraverso i boschi vi giunge, di ristorarsi con panini, torte e bibite presso la Locanda del Colle nonché di gustarsi un’ottima burollata offerta dalla Locanda stessa. Naturalmente si potrà partecipare alla presentazione anche raggiungendo il borgo in auto, lungo la strada carrozzabile che sale da Torre De’ Busi. Cliccate sulla locandina per leggerla e scaricarla in un formato più grande, così avere tutto quanto ben appuntato.
La presentazione, che gode anche del patrocinio del Comune di Carenno oltre che del supporto di Bolis Edizioni, avverrà tra le caratteristiche viuzze del borgo, per l’occasione illuminate in maniera suggestiva, nel fascino dell’ora, della particolare luce del tramonto e del meraviglioso paesaggio d’intorno. Un evento speciale dedicato un libro speciale (per la stessa produzione letteraria di Sapienza) che narra la storia di Zurio, un bambino di cinque anni il cui spirito avventuroso e una mente pronta conducono nella Valle dell’Occhio dove, lontano dagli occhi dei genitori, incontra l’Uomo del Moschel. Un avvenimento che lo porterà a compiere un viaggio onirico in cui attraverserà la vita sino all’età adulta, finché un colpo di scena finale aprirà scenari impensabili… L’Uomo del Moschel rappresenta un tributo all’immaginazione fanciulla, con una narrazione trasversale che conduce nei grandi spazi di vallate, torrenti, marmitte dei giganti, passi alpini, sorgenti e l’amicizia di tre ragazzi, un tempo bambini, nei quali qualsiasi adulto si ritroverà facilmente.
Quello di domenica 28 ottobre sarà un evento letterario senza dubbio speciale e alquanto intrigante, con la prestigiosa presenza di Davide Sapienza ad assicurarne la grande attrattiva e a confermare Colle di Sogno come ideale location di iniziative culturali in grado di porsi in dialogo con il Genius Loci locale, attivando un’efficace resilienza basata sulla cultura e fondamentale alla salvaguardia del borgo e della sua socialità. Un progetto di resilienza culturale montana, appunto, al quale tengo molto e le cui grandi potenzialità mi impegnerò a realizzare, insieme a chiunque vorrà partecipare a tale “avventura”.
Dunque vi aspetto, con Davide Sapienza e L’Uomo del Moschel a Colle di Sogno: sarà un evento che non vi scorderete facilmente, ve lo assicuro!
Un economista mi ha chiesto: cosa ci guadagniamo in termini economici da un esperimento dell’LHC e dalle scoperte che questo comporterà?
La risposta è molto semplice.
Non ne ho idea.
Non ne abbiamo idea.
Quando scoprirono le onde radio, non si chiamavano onde radio, perché la radio ancora non esisteva. Quello che scoprirono era una specie di radiazione.
Per arrivare alle grandi scoperte, la scienza non deve pensare all’aspetto economico. Deve pensare a cosa non sappiamo e dove potremmo progredire.
Quindi, a cosa serve l’LHC?
A niente, se escludiamo che possa servire a capire tutto.
Già, la ricerca scientifica – anche in quanto prodotto dell’attività intellettuale – è qualcosa di fantastico pure per questa sua dote: la facoltà di farci capire come certe cose che all’apparenza oggi non servono a nulla, in realtà domani finiscono per servire a tutto, ovvero ci permettono di ottenere tutto ciò che senza di esse non otterremmo mai. Il che è poi il contrario di ciò che invece, di frequente, il modus vivendi contemporaneo impone, cioè l’obbligo (ben poco scientifico) di desiderare e rincorrere cose materiali e immateriali che vengono credute “il tutto”, come se senza di esse non si potesse vivere mentre, in verità, nel concreto non servono assolutamente a nulla.
Se ci pensate bene, in questa semplice dicotomia sono racchiuse – se così posso dire – la virtù oppure la colpa di fondo dell’evoluzione umana: nel primo caso, quella che si sviluppa mirando e costruendo il proprio futuro, nel secondo quella che svigorisce rimirando sé stessa in uno sterile ed eterno presente, regredendo inesorabilmente.
Arto Paasilinna se n’è andato. Ha preso le sue cose e via, probabilmente per andare a sorvegliare i boschi di qualche altra dimensione e raccontare le avventure di chi ci troverà. Ed è un po’ come, ora, se parte della foresta letteraria grazie a lui così rigogliosa, nella quale ho vagato per anni e anni senza mai smarrirmi, anzi, ritrovando di continuo nuove e sublimi strade narrative da percorrere, sia stata abbattuta, o quanto meno parecchio sfrondata.
Qualche anno fa, quando ebbi occasione di girovagare in lungo e in largo per la sua Finlandia, la rotta che seguii la stabilirono anche i suoi libri letti, le storie narrate, i meravigliosi personaggi protagonisti e i luoghi nei quali essi combinavano le proprie divertenti e illuminanti follie, che volevo visitare o dai quali volevo transitare per sentirmi almeno un poco dentro le vicende lì ambientate. Al punto che non potei lasciare Helsinki senza recarmi in “pellegrinaggio” alla WSOY, la sua storica casa editrice, e acquistare presso il bookshop interno alcuni suoi libri in lingua originale. Della quale, per inciso, non ci capisco pressoché nulla: solo per il piacere di averli nella stessa parlata con la quale li aveva pensati e scritti.
Ecco.
Poi, ci tengo a rimarcare che Paasilinna ci lascia qui, sulla Terra, alcuni tra i più fenomenali libri degli ultimi decenni, e il prezioso retaggio di uno stile narrativo unico, divenuto nel tempo profondamente emblematico di un intero panorama letterario, quello nordico-scandinavo, senza dubbio tra i migliori al mondo. Ma, soprattutto, a parte tali annotazioni meramente “critiche”, a quelli come me che l’hanno letto innumerevoli volte (grazie alla mai abbastanza encomiabile Iperborea) Paasilinna lascia delle emozioni così grandi da restare sempre stabilmente e solidamente forti, radicate, vive. Almeno quanto i grandi alberi delle maestose e infinite foreste finniche, ove un guardaboschi come tanti altri è diventato uno dei più grandi scrittori della nostra epoca.
In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto.
In questo periodo, in mezzo a un tot indefinito (!) di altri lavori, sto compiendo una ricerca sui miti alpini, la cui personale elaborazione confluirà (se tutto va per il verso giusto) in un’innovativa opera editoriale dedicata alle Alpi. Tra la documentazione vagliata vi è un vecchio testo di Aurelio Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni (Editore Cappelli, 1969), nel quale ho trovato una leggenda relativa agli Uomini Selvatici (forse il più diffuso archetipo mitologico delle Alpi) dei monti del cantone Grigioni. Una storia che, in tutta la sua semplice e genuina suggestione, mi viene da interpretare come una metafora invero assai potente (oggi ancor di più, nel bel mezzo di inquietanti cambiamenti climatici) del rapporto tra l’uomo e la Natura, ovvero dell’armonia necessaria alla costruzione di una connessione tra la presenza umana e i territori naturali (da sempre il mito dell’Uomo Selvatico è rappresentazione delle forze della Natura e simbologia dei luoghi che l’uomo non ha antropizzato ma coi quali deve in qualche modo rapportarsi per la propria sussistenza: esempio classico i boschi) che sia la più virtuosa possibile o, dall’altra parte, la meno aberrante. Nella storia sembra essere inizialmente rappresentata l’armonia primigenia tra gli uomini e la Natura (nonostante certa “durezza” di essa), poi la rottura di questo legame a causa della prepotenza dell’uomo e della perdita della facoltà di comprendere l’importanza della cura di quel legame, quindi i danni e le calamità scaturenti da tutto ciò; infine, quasi a far da “morale” alla storia, l’evidenza della necessità di un approccio ben più sensibile e cosciente nei confronti della Natura e delle sue forze, al fine di ripristinare e riequilibrare l’iniziale e comunque imprescindibile armonia.
In fondo gli uomini, pure “ipertecnologici” che possano essere – come quelli contemporanei – nulla ancora possono (e potranno, nemmeno in futuro) contro le forze naturali: un’evidenza che, appunto, sta diventando via via sempre più palese, con il cambiamento del clima in corso e l’estremizzazione di certi fenomeni meteorologici e climatici.
Per la cronaca, la località di Stossavia citata nella storia è molto probabilmente Safien, villaggio della Surselva grigionese.
Buona lettura e, mi auguro, pure buone riflessioni!
Raffigurazione di un Uomo Selvatico nella chiesa di Ambierle, in Francia.
Un Uomo Selvatico sostava davanti ad una capanna di Camana, il vasto alpeggio di Stossavia, sopra i gorghi della Rabiusa. In cucina una donna faceva il formaggio. Vedendolo lo invitò: – Entra a ristorarti: ti darò da bere e da mangiare.
L’ometto rispose: – Non lo posso fare, perché se mi pongo sotto il tetto, comincia a piovere.
– Anche questa debbo sentire – sbottò la donna. – Non si è mai visto sereno più limpido. Dove la trovi una nube?
L’intera famiglia sui prati segava l’erba, la stendeva al sole ad essiccare, la rivoltava con le forche.
– Ti dico che se entro si mette a piovere.
Non essere scortese, entra!
La donna insisteva, l’Uomo Selvatico si rifiutava, fin che quella, spazientita, lo insolentì, lamentandosi perché offendeva l’ospitalità offerta.
– Se proprio lo vuoi – disse l’Uomo Selvatico, ma appena entrato sotto il tetto, grosse nubi salirono da ogni parte dietro i monti, sommersero l’azzurro fin che non ne rimase una sola chiazza, e piovve a secchi.
– Tu ci guasti il fieno! – cominciò ad inveire la donna. – Ci ricambi il bene col male.
Siccome l’Uomo Selvatico non parlava, quella si eccitava sempre più, e passando alle vie di fatto prese il manico di una falce e lo cacciò di casa.
L’ometto peloso corse un po’, si sedette su di un masso non lungi dalla capanna, lanciò una minaccia: – Aspetta: ora te ne pentirai. – E scomparve.
Immediatamente la pioggia cessò, il vento spazzò le nubi, il sole tornò a splendere cocente, tanto cocente, che una soffocante calura avvolse l’Alpe Camana. Pareva salisse dalla terra, il caldo, e piovesse dal cielo. In breve l’erba fu asciutta, e cominciò a rinsecchire.
Gli uomini rincasati commentavano la stranezza del tempo, e la donna raccontò la storia dell’Uomo Selvatico, invitato in casa e mandato via malamente.
I giorni passavano, la siccità perdurò. Ogni erba seccò, la terra sollevò polvere. Le mandrie non trovando da sfamarsi, strappavano le radici, muggendo da far pietà. Ogni fonte inaridì.
Scongiuri e minacce degli alpigiani arrabbiati e preoccupati caddero sulla povera donna: la si cacciò di casa, dovette cercare albergo nelle tane fra le gole e sarebbe morta di fame, se una figlia non le avesse pietosamente portato qualche cosa.
Perdurando il sereno, si nutrirono le mucche con il fieno, ma presto anche i fienili furono vuoti, e le povere bestie stecchite cominciarono a morire. Di pioggia, neanche a parlarne.
I pastori proibirono di portare il cibo alla donna nel rifugio di sasso: era causa del male e doveva perire, come le mandrie un tempo fiorenti.
La figlia rattristata uscì di casa, sedette sullo stesso masso dal quale l’Uomo Selvatico aveva scagliato la maledizione, sentì un groppo stringerle sempre più la gola, scoppiò in un pianto dirotto.
Tre lacrime caddero sul secco terreno, e l’Uomo Selvatico apparve.
– Guarda – le disse – piove.
Il cielo si era improvvisamente coperto, ed una pioggia calma, fresca, ristoratrice scendeva blanda sulle zolle inaridite. Pioveva a fili diritti, come nelle notti d’autunno, ed in breve l’erba tornò a spuntare, un verde intenso ricoperse i pascoli ed il bestiame fu salvo. Si andò allora a trarre dalla tana di roccia la donna causa di tanto male, e la si lasciò in pace.
Le biblioteche sono come un monumento: sono un simbolo che tutti abbiamo l’obbligo di rispettare, che ci andiamo o meno, che le utilizziamo o meno. Per il semplice motivo che la sola esistenza è già essa stessa un servizio. Giovani e anziani, grandi e piccoli sanno che possono andare in biblioteca e leggere, conoscere, capire, imparare, approfondire. Più di ogni altra offerta culturale, questa è pubblica per eccellenza. Come il diritto allo studio e il diritto alla salute. Almeno per le nostre radici culturali. Però, proprio perché alla base della meritorietà delle biblioteche c’è il loro essere un punto di riferimento del sapere, bisogna anche fare i conti con modelli di accesso in continua evoluzione. Oggi ci sono Internet e il digitale. Le biblioteche, come tutta l’editoria del resto, ancora non hanno fatto veramente i conti con questa trasformazione. Vuoi che l’essere di massa del digitale sia tutto sommato recente, meno di vent’anni; vuoi che sia un cambiamento così radicale e profondo che in effetti non è ancora facile vederne i confini; ma la realtà è che Internet ha cambiato le vite di tutti i noi, di tutti i giorni. Molti dei servizi esistenti, e che sono sopravvissuti, stentano comunque a cambiare pelle. Molti sono scomparsi, obsoleti per contenuti e per forma. Non vale per altri, come appunto le biblioteche. Però, come è evidente che le biblioteche non sono più una porta di accesso al sapere, non riescono a diventare invece una scala del sapere, un mezzo per andare in profondità. In che modo la biblioteca può essere un “ascensore”? […]