Comunque, a mio parere, se a Cervinia volessero effettuare un cambio di toponimo veramente furbo, innanzi tutto dal punto di vista del branding, dovrebbero ridenominarsi Matterornia (su Google, per “Matterhorn” si ottengono circa 20.300.000 risultati, per “Cervino” 6.990.000) o, in alternativa, Zermatt Sud (Zermatt 42.500.000 risultati, “Cervinia” 5.950.000).
[Foto di Dimitris Kiriakakis su Unsplash.]D’altro canto, al riguardo, è bene pure denotare alla pittoresca Ministra del Turismo italiana in carica, la quale sulla vicenda s’è messa a dissertare di «destination» e «brand reputation», che nella sua sublime campagna di promozione turistica delle bellezze italiche “Open to Meraviglia” la Valtournenche, nel cui territorio si trova Cervinia, è stata presentata con un’immagine di Zermatt, lato svizzero del Cervino (si veda l’immagine qui sotto). Evidentemente la Ministra ha voluto nuovamente dimostrare di maneggiare la materia di cui dovrebbe essere massimamente competente proprio come i filtri su Instagram: in maniera ridicola.
Ecco.
P.S.: per la cronaca, di toponomastica della zona in questione qualcosina ne so.
[Immagine tratta da qui.]Io ho l’impressione, forse sbagliata (nel caso non me ne dolgo, così come non esulto in caso di ragione), forse ancor più eretica, per molti versi, che il personaggio politico italiano della foto sia sensibilmente più intelligente, o meno squinternato (evito di usare termini più rudi) di come appaia pubblicamente e della percezione che di sé, per convenienza politica, vuole fornire all’opinione pubblica, evidentemente modulata sul tipo, sulle “idee” e sulle pretese del suo elettorato di riferimento. Ovviamente davanti alle telecamere e ai microfoni recita una ben determinata parte, come fanno tutti i politici, il che d’altro canto non esclude che ella creda veramente a certe palesi sciocchezze (a volte di sconcertante livello) spesso proferite all’uditorio mediatico. Tuttavia, ribadisco, mi pare che la signora, nel recitare il proprio copione ideologico-politico-propagandistico ovvero nel sentire/leggere altre sue cose non legate al teatrino suddetto, dimostri in certi casi un’intelligenza e un’assennatezza maggiore di buona parte degli altri suoi colleghi che, invece, figuri infimi sembrano e infimi effettivamente sono, se non peggio.
Tuttavia, ribadisco, forse mi sbaglio – magari la signora è invece incredibilmente mendace oppure presenta un disturbo borderline di personalità, chissà – e comunque non è certo questo un endorsement d’alcun genere, visto che la mia distanza intellettuale, ideologica, culturale, morale dal teatrino politico al quale anche il personaggio su cui disserto qui appartiene, per colpa conscia o suo malgrado, resta sempre notevolmente e inesorabilmente maggiore di quella di MACS J1149 Lensed Star 1 (“Icarus”) dal pianeta Terra. Ecco.
Avevo pure intenzione di commentare, da par mio, alcune dichiarazioni di esponenti della “Conferenza Episcopale Italiana” (si fanno chiamare proprio così, sì) proferite riguardo la questione della cosiddetta “Legge Zan” ma, nella sostanza, di interesse più ampio e generale e per questo ben più significative che se contestualizzate a quella sola questione (infatti ne avrei parlato a prescindere da quella dibattuta proposta di legge), tuttavia, be’… alla fine il disgusto ha avuto la meglio, ecco. Quindi niente, meglio soprassedere, ci tengo alla mia salute.
A volte ho l’impressione, nemmeno così vaga, che in forza delle loro parole e azioni pubbliche quei tizi abbiano stretto degli accordi sottobanco con le case farmaceutiche produttrici di medicinali antiemetici ben più che con chi produca santini, rosari e paccottiglia similare, già.
[Foto di Siamdragonshow, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]Nel frattempo, in relazione al post di questa mattina e alla cronaca sulla quale disquisisce, trovo sempre alquanto spassoso (seppur ingenuamente, forse, lo ammetto) assistere, sul consueto palcoscenico teatrale italico, al cabaret melodrammatico inscenato dai saltimbanchi politici locali, gran zuzzurulloni al loro solito.
Così assisto alle peripezie della “destra” che sostiene – in parte per retaggio almirantiano – a spada tratta Israele perché gli altri sono “biechi terroristi arabi islamisti” (riassumo così il concetto) nel mentre che numerosi suoi votanti non esitano a usare il termine “ebrei” nel modo più sprezzante possibile riallacciandosi a un modello ideologico e a figure di riferimento (LVI in primis, certamente) che i genitori di molti israeliani di oggi li ha mandati a morire nelle camere a gas, d’altro canto smarrendo di colpo (chissà come mai?!) tutto il proprio “forte sostegno” per Israele quando da esso e da suoi esponenti politici e civili si ponga l’accento sulle responsabilità storiche della Shoah.
Dall’altra parte (?) c’è una “sinistra” che, salvo qualche frangia pervicacemente radicale, da sua tradizione ormai consolidata dice “cose” vaghe a favore di “qualcuno” (oggi di Israele, pare) con la stessa convinzione e forza ideologica di un cacciatore chiamato a sostenere le tesi di un convegno di animalisti – i quali per giunta rischierebbero persino di addormentarsi, a sentirlo parlare – ma poi non esita a intestarsi la difesa della memoria della Shoah, sapendolo tema assai inviso alla destra. È comunque divertente, a proposito di quei duri e puri con la kefiah sempre al collo – anche in spiaggia ad agosto in Costa Smeralda – constatare come il loro sostegno altrettanto incondizionato alla causa palestinese e, in generale, alla “libertà dei popoli oppressi”, li rende sodali a uno come il leader turco Erdogan, paladino della causa palestinese nel mentre che elimina una a una le libertà civili nel suo paese e, appena possibile, guerreggia contro i curdi che invece la “sinistra” più radicale supporta convintamente.
Nel mezzo delle due parti restano quei guitti che, temo, se gli si chiede di indicare su un mappamondo la posizione di Israele e della Palestina faticano non poco a identificarla (sempre che la trovino), ergo la loro parte di copione è importante come quella di certi figuranti le cui battute sono coperte dalla musica e nemmeno si notano.
Il solito “bel” teatrino italico, insomma, anche in questa circostanza, già. E il titolo dello spettacolo è lo stesso di questo post, ecco.
(Nella foto in testa al post: a destra gli esponenti della “destra”, a sinistra quelli della “sinistra”, in centro gli altri. Come dite? Vi sembrano tutti uguali? Eh, ma pensate che caso, vero?)
Si può sperare, insomma, che l’Italia riesca pur con deprecabile ritardo a farli quei conti con la propria storia e a riequilibrare la memoria collettiva al riguardo? Non so, personalmente sono più pessimista che ottimista ma ho speranza nei giovani i quali, salvo qualche sbandamento inquietante, dimostrano spesso di avere più sale in zucca di molti adulti nonché di avere a disposizione almeno una parte di quegli strumenti culturali atti a migliorare la situazione. Altrimenti, l’unica altra via praticabile è quella per cui la democrazia cessa di essere tale quando sviluppa in se stessa elementi che ne minino il senso e l’esistenza, ergo deve indispensabilmente fornirsi di difese atte a scongiurare questa evenienza: un paradosso solo all’apparenza, dal momento che qualsiasi società presuntamente democratica che permetta quanto sopra in realtà così democratica non lo è affatto ovvero non lo è compiutamente (e quindi non è democrazia comunque). Come scrisse acutamente Walt Whitman, «La democrazia può lasciar crescere rigogliosamente la più fitta distesa di piante e frutti nocivi, mortali – introduce invasori, uno peggiore dell’altro – e quindi ha bisogno di più nuove, più vaste, forti e volonterose compensazioni e spinte.» Ecco, Liliana Segre è certamente una di queste preziose e illuminanti “compensazioni”; gli altri sono solo frutti nocivi e mortali per l’intera società.