Cambia il clima, cambiano le montagne, cambiamo noi

[Il lago proglaciale di Fellaria, formatosi una decina d’anni fa ai piedi della fronte dell’omonimo ghiacciaio in Valmalenco, in forte regresso da tempo. Foto tratta da associazione.giteinlombardia.it, cliccateci sopra per saperne di più.]

Dalla fine della piccola era glaciale verso il 1850, circa 12.000 nuovi laghi sono apparsi nelle antiche regioni glaciali delle Alpi svizzere. Un migliaio esistono ancora oggi, secondo un nuovo inventario effettuato dall’istituto di ricerca sull’acqua (Eawag). (clic)

Il tasso di formazione di tali bacini idrici sarebbe aumentato in maniera significativa negli ultimi decenni. […] “Siamo rimasti sorpresi da una simile cifra”, ha dichiarato in un comunicato ufficiale Daniel Odermatt, a capo dell’Eawag Non solo il numero, ma anche la marcata accelerazione nella formazione di questi bacini è risultata sorprendente. “180 sono nati soltanto nell’ultimo decennio”, ha puntualizzato Odermatt. (clic)

Le due citazioni che vi ho appena proposto, ottenute da altrettanti articoli che trovate linkati, risultano estremamente emblematiche circa un effetto solo apparentemente secondario e collaterale che stanno provocando i cambiamenti climatici in corso. La questione ambientale è primaria, al riguardo, anche perché più materiale percepibile (fa più caldo, nevica meno, i fenomeni meteorologici si estremizzano, eccetera) ma il cambiamento del clima sta alterando anche la nostra relazione con i territori in cui viviamo o con i quali interagiamo, modificando di conseguenza la percezione e la cognizione che di essi possiamo formulare (ne ho già scritto diverse volte, qui sul blog, ad esempio in questo articolo).

Mille e più nuovi laghi (attuali, dei 12.000 complessivi) esistenti in luoghi dove prima c’era tutt’altro – un ghiacciaio, soprattutto – cambiano le forme del territorio, la morfologia, l’aspetto visivo-estetico, l’interazione pratica con esso (dove prima si poteva camminare su un ghiacciaio ora certamente sull’acqua di un lago non si può camminare, per dire). Tutto questo significa che, inevitabilmente, cambia anche il paesaggio, ovvero la concezione intellettuale e culturale che possiamo formulare di quel luogo modificato, e ciò non solo in senso estetico: vuol dire che si modificherà anche la relazione antropologica con il luogo, gli elementi della sua riconoscibilità, l’identità culturale di esso e, di rimando, la nostra capacità di identificazione in esso. Ad esempio: se di un’escursione di qualche lustro fa lungo un ghiacciaio abbiamo dei bei ricordi e ora quel ghiacciaio non c’è più, sarà più difficile conservare la memoria di quell’esperienza e tutto il suo retaggio intellettuale e emozionale, così che inesorabilmente faticheremo a identificare quel luogo come prima e a identificarci in esso, tanto più se nel frattempo ha cambiato forme e sostanze geografiche (da solido/glaciale è divenuto liquido/lacustre). Un esempio singolo e locale del genere, spostato sulla grande scala dell’intera catena alpina – dacché i cambiamenti climatici operano su scala globale e in modo sempre più evidenti e drammatici – sicuramente finirà per alterare l’immaginario visivo con cui concepiamo il paesaggio alpino e la relazione che intessiamo e intesseremo con esso, variando pure il modo con cui finiremo per considerare, comprendere, valorizzare, gestire il territorio alpino. Ovviamente non è detto che un tale processo sia necessariamente negativo: i territori e i paesaggi cambiano continuamente da sempre, sia in modo materiale che immateriale, ma senza dubbio un cambiamento così repentino e drastico finirà per influire in maniera mai rilevata prima sul nostro rapporto culturale con le Alpi.

Ribadisco: è un aspetto che al momento attuale sembra secondario e dunque viene poco considerato, ma diventerà col tempo sempre più importante e cruciale. Cambieranno le montagne alpine e cambieremo anche noi nei loro confronti: il futuro che ci aspetta sulle Alpi sarà sicuramente diverso dall’oggi e dal passato. Che lo sia in modo positivo oppure no, ancora una volta, spetta a noi tutti deciderlo.

N.B.: questo articolo l’ho pubblicato in origine qui sul blog il 15 novembre 2011.

I ghiacciai (si) raccontano, domani a Milano

A chiunque domani sia in zona Milano o, per la precisione, in zona Liceo Scientifico Piero Bottoni e ne abbia le possibilità, consiglio caldamente di partecipare alla conferenza di Giovanni Baccolo della quale leggete qui sopra. Giovanni è uno scienziato del ghiaccio di grande competenza e sensibilità, la cui professione glaciologica non è che la manifestazione accademica del suo profondo legame con le montagne: anche per questo la materia glaciologica da lui raccontata diventa oltre modo affascinante, oltre che fondamentale da conoscere al meglio nei suoi aspetti concreti rispetto alla realtà – non solo ambientale – e al mondo che viviamo. In pratica Giovanni è veramente un ottimo portavoce dei ghiacciai che grazie a lui raccontano, come è ben scritto lì sopra. Dunque, se siete in zona, non mancate l’appuntamento!

Per maggiori info sulla conferenza, cliccate qui.

«Te lo ricordi, il Ghiacciaio dell’Adamello?»

[Veduta parziale del Ghiacciaio dell’Adamello dal Corno di Cavento: a sinistra nel 1917, a destra nel 2017. Foto tratta da meteobook.it.]
Il progetto ClimADA, realizzato grazie ad una ampia collaborazione tra enti scientifici e istituzionali coordinati da Fondazione Lombardia per l’Ambiente, si pone il rilevante obiettivo di ricostruire l’evoluzione climatica degli ultimi secoli, l’impatto antropico nell’area di alta montagna alpina, e anche la dinamica delle specie vegetali, dei grandi incendi avvenuti negli ultimi secoli e in generale degli impatti antropici in tutte le aree montane. Da questa attività il progetto ricava studi e ricerche e offre competenze scientifiche per aiutare le amministrazioni locali, le istituzioni pubbliche e private a prendere decisioni sul territorio. Nell’ultimo biennio ClimADA ha focalizzato la propria attenzione scientifica sul Ghiacciaio dell’Adamello, il più vasto e profondo apparato glaciale delle Alpi italiane: tra le varie attività messe in atto, i ricercatori del progetto hanno analizzato e prospettato la futura evoluzione del ghiacciaio dell’Adamello fino quasi a fine secolo secondo le previsioni attuali, rappresentando efficacemente il tutto in questo video:
Converrete che è un video spaventoso. In pratica, nei prossimi decenni quello che è ad oggi il più grande ghiacciaio italiano scomparirà totalmente. Degli 870 milioni di metri cubi di ghiaccio rilevati a fine millennio, già nel 2019 se n’erano fusi quasi la metà e nel corso del 2022, già unanimemente definito “disastroso” per i ghiacciai alpini, la fusione è risultata doppia rispetto alla media degli ultimi 15 anni. Si noti bene: non sta scomparendo solo un ghiacciaio tra i più importanti delle Alpi ma sta svanendo una delle maggiori riserve di acqua potabile a nostra disposizione che tra qualche decennio non avremo più, sta cambiando il paesaggio di un’ampia regione alpina, sta cambiando di conseguenza la nostra relazione con il territorio in questione e si sta modificando la percezione culturale che avremo di questi spazi d’alta quota. Quello che per generazioni a scuola è stato studiato come «il più grande ghiacciaio delle Alpi italiane» non esisterà più, sparirà anche come nozione, come conoscenza, come referenza identitaria. Giusto o sbagliato (formalmente) che possa essere, accadrà ineluttabilmente, a meno che si metta in atto un cambiamento così radicale da poter modificare tale nefasta sorte. Qualcuno dice che siamo ancora in tempo, qualcun altro ritiene invece di no: ma nell’uno o nell’altro caso, siamo pronti ad agire oppure a subire di conseguenza? O continuiamo a fare come se nulla sia?

Tre anni di acqua potabile persi per sempre

Quando si disquisisce della situazione climatica corrente, a supporto delle considerazioni sul tema sovente si snocciolano dati e relativi grafici tanto inequivocabili quanto, a volte, di primo acchito complicati per chi non ne sia abituato, dunque a volte respingenti. Le immagini fotografiche – magari se riprodotte in timelapse come quello (spaventoso, dal mio punto di vista) qui sopra riprodotto – sono molto più immediate e comprensibili ma pure qui, se non si conosce almeno un poco l’ambiente montano, che un ghiacciaio avesse uno spessore di 200 metri e oggi solo di 100, oppure che un tempo fosse lungo 2 km e oggi solo uno, per molti non significa molto anche visivamente: il paesaggio in questione non sembra così cambiato, se non si ha l’occhio di coglierne le differenze.

Il tutto rimanda alla questione di come trasmettere i dati scientifici riguardanti i cambiamenti climatici per farne strumento di informazione e, ancor più, di generazione di un’adeguata consapevolezza diffusa che supporti le necessarie azioni atte a mitigare gli effetti del riscaldamento globale e strutturare la migliore resilienza possibile. È una questione delicata, inutile dirlo, sulla quale il dibattito è aperto e ampio.

Una sorta di soluzione indiretta al riguardo la propone Matthias Huss, glaciologo del Politecnico di Zurigo, illustrando nel servizio della RSI che potete vedere cliccando sul frame qui sopra lo stato dei ghiacciai svizzeri in questo 2022 climaticamente drammatico.
In pratica, Huss rivela che i ghiacciai elvetici quest’anno hanno perso il 6% della loro massa, un valore mai registrato prima. Il sei per cento: ok, e che significa?

Il 6% di perdita di massa, significa che nel 2022 i ghiacciai svizzeri hanno perso ben tre km3 di ghiaccio, ovvero tre cubi di ghiaccio dai lati – lunghezza, larghezza, altezza – di un km. Tanta roba, è facile comprenderlo… ma più concretamente, che vuol dire?

Vuol dire che tre cubi da un km3 ciascuno contengono l’acqua potabile che la popolazione svizzera (quasi 8,7 milioni di abitanti nel 2020) consuma in tre anni. Per dirla in altro modo: con lo scioglimento dei ghiacciai registrato quest’anno, la Svizzera ha perso per sempre 3 anni di acqua da bere.

Ora, credo, sarà ben più comprensibile e concreta la gravità della situazione dei ghiacciai in forza dei cambiamenti climatici in corso. E, appunto, sto dicendo dei soli ghiacciai svizzeri: la situazione è la stessa negli altri paesi alpini se non più grave, ad esempio in Italia in forza della sua esposizione a meridione cioè sul versante alpino più caldo.

Quanta acqua potabile hanno perso nel complesso i paesi alpini, in un anno come questo? Quanta ne hanno già persa negli anni scorsi, e quanta ne perderanno ancora nei prossimi? Ovvero, per arrivare al punto: quanto siamo sottoposti al rischio di non avere più riserve di acqua potabile da bere e da utilizzare per la nostra vita e il lavoro quotidiani entro breve tempo?

Ecco.

Non è catastrofismo, questo, ma semplice e obiettiva lettura della realtà. Cosa possiamo farci? Nulla per l’acqua ormai persa; tanto, forse, per quella che ancora i nostri ghiacciai conservano sulle Alpi. Ma bisogna fare subito: attivisti e scienziati lo dicono da lustri, ormai, e più passa il tempo più quel “subito” diventa immediatamente. O forse che, per capire quanto sia necessario agire senza altro indugio, dovremo arrivare a non avere più abbastanza acqua da bere? Come la glaciologia dimostra, questa drammatica ipotesi non è più così lontana: a questo punto sì, il presunto “catastrofismo” non sarà più tale ma diventerà la normalità quotidiana. Vogliamo che finisca veramente così?