Bormio si sta giocando con un bluff il proprio paesaggio?

Lo scorso 11 agosto pubblicavo un articolo intitolato “La piana dell’Alute a Bormio è salva. Forse.” a seguito della notizia circa la sospensione dell’iter burocratico per la realizzazione della “tangenzialina dell’Alute”, la famigerata nuova strada che, nella località dell’Alta Valtellina sede olimpica dei giochi di Milano-Cortina 2026, al fine di collegare più rapidamente gli impianti sciistici alla viabilità ordinaria distruggerebbe l’omonima piana, unica area agricola rimasta nella conca bormina, degradandone il paesaggio e rendendo possibili (se non pressoché certe) future cementificazioni immobiliari – probabilmente il vero motivo alla base d’una tale strada altrimenti pressoché inutile.

Scrivevo forse, già, e nell’articolo rimarcavo che «Sembrerebbe una buona notizia, senza dubbio, ma siamo in Italia e avendo a che fare con le istituzioni nostrane i verbi al condizionale sono d’obbligo: infatti ho scritto che “per il momento” l’iter è sospeso. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori pubblici sul tema, contraddistinte dalla solita inquietante fumosità, i dubbi sulla reale presa di coscienza civica riguardo la pericolosità dell’opera (che già ha fatto guadagnare a Bormio la “Bandiera Nera” di Legambiente) non si dipanano affatto. Anzi.»

Difatti, ecco qui:

D’altro canto non serve essere dei Nostradamus per prevedere che certi politici contemporanei basino la loro attività amministrativa locale su false promesse, pressapochismo, voltagabbanismo, incompetenza politica, scarsa onestà intellettuale nonché, se interrogati per chiedere conto di tali loro comportamenti, sul rifiuto del dibattito democratico. Ancor più ciò accade quando di mezzo vi siano tanti soldi da spendere e grazie ai quali farsi belli di fronte alla stampa – che in vista delle prossime Olimpiadi invernali sarà non solo locale o nazionale ma internazionale.

Peccato che quei soldi da spendere siano denaro pubblico, dunque di noi tutti; peccato che la strada dell’Alute la si voglia realizzare in «aree dalla pericolosità alluvionale classificata come “scenario frequente” del Frodolfo (come accaduto nell’agosto 2023, n.d.L.) o in dissesto idraulico e idrogeologico. La rotonda d’ingresso alla strada ricadrà addirittura all’interno della fascia di rispetto del Frodolfo di 10 metri, e parte del territorio in cui insisterà la tangenziale è classificato come “area prioritaria per la biodiversità” nonché “insieme paesistico di eccezionale importanza”» (per avere maggiori dettagli al riguardo potete leggere l’articolo di “Altreconomia” cliccando sull’immagine lì sopra); peccato quindi che quei soldi saranno l’ennesimo spreco di risorse pubbliche per un’opera non solo inutile ma pure mal progettata oltre che degradante il territorio e foriera di ulteriori spese pubbliche per i danni che inevitabilmente potrebbe subire.

Peccato che i destini delle nostre montagne, dei loro territori meravigliosi tanto quanto delicati, dei paesaggi preziosi e inestimabili e delle comunità che li abitano e li vivono quotidianamente siano nelle mani di amministratori locali così palesemente disinteressati ad agire con buon senso e con autentica sensibilità verso quelle (loro) montagne. Il Comune di Bormio si sta giocando a poker sul tavolo olimpico il proprio territorio e vuole bluffare: ma se perde lui, in concreto perderà tutto il territorio e la sua gente, nessuno escluso, con conseguenze la cui gravità è difficile prevedere.

[Come si evince dalla mappa nell’immagine sopra, la strada dell’Alute passerebbe proprio dove il torrente Frodolfo è esondato la scorsa estate. Immagine tratta dall’articolo di “Altreconomia” citato nel post.]
Il Comitato “Bormini per l’Alute”, che con numerose iniziative sta promuovendo la salvaguardia della piana, ha già annunciato che ricorrerà legalmente contro le decisioni dei Comune. Una decisione doverosa, ovviamente. Tuttavia, come rimarcavo qualche giorno fa in questo altro post, è desolante e irritante constatare che in Italia, stato di diritto e costituzionalmente democratico (quella Costituzione che all’articolo 9 «Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni», è bene rimarcarlo), per dirimere questioni per le quali basterebbe il più ordinario buon senso bisogna ricorrere alle vie legali e affidarsi al sostegno di un buon avvocato.

È una questione non tanto e non solo politica o giuridica ma soprattutto culturale. Di manifestazione d’una autentica cultura della montagna, di valide e consapevoli competenze, di attenzione, cura, sensibilità, visione verso i territori montani e le loro comunità. Tutte cose indispensabili che tuttavia troppo spesso la politica non è proprio in grado di manifestare, con le tristi conseguenze che puntualmente ci si trova a dover constatare.

Pista di bob di Cortina, per qualcuno non c’è limite al peggio

Per passare dalla tragedia alla farsa il passo può essere breve un po’ ovunque, ma come in Italia si riesca a passare con altrettanta rapidità dalla farsa alla pagliacciata bella e buona, con figuraccia planetaria annessa, è qualcosa di effettivamente raro se non unico:

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo de “Il Dolomiti”. Invece qui “Il Post” ricostruisce la grottesca vicenda della pista di bob olimpica di Cortina, che qualsiasi persona dotata di ordinario buon senso riterrebbe chiusa e da dimenticare velocemente e invece continua in modi sempre più sconcertanti. Modi per i quali i cittadini italiani potrebbero pagare ben 120 milioni di Euro, è bene ricordarlo.

P.S.: i numerosi articoli che ho dedicato alla pista di bob cortinese li trovate qui.

“Ombre sulla neve” e “Inverno liquido”, domani sera in (Libreria) Alaska

Domani, martedì 28 novembre, dalle ore 19 presso la Libreria Alaska di Milano, avrò l’onore e il piacere di moderare – insieme all’Associazione APE Milano – l’incontro tra Maurizio Dematteis, direttore dell’Associazione Dislivelli, e Luigi Casanova, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, che presenteranno i rispettivi libri Inverno liquido: la crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa (DeriveApprodi) e Ombre sulla neve. Il “libro bianco” delle olimpiadi invernali (Altreconomia).

Due libri pubblicati ormai un anno fa ma il cui valore – narrativo, testimoniale, documentale, didattico – continua a rimanere costante nel tempo se non a crescere sempre più: martedì faranno da prezioso e efficace stimolo per discutere con i loro autori e con APE Milano di alcuni dei temi più emblematici che caratterizzano la realtà contemporanea delle montagne italiane, soprattutto di quelle sottoposte all’industria turistica, nonché della relazione tra città e montagna in ottica presente e ancor più futura nel contesto sociale, economico, culturale, climatico e ambientale che stiamo vivendo e per molti versi subendo, in maniera crescente col passare delle stagioni.

Lo faremo a Milano, città storicamente legata alle montagne che disegnano il suo orizzonte alpino, prossima sede olimpica invernale e proprio in questa veste un luogo urbano che compendia – nel bene e nel male – molti degli aspetti propri delle tematiche sulle quali discuteremo insieme. Aspetti sovente troppo sottovalutati eppure fondamentali per il futuro della parte di mondo nella quale viviamo, che lo si viva da montanari o da cittadini.

Sarà un incontro oltre modo interessante, affascinante, illuminante: da non perdere, senza alcun dubbio. Per saperne di più al riguardo, cliccate sull’immagine in testa al post.

Dunque ci vediamo “in” Alaska domani sera! Non mancate!

Milano-Cortina 2026: Olimpiade virtuosa (nonostante tutto) o figuraccia epocale?


Tra molte altre cose, di sicuro le vicende legate all’organizzazione delle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 stanno (ri)mettendo in evidenza lo stato di fatto desolante della politica contemporanea, l’imperizia dei suoi rappresentanti, il dramma di affidare territori pregiati e delicati come quelli montani a decisori amministrativi che non solo non hanno le competenze per gestirli al meglio ma non hanno nemmeno sensibilità, cura e visione strategica e culturale verso di essi e le comunità che li abitano.

[Da “Il Foglio”, cliccateci sopra per leggere l’articolo.]
La tragicommedia in corso tra Lombardia e Veneto, che dopo la cancellazione della pista di bob a Cortina stanno litigando per spartirsi in maniera differente da quanto inizialmente stabilito la torta olimpica – le cui fette non solo soltanto fatte di prestigio e orgoglio, tutt’altro! – è tanto grottesca quanto squallida, ancor più se si torna a quelle immagini di esultanza smodata del momento in cui il CIO assegnò a Milano e Cortina i Giochi invernali del 2026: una (apparente) unione di intenti e di interessi che nel giro di qualche anno si è sgretolata nel caos organizzativo che sta caratterizzando la macchina olimpica lombardo-veneta. Un caos, è bene rimarcarlo, che risulta lo specchio fedele di una palese inettitudine politica, amministrativa, decisionale, accresciuta da abbondanti dosi di ipocrisia e arroganza nonché da un’idea di fondo che fa (pervicacemente) delle montagne dei meri beni da consumare fin che ce n’è pur di conseguire i propri tornaconti, nonostante il diffuso parere contrastante di gran parte della società civile e la cospicua documentazione elaborata intorno alle tante pecche che l’organizzazione dei giochi sta evidenziando, ovviamente ignorata quando non diffamata dai suddetti politici – qui un esempio dei migliori al riguardo.

Che fare dunque dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, a questo punto? Be’, al fine di evitare che la figuraccia planetaria diventi ancora più imponente e tragicomica, e posto che a solo poco più di due anni dall’inizio dei Giochi è ormai impossibile mandare a monte tutto quanto (anche se temo sarebbe l’unico modo per evitare totalmente ulteriori disastri), credo non si possa far altro che rifocalizzarsi e concentrarsi sulla sostenibilità economica, sociale e ambientale delle opere, eliminando definitivamente quelle che all’evento olimpico risultano sostanzialmente accessorie e mettendo da parte qualsiasi stupido orgoglio politico e ideologico per riequilibrare i Giochi al loro contesto più logico: lo sport e la montagna. Ciò significa che ogni intervento dovrà essere basato su buon senso, visione politica, utilità concreta, funzionalità, rigore finanziario, armonia con il territorio, retaggio a favore delle comunità ben più che dei turisti, diventando un valore aggiunto sul lungo termine per i luoghi interessati e non un’ennesima forma di consumo a perdere dei territori e dei paesaggi.

Eventi di tale portata d’altro canto impongono non solo sostenibilità economiche e ambientali ma, a monte, sostenibilità culturali, cioè la capacità di manifestare e mettere in campo una competenza innanzi tutto culturale nei confronti dei territori con la quale attuare quelle altre sostenibilità ovvero eventi, opere e iniziative che rappresentino veramente uno sviluppo dei quei territori e delle loro comunità, che ne sappiano realmente arricchire lo spazio, il tempo, il paesaggio, che siano elementi importanti nella costruzioni del miglior futuro possibile. In fin dei conti non devono essere i giochi a essere sostenibili ma devono esserlo i territori prima, durante e dopo l’evento, e parimenti deve essere “sostenibile” – cioè, logica, ammissibile, propugnabile – sotto ogni aspetto la vita quotidiana in essi.

Se non si è in grado di capire ciò, si intenderà solo che le Olimpiadi possono essere l’ennesimo strumento di conquista, di consumo, di tornaconti elettorali e non solo e di inesorabile successivo degrado dei territori. Come insegna l’Olimpiade di Torino 2006 e come sta dimostrando la cronaca fino a oggi per Milano-Cortina 2026: il rischio è forte, se non cambiano le cose.

Pista di bob di Cortina, ha vinto il buon senso (forse)

Dunque, la nuova pista olimpica di bob di Cortina non si farà. O, per meglio dire, non si può fare, come da lungo tempo innumerevoli persone – da quelle più titolate nell’occuparsi di cose di montagna ai cittadini comuni – stavano dicendo e non per chissà quali doti di preveggenza ma per puro e semplice buon senso, d’altro canto ben poggiato su evidenze chiare e inconfutabili.

Meno male che l’hanno capita! – verrebbe di primo acchito da esclamare. Decine di milioni di soldi pubblici risparmiati, i luoghi interessati dall’intervento salvati dall’inesorabile cementificazione e dal degrado dovuto al probabile abbandono dell’opera nel giro di qualche anno (Cesana Torinese docet) così come è salva l’immagine di Cortina, altrimenti sottoposta a un inaccettabile scempio ambientale tanto quanto a una brutta figura su scala planetaria.

Ma l’hanno capita veramente? – viene tuttavia poco dopo da chiedersi. Già, perché a leggere le cronache che danno la notizia e le parole dei vertici sportivi responsabili, pare che la loro decisione non sia tanto il frutto di quel buon senso auspicato da tutti ma di una necessità alla quale non si sa più come sfuggire, di una “coercizione” che essi ritengono di stare subendo per chissà quale allineamento di sfortune. Ovvero, che nonostante le proteste e i pareri sfavorevoli sull’opera provenienti da ogni parte e in primis dalla maggioranza della comunità ampezzana, i “mandanti” della pista di bob l’avrebbero certamente costruita, in presenza di condizioni politiche e cronologiche consone, così spendendo quella cifra spropositata di soldi pubblici e fregandosene bellamente sia dell’impatto ambientale che di quello socioeconomico, soprattutto in ottica post olimpica. Il che, a mio modo di vedere, non cambia di nulla le considerazioni elaborate riguardo la qualità, ovvero la nocività, della gestione politico-amministrativa dei territori di montagna, ancor più quando sottoposti a eventi del genere – correlati per molti aspetti al tema della gestione della pressione turistica in quegli ambiti, ad esempio.

Ai sostenitori della pista di bob, e ai loro sodali, tocca gioco forza di scendere dal piedistallo dal quale fino a ieri proclamavano sicumere e saccenterie d’ogni sorta non risparmiando livori vari e assortiti verso chi osava pensarla diversamente («Diversi soggetti senza competenze esprimono pareri bizzarri» sosteneva solo un mese fa il Presidente del CONI, mentre quello della Regione Veneto non perdeva occasione di dichiarare che la pista di bob rappresentasse un «orgoglio veneto» sottintendendo di conseguenza che chi non la pensava così stesse offendendo la regione e i suoi abitanti) ma il timore è che lo abbiano fatto solo per cercarne un altro di piedistallo sul quale issarsi e ricominciare daccapo la loro sceneggiata, sul palcoscenico olimpico oppure sui tanti altri che, ahinoi, la turistificazione consumistica delle montagne offre.

Tiriamo dunque un bel sospirone di sollievo per Cortina e per la meravigliosa conca ampezzana ma, inevitabilmente, manteniamo occhi, mente e cuore aperti nonché l’animo sensibile alla salvaguardia delle nostre montagne e a tutte quelle circostanze che possono metterla a rischio, cioè quei casi in cui il più sano, naturale e civico buon senso venga messo da parte, quando non bellamente calpestato, per inseguire meri e biechi tornaconti economici, politici, elettorali, d’immagine e di potere travestiti da “rilancio/valorizzazione del territorio”, “opere fondamentali” o “orgogli (più o meno) locali”. Tutte cose che non hanno mai fatto bene alle montagne e alle loro comunità e mai ne faranno.

P.S.: qui trovate tutti gli altri articoli nei quali ho scritto della pista di bob di Cortina.