La sicurezza senza consapevolezza, in montagna, è come una bicicletta senza freni in discesa

P.S. (Pre Scriptum): ringrazio di cuore il sempre prezioso Michele Comi che mi ha informato del tema sul quale di seguito leggerete. Ne ha scritto anche lui su “Montagna.tv”, qui.

[Immagine tratta da www.facebook.com/soccorsoalpinocnsas.]
Il casco da sci diventerà obbligatorio per tutti. Lo ha deciso un emendamento al decreto legge “Sport” (96/2025) approvato qualche giorno fa dalla Commissione Cultura della Camera.

Si direbbe una buona notizia ovvero una cosa giusta, e per certi versi lo è. Tuttavia, per molti altri versi non lo è affatto. Innanzi tutto perché si pretende di risolvere la questione dei troppi incidenti sulle piste da sci imponendo un obbligo e non educando gli sciatori a un comportamento meno maleducato e pericoloso: come si rimarca da tempo, la velocità sulle piste da sci è in costante aumento e non certo perché sia aumentata pure la perizia degli sciatori, anzi: la grande quantità di incidenti lo dimostra bene. Inoltre, c’è il rischio che proprio la percezione di maggior sicurezza indotta nello sciatore medio peggiori il problema invece di mitigarne le conseguenze. D’altro canto, proprio in forza della propria esperienza e della relativa consapevolezza lo sciatore dovrebbe stabilire da solo se sia il caso di utilizzare un casco sulle piste, e infatti molti già lo usano; ma, chiaramente, la presenza di una tale consapevolezza nella pratica dell’attività sciistica dovrebbe già da sé ridurre i rischi sulle piste. Invece ciò non sembra accadere: un’evidenza del tutto significativa.

La stessa cosa accade anche d’estate, sui sentieri e sui percorsi in quota: come denuncia il Soccorso Alpino ci sono sempre più incidenti, purtroppo spesso mortali, di frequente dovuti a imperizia, scarsa o nulla consapevolezza nei confronti delle montagne, equipaggiamento inadeguato. Ma, di contro, si registra un’eccessiva percezione di sicurezza data dall’avere con sé un cellulare («Se siamo in difficoltà basta una telefonata e ci vengono a prendere!») oppure proprio dal pensare di indossare un equipaggiamento super tecnico e dunque perfetto per qualsiasi itinerario. Il quale invece non può affatto garantire alcuna sicurezza preventiva: primo, perché senza consapevolezza su cosa sia la montagna (e relativa adeguata preparazione) non c’è alcuna sicurezza e, secondo, perché – molto semplicemente e altrettanto obiettivamente – in montagna non c’è sicurezza.

Eppure, l’intero immaginario scaturente dal marketing turistico, sia invernale che estivo, è sempre più un gran florilegio di «no limits!», «adrenalina», «effetto wow!» e così via. Di nuovo, il tutto si riconduce a una questione soprattutto culturale, tanto evidente quanto trascurata e ignorata: dietro le prescrizioni come quella sul casco, dietro le proposte turistiche, dietro l’immaginario che coltivano e dal quale scaturiscono, risalta drammaticamente la mancanza di volontà di educare i frequentatori delle montagne a una corretta relazione e fruizione di esse, sia verso i territori frequentati – dunque riguardo la loro conoscenza e la capacità di leggerne e valutare i rischi e i pericoli, ad esempio -, sia verso se stessi – la consapevolezza di ciò che si è in grado di fare e che al riguardo esista un limite da non superare. «Molti non conoscono i propri limiti» guarda caso rimarca Maurizio Dellantonio, il presidente del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico.

I limiti, già. In fondo il punto attorno a cui tutto gira è sempre questo: l’evidenza – culturale, appunto – che la montagna, pur in tutta la sua imponente vastità anche verso l’alto, è un luogo di limiti e, di contro, l’immaginario elaborato in funzione turistica e ancor più commerciale – per non dire consumistica – che fa di tutto per cancellare qualsiasi limite, materiale e immateriale. Alla fine il cortocircuito è inevitabile e le sue conseguenze sono le cose delle quali ho scritto fino a qui così come tante altre.

Come se ne esce? Be’, per me in maniera (idealmente) semplice: considerando il limite un pregio invece che un difetto o un ostacolo, un elemento di definizione che identifica e così rende speciale ciò che lo presenta – che si tratti di un luogo o di qualsiasi altra cosa. Se ci si pensa, in montagna il limite per antonomasia è la vetta: definisce compiutamente la montagna della quale è la massima sommità, oltre la quale non si può andare e ciò permette di potersi dire variamente contenti di esserci giunti. Se invece le montagne non avessero una vetta? Sarebbero ancora “montagne”?

Allo stesso modo: una montagna sulla quale ci si arroga il diritto di poter fare ciò che si vuole senza alcun limite (per supponenza, per inconsapevolezza, perché ci si sente sicuri o perché si indossa un casco oppure una scarpa da hiking di ultimissima generazione), è ancora “montagna”?

Che dite voi?

(Per leggere gli articoli che vedete nelle immagini cliccateci sopra.)

Un influencer d’antan in vetta al Gran Paradiso (ma non è come voi pensate!)

[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Spesso sul web o sui magazine di costume si vedono immagini di influencer e personaggi pubblici più o meno famosi in località di montagna, e facilmente qualche tempo dopo si legge del “boom” di turisti-follower in quelle località generato dalle immagini diffuse. Il marketing turistico nell’era dei social media funziona anche così, nel bene e nel male.

Ma l’idea di portare qualcuno di particolare – e particolarmente “attraente” – in vetta alle montagne per lanciarne la frequentazione turistica non è affatto nuova. Quasi un secolo fa vi fu un “influencer” montano ante litteram la cui presenza ad alta quota ebbe un gran successo. Solo che non si trattava di una/un influencer come quelle/i di oggi: inevitabilmente, visto che non era nemmeno umano.

Nel luglio del 1931 infatti, Joseph-Marie Henry, più noto come l’abbé Henry, eclettico – e anche un po’ eccentrico – prete-alpinista valdostano, gran cultore delle montagne della sua valle (al punto che oggi la piazza centrale di Courmayeur gli è intitolata e sfoggia una statua bronzea che lo celebra), per dimostrare ai villeggianti i quali già ai tempi affollavano la Valsavaranche che l’ascesa al Gran Paradiso – tanto agognata quanto temuta da molti di quelli – non era affatto proibitiva, decise di affrontarla portandosi appresso un asino chiamato Cagliostro, proprio come il conte-avventuriero settecentesco.

[Quello a sinistra è il vero abbé Henry, quello a destra invece non è il vero Cagliostro, ovviamente!]
I due, insieme a tale Signor Dayné, partirono alle 3 della notte dal Rifugio Vittorio Emanuele e, dopo aver adeguatamente ramponato Cagliostro per permettergli di percorrere il ghiacciaio, giunsero in vetta a mezzogiorno. Così l’abbé Henry registrò le reazioni di Cagliostro al riguardo:

Dopo qualche minuto, Cagliostro alzando la testa guardò, da sopra la cresta, lo spaventoso abisso che si apre sull’altro versante, quello di Cogne. Poi pieno di gioia e di legittimo orgoglio, lanciò un formidabile jodel che fece tremare dalle fondamenta, i massi sconnessi ed ammonticchiati della cima.

È lecito chiedersi se, con quello «jodel» ragliato, Cagliostro volle veramente rimarcare la propria felicità per la notevole impresa compiuta oppure lamentarsi della faticaccia sopportata suo malgrado per arrivare a oltre 4000 metri di quota. Fatto sta che il successo della bizzarra cordata effettivamente diede un grande impulso al turismo nella zona di Valsavarenche e attirò sul Gran Paradiso l’attenzione di molti appassionati di alpinismo i quali decisero di cimentarsi con una salita certificata ormai come “facile”: se persino un asino era riuscito a raggiungere la vetta, come avrebbe potuto non riuscirvi un umano ben equipaggiato?

In buona sostanza, all’asino Cagliostro quasi un secolo fa riuscì esattamente quello che suscitano molti influencer contemporanei che si fanno fotografare qui e là sulle montagne e poi postano le immagini sulle proprie pagine social a beneficio dei followers. Già.

Questo, ovviamente, non significa che si debbano intessere paragoni e analogie tra Cagliostro e quegli influencer. Be’… non sempre, almeno.

[Sì, è proprio lei. Immagine tratta da https://www.facebook.com/photo/?fbid=1870805453052530&set=a.407226082743815&locale=it_IT.]
P.S.: le notizie sull’ascesa di Cagliostro e dell’abbé Henry al Gran Paradiso le ho principalmente tratte da https://gognablog.sherpa-gate.com/il-principe-e-lasino/ e da https://gian.mario.navillod.it/asino-gran-paradiso/.

Il “caso” Val di Mello su “Sherpa”

Ringrazio di cuore il portale web “Sherpa per l’attenzione riservata alle mie considerazioni intorno alle battaglie per la salvaguardia della Val di Mello. È un onore essere ospitati in un così prestigioso spazio di divulgazione culturale sui temi di montagna e da una figura tanto importante al riguardo come Alessandro Gogna che ne è l’ideatore e principale curatore.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo, mentre quello originario sul blog lo trovate qui.

Una bella notizia, e una preziosa lezione di civiltà, dalla Val di Mello

Quella relativa alla Val di Mello e all’abbattimento dell’orrido muro costruito nel 2021 all’interno della Riserva Naturale che “tutela” la zona è una notizia che allieta la mente, scalda il cuore e rinvigorisce l’animo. Era un’opera che, fin da quanto venne presentata, a chiunque l’abbia potuta analizzare è sembrata impattante sotto ogni punto di vista, anche solo per una questione di ordinarissimo buon senso, posto il luogo nel quale è stata realizzata. A chiunque eccetto che ai suoi promotori, il Comune di Masino e Ersaf, i quali invece hanno deciso di spendere – cioè di buttare via – 48.000 Euro di soldi pubblici (miei, vostri, di tutti), oltre a quelli spesi ora per l’abbattimento, per un manufatto non solo orribile ma pure illecito. Una cosa ignominiosa, senza alcun dubbio.

È una bellissima vittoria per tutti quelli che a vario titolo si sono spesi per questa battaglia a difesa della meravigliosa Val di Mello, a partire da ciascuno dei 63mila firmatari della petizione contro l’opera (una cifra enorme, obiettivamente) fino a chi l’ha guidata con impegno e coerenza: in primis l’amico Jacopo Merizzi, figura fondamentale della storia alpinistica delle montagne del Masino e da sempre impegnato nella difesa della valle, al quale va ascritto molto del merito di questa vittoria. Sono molto contento per lui.

Due considerazioni, ora. La prima: questa vicenda dimostra pienamente che contrastare certe brutture che politici, amministratori e soggetti locali, enti e impresari cinici impongono alle nostre montagne si può e dunque si deve, perché alla fine l’impegno, l’onestà d’intenti, la coerenza, il senso civico e l’unione delle forze rende innegabile la verità delle cose e fa ottenere i risultati dovuti. Teniamocela ben presente, questa bella lezione di civismo ambientale che viene dalla Val di Mello, per qualsiasi istanza di tutela dei territori di montagna e naturali sottoposti alle più bieche pratiche di turistificazione – e lo tengano ancor più presente i promotori di queste pratiche!

La seconda: il Comune di Masino e Ersaf hanno buttato via 48.000 Euro (più annessi e connessi) di soldi pubblici, lo ripeto. Ne risponderanno quelli che hanno firmato le concessioni per la realizzazione del muro ora abbattuto? Probabilmente no – in Italia quasi mai accade qualcosa del genere – e questo non è per nulla giusto. Per tale motivo continuo a sostenere che, in queste circostanze, sia necessario che ai decisori i quali abbiano approvato e firmato opere del genere, palesemente sbagliate fin da prima della loro realizzazione, debba essere giuridicamente imputata la responsabilità politica di quanto hanno approvato in barba a qualsiasi considerazione contraria. Non è accettabile che si agisca e intervenga a danno palese di un bene comune, per giunta tutelato ambientalmente, con tanta leggerezza e menefreghismo per poi non aver da sostenere alcuna responsabilità al riguardo. Trovo che sia una cosa indegna per un paese che si voglia considerare civile, e sono certo che se si attuasse giuridicamente una forma di riconoscimento di tale responsabilità politica molte opere che oggi vediamo imbruttire territori naturali di pregio non sarebbero realizzate ovvero ci si penserebbe sopra ben più di due volte prima di farle.

In ogni caso, lo ribadisco di nuovo, le notizie che arrivano dalla Val di Mello sono belle e rinfrancanti. Mi auguro che siano parte di una lunga serie simile e vieppiù abbondante di pari vittorie, in futuro, nonché la manifestazione di una presa di coscienza sempre crescente riguardo la tutela del mondo in cui viviamo e la necessità di abitarlo nel modo più virtuoso e equilibrato possibile. Per il bene del mondo stesso e, ancor più, di noi tutti.

P.S.: delle brutture realizzate in Val di Mello me n’ero occupato qui.

La libertà in montagna

[Foto di Marc Sendra Martorell su Unsplash.]
Qualche giorno fa un amico mi ha sollecitato una riflessione sul tema della libertà in montagna, il quale, ve ne sarete resi conto, è tornato sulle prime pagine degli organi di informazione e nei servizi dei media radio-tv dopo la tragedia della Marmolada – e chissà perché (!) torna sempre in auge dopo siffatti episodi tragici, mai in altri contesti nei quali la discussione sul merito risulterebbe senza dubbio meno condizionata e istintiva e più meditata.

Comunque, la sollecitazione dell’amico – posto che nel suo caso era mirata innanzi tutto alle aree sottoposte a tutele particolari – è di quelle che possono generare riflessioni e considerazioni della durata di giorni. Per farla breve, in senso generale ovvero al di là di casi specifici, è inutile rimarcare che il tema della libertà in montagna è (sarebbe) di base legato alla percezione soggettiva e anche per questo risulta sicuramente delicato, ma io credo più in forza dell’immaginario collettivo diffuso e per la stortura che esso subisce in forza della generale mancanza di cultura e di sensibilità “consapevole” al riguardo. A tale proposito, dal mio punto di vista il problema nemmeno si pone o si porrebbe, perché la libertà è una dote che ha senso e valore solo con la paritetica presenza di consapevolezza e responsabilità – siamo veramente liberi quando ci rendiamo conto di esserlo e di cosa significhi sia in quanto a diritti che a doveri: la libertà inconsapevole è solo una convinzione presunta, non una condizione presente.

In tema di montagna, continuiamo a presentarla come un luogo da fruire esclusivamente in modo ludico, una mera periferia ricreativa, dunque divertente, della città nella quale potersi analogamente comportare da “cittadini”, salvo poi definirla “assassina” con vario corredo di toni e paroloni apocalittici appena qualcuno ci lascia le penne. Come fosse una sorta di confortevole e dilettevole parco giochi cittadino le cui giostre improvvisamente e inauditamente diventano mostri antropofagi che uccidono malcapitati innocenti. Che senso ha? E, posto ciò, che senso può avere l’imporre dei divieti istituzionali quale “soluzione” per la mancanza della suddetta cultura e della conoscenza di ciò che è realmente (e da sempre) la montagna? Con quello che accade di tragico lungo tutto l’anno (oltre 450 morti nel 2020, anno più recente del quale trovo le statistiche del CNSAS) allora la montagna andrebbe vietata sempre! Ci sarebbero più morti, senza i divieti? Forse sì ma per mancanza di cultura e responsabilità, non per assenza di ordinanze amministrative! Le quali, è bene non dimenticarlo, risultano sempre costituzionalmente discutibili per come limitino la libertà delle persone nel contesto naturale in base a situazioni forzatamente considerate “d’emergenza” quando invece sono parte della realtà ordinaria delle montagne – da qualche decina di milioni di anni, eh non da ieri!

Limitarne l’accesso ai monti non è un salvaguardare le persone, è uno scaricarsi di dosso le responsabilità, è un voltare le spalle al dovere (anche politico) di sviluppare una fruizione consapevole dei territori montani, è una dimostrazione di non conoscenza dell’ambiente di montagna e al contempo è una sorta di ottusa negazione della sua naturale pericolosità. Come se quando il pericolo diventa palese e innegabile lo si voglia nascondere per proteggere l’idea della montagna-parco giochi accogliente, divertente e rilassante – cioè facilmente vendibile. Ce la immaginiamo una brochure promozionale con su scritto «Salite tutti in vetta, è bellissimo, è super-wow, ma attenti che se crolla un seracco o cede il sentiero ci lasciate le penne!»? Veramente si vuole arrivare a quella scellerata nonché stupida idea delle bandiere verdi o rosse come al mare, proferita dal Presidente della Provincia Autonoma di Trento poco dopo la tragedia della Marmolada? Peraltro una forma mentis, questa, perfettamente funzionale alla sempre maggiore infrastrutturazione della montagna, al fine di addomesticarla come non mai agli agi turistici e vincerne tutte le sue pericolosità, appunto, traendone il maggior profitto possibile a totale discapito del suo valore e della sua identità culturali.

Una volta – intendo qualche anno fa, mica secoli – chiunque salisse sui monti, che avesse frequentato corsi specifici o per raziocinio popolare diffuso, sapeva bene che lo faceva a suo rischio e pericolo e a prescindere dalla possibilità di essere soccorsi. Oggi la propaganda turistica vende (appunto) l’idea che in montagna ci si possa salire liberamente come se non esistessero rischi e pericoli, poi, quando questi si manifestano, ecco che interviene la propaganda politica – la stessa che patrocina la prima – e vieta tutto come se si avesse a che fare con l’inferno in Terra. Passiamo dal «no limits!» al «all limits!» senza un briciolo di riflessione e di considerazione culturale al riguardo, nonostante nel mezzo di quei due “limits” ci sta tutta la montagna con ogni cosa che le dà forma e sostanza.

Ribadisco: che senso ha?

Detto ciò, come ho già rimarcato, il tema potrebbe essere disquisito per giorni interi, con infiniti rimandi a questioni correlate. Il presente è solo un piccolo e fin troppo conciso contributo personale, senza alcuna pretesa di indiscutibilità – anzi! -, che mi auguro possa agevolare anche in altri la riflessione sul tema, tanto grande da sembrare indefinibile eppure oltre modo importante, che sia correlato alla montagna o qualsiasi altri ambito vitale.