Tutti quelli che cominciano con la «p»

[Immagine tratta da www.sac-cas.ch.]

Insomma preti e poliziotti e padri e poeti e pitocchi e tutti quelli che cominciano con la «p» gli stavano sui coglioni. Perfino i montoni marchiati con la «p» non li poteva vedere, per colpa dei preti che lo avevano ingannato, per colpa del poliziotto impiccione e stupido per soprammercato, per colpa dei poeti sparlatori, per colpa del popolo con le orecchie sempre aperte, per colpa dei pitocchi che hanno il mento sporgente, e per colpa dei politicanti pelati e forse, forse anche per colpa del suo grande nemico, il Punteglias, quel vento che chiamano anche il Mazzacauras, quel vento cattivo che piombava sempre insieme alla neve muta sul suo gregge, per colpa del prete che non si prendeva la briga di benedire il suo alpeggio come si deve.

[Leo Tuor, Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello, pag,73. Quella che vedete nella foto lì sopra è la Camona da Punteglias, rifugio del Club Alpino Svizzero sul versante grigionese del Tödi che prende il nome proprio dal vento citato da Tuor.]

Leo Tuor, “Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta”

Se può esistere un genere letterario che sia compiutamente definibile come “di montagna”, i suoi testi devono (dovrebbero) saper far parlare la montagna. E se la montagna può “parlare”, non parla certo come parlano le colline, con toni dolci e pacati, o lineari e razionali come le pianure ma di contro neanche con l’asprezza e la severità del mare, totalmente diversa. Usa un proprio linguaggio, un lessico particolare la cui forma è la stessa delle rocce, degli alberi, delle pareti, dei venti e delle bufere; ciò non toglie che possa disquisire più amabilmente come pare ci parlino certe sublimi praterie alpestri ma, nel caso, avendo sempre pinnacoli e precipizi pronti a conferire nuova durezza al linguaggio.
E se tutto ciò piò accadere, che la montagna possa parlare e che un libro possa fissare nero su bianco le sue parole, credo che tale testo, ad esempio, assomiglierebbe a Giacumbert Nau, di Leo Tuor (Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello, 1a ed.orig. 1988), scrittore svizzero in lingua romancia (variante sursilvana, per la precisione) ed esponente di quella sorta di clan letterario grigionese che oggi a me appare come il vero custode (con rare eccezioni al di fuori di esso) dell’autentica parola delle montagne, ovvero della più compiuta “letteratura di montagna” in circolazione.

Giacumbert Nau è (se non sbaglio) l’esordio di Tuor, che di mestiere fa lo scrittore ma pure il pastore e il casaro in un minuscolo villaggio del Surselva (al riguardo date un occhio al meraviglioso sito web familiare dei Tuors – anche la moglie è autrice letteraria oltre che teologa), dunque non potrebbe essere più adatto a scrivere di montagne, tanto più delle sue, quelle dove da sempre vive e lavora. Forse proprio perché è il testo d’esordio, dunque non mediato da condizionamenti editoriali di sorta o da altre necessità autoriali, Giacumbert Nau appare come una formidabile manifestazione d’un linguaggio profondamente alpino, rurale, radicato e quasi ancestrale […]

[Immagine tratta da www.suedostschweiz.ch.]
(Potete leggere la recensione completa di Giacumbert Nau cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Dio salvi la Terra dal turista!

[Foto di Dibya Jyoti Ghosh da Unsplash.]

Un gregge di pecore esce dalla Gaglinera. Le pecore vengono e vengono e non finiscono mai, i capibranco davanti e poi pecore e pecore e poi le miserabili che zoppicano. Da qualche parte un cane grida nell’agosto, e da qualche parte lungo un pendio c’è un pastore con un binocolo sugli occhi che guarda attentamente, osserva giù fino all’ultimo dettaglio, lì dove una avrebbe potuto trovarsi.
Alcuni turisti stanno salendo su per la Cresta. Dio salvi la terra dal turista!
Giacumbert guarda con gioia il bestiame lontano, giù nel ricovero e poi scende per lo scoscendimento come se avesse visto il diavolo. Spinge le ultime oltre il ruscello, salta anche lui e gira, seguendo il viottolo, intorno alla collina per scomparire nel buio della bicocca, nel limbo.


[Leo Tuor, Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello, pag,67. A breve potrete leggere la mia “recensione” del libro. L’immagine di Leo Tuor qui sopra è tratta da qui.]

I Bergamini che “inventarono” la montagna

[Albert de Meuron, Le col de la Bernina. Bergers bergamasques gardant leurs troupeaux (Il passo del Bernina. Pastori bergamaschi a guardia del loro gregge), 1860-64. Fonte: SIK, Zürich.]
L’opera ottocentesca di de Meuron che vi propongo qui sopra è una delle testimonianze più interessanti della presenza in tutta la fascia delle Alpi centrali e su entrambi i versanti dello spartiacque alpino dei pastori transumanti bergamaschi, i famosi bergamini. In effetti si può ben dire che i bergamini – sorta di particolarissima “tribù alpina” dalle caratteristiche socioculturali peculiari – siano stati tra i fondamentali colonizzatori di questa parte delle Alpi ovvero i primi e principali territorializzatori delle alte quote montane tra il basso Medioevo e l’inizio del Novecento, e non solo: furono i più rinomati pastori e allevatori di bestiame in circolazione (tanto da essere molto richiesti anche fuori dai territori italici, appunto), imprenditori agricoli ante litteram, formidabili casari inventori di alcuni dei più noti formaggi norditaliani – il Taleggio, il Gorgonzola, gli stracchini, i vari formaggi d’alpeggio e lo stesso Grana (Padano), fautori di una cultura alpina peculiare ormai scomparsa ma il cui retaggio è ancora visibile in molteplici aspetti, materiali e immateriali, del vivere in montagna contemporaneo.

Con le loro transumanze stagionali – dalle montagne alla pianura padana in inverno e viceversa in estate – non hanno solo trasportato grandi greggi e mandrie ma per molti versi hanno saputo generare una relazione costante di natura economica, culturale, sociale, antropologica, tra i territori rurali alpini e quelli della pianura che nei secoli si facevano sempre più antropizzati e industrializzati, una relazione che nei decenni successivi si è sostanzialmente rotta e non solo per l’evoluzione dei costumi e dei modi di vivere, semmai per più profonde e perniciose devianze culturali (e politiche, poi). Oggi quelle transumanze con tutti i loro annessi e connessi non sarebbero più possibili, inutile dirlo – salvo in occasioni che tuttavia assumono un valore sostanzialmente folcloristico e di riproposizione simbolica della tradizione – eppure la secolare esperienza dei bergamini può ancora offrire numerosi spunti di riflessione e di analisi intorno al mondo della montagna, alla sua cultura e al rapporto tra monti e città, sulla cui realtà di fatto corre ancora il possibile buon destino futuro dei territori alpini (e delle città di rimando, non bisogna dimenticarlo) ovvero la loro infausta sorte.

Fanno latte, le vacche

Accarezzo tra le corna le vacche di mio padre, irrequiete come me. Rasente alle vacche, in uno stretto passaggio, passano le belle automobili, qualcuno ci fa delle fotografie. Sul treno c’è gente che guarda da dietro i vetri, chiusi; altri si sporgono, battono le mani. Gli automobilisti procedono lentamente, guardano che le vacche non urtino le loro macchine. Una donna, molto bella, coi guanti, sporge la testa bionda da un finestrino e chiede «Fanno niente queste mucche?». Fanno latte, penso, ma la donna è molto bella e sorride gentile, allora l’assicuro che proprio non deve aver paura.

(Giovanni Orelli, L’anno della valanga, Edizioni Casagrande, 1991-2017, pag.106; 1a ed. Mondadori 1965.)