Milano-Cortina 2026: Olimpiade virtuosa (nonostante tutto) o figuraccia epocale?


Tra molte altre cose, di sicuro le vicende legate all’organizzazione delle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 stanno (ri)mettendo in evidenza lo stato di fatto desolante della politica contemporanea, l’imperizia dei suoi rappresentanti, il dramma di affidare territori pregiati e delicati come quelli montani a decisori amministrativi che non solo non hanno le competenze per gestirli al meglio ma non hanno nemmeno sensibilità, cura e visione strategica e culturale verso di essi e le comunità che li abitano.

[Da “Il Foglio”, cliccateci sopra per leggere l’articolo.]
La tragicommedia in corso tra Lombardia e Veneto, che dopo la cancellazione della pista di bob a Cortina stanno litigando per spartirsi in maniera differente da quanto inizialmente stabilito la torta olimpica – le cui fette non solo soltanto fatte di prestigio e orgoglio, tutt’altro! – è tanto grottesca quanto squallida, ancor più se si torna a quelle immagini di esultanza smodata del momento in cui il CIO assegnò a Milano e Cortina i Giochi invernali del 2026: una (apparente) unione di intenti e di interessi che nel giro di qualche anno si è sgretolata nel caos organizzativo che sta caratterizzando la macchina olimpica lombardo-veneta. Un caos, è bene rimarcarlo, che risulta lo specchio fedele di una palese inettitudine politica, amministrativa, decisionale, accresciuta da abbondanti dosi di ipocrisia e arroganza nonché da un’idea di fondo che fa (pervicacemente) delle montagne dei meri beni da consumare fin che ce n’è pur di conseguire i propri tornaconti, nonostante il diffuso parere contrastante di gran parte della società civile e la cospicua documentazione elaborata intorno alle tante pecche che l’organizzazione dei giochi sta evidenziando, ovviamente ignorata quando non diffamata dai suddetti politici – qui un esempio dei migliori al riguardo.

Che fare dunque dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, a questo punto? Be’, al fine di evitare che la figuraccia planetaria diventi ancora più imponente e tragicomica, e posto che a solo poco più di due anni dall’inizio dei Giochi è ormai impossibile mandare a monte tutto quanto (anche se temo sarebbe l’unico modo per evitare totalmente ulteriori disastri), credo non si possa far altro che rifocalizzarsi e concentrarsi sulla sostenibilità economica, sociale e ambientale delle opere, eliminando definitivamente quelle che all’evento olimpico risultano sostanzialmente accessorie e mettendo da parte qualsiasi stupido orgoglio politico e ideologico per riequilibrare i Giochi al loro contesto più logico: lo sport e la montagna. Ciò significa che ogni intervento dovrà essere basato su buon senso, visione politica, utilità concreta, funzionalità, rigore finanziario, armonia con il territorio, retaggio a favore delle comunità ben più che dei turisti, diventando un valore aggiunto sul lungo termine per i luoghi interessati e non un’ennesima forma di consumo a perdere dei territori e dei paesaggi.

Eventi di tale portata d’altro canto impongono non solo sostenibilità economiche e ambientali ma, a monte, sostenibilità culturali, cioè la capacità di manifestare e mettere in campo una competenza innanzi tutto culturale nei confronti dei territori con la quale attuare quelle altre sostenibilità ovvero eventi, opere e iniziative che rappresentino veramente uno sviluppo dei quei territori e delle loro comunità, che ne sappiano realmente arricchire lo spazio, il tempo, il paesaggio, che siano elementi importanti nella costruzioni del miglior futuro possibile. In fin dei conti non devono essere i giochi a essere sostenibili ma devono esserlo i territori prima, durante e dopo l’evento, e parimenti deve essere “sostenibile” – cioè, logica, ammissibile, propugnabile – sotto ogni aspetto la vita quotidiana in essi.

Se non si è in grado di capire ciò, si intenderà solo che le Olimpiadi possono essere l’ennesimo strumento di conquista, di consumo, di tornaconti elettorali e non solo e di inesorabile successivo degrado dei territori. Come insegna l’Olimpiade di Torino 2006 e come sta dimostrando la cronaca fino a oggi per Milano-Cortina 2026: il rischio è forte, se non cambiano le cose.

Pista di bob di Cortina, ha vinto il buon senso (forse)

Dunque, la nuova pista olimpica di bob di Cortina non si farà. O, per meglio dire, non si può fare, come da lungo tempo innumerevoli persone – da quelle più titolate nell’occuparsi di cose di montagna ai cittadini comuni – stavano dicendo e non per chissà quali doti di preveggenza ma per puro e semplice buon senso, d’altro canto ben poggiato su evidenze chiare e inconfutabili.

Meno male che l’hanno capita! – verrebbe di primo acchito da esclamare. Decine di milioni di soldi pubblici risparmiati, i luoghi interessati dall’intervento salvati dall’inesorabile cementificazione e dal degrado dovuto al probabile abbandono dell’opera nel giro di qualche anno (Cesana Torinese docet) così come è salva l’immagine di Cortina, altrimenti sottoposta a un inaccettabile scempio ambientale tanto quanto a una brutta figura su scala planetaria.

Ma l’hanno capita veramente? – viene tuttavia poco dopo da chiedersi. Già, perché a leggere le cronache che danno la notizia e le parole dei vertici sportivi responsabili, pare che la loro decisione non sia tanto il frutto di quel buon senso auspicato da tutti ma di una necessità alla quale non si sa più come sfuggire, di una “coercizione” che essi ritengono di stare subendo per chissà quale allineamento di sfortune. Ovvero, che nonostante le proteste e i pareri sfavorevoli sull’opera provenienti da ogni parte e in primis dalla maggioranza della comunità ampezzana, i “mandanti” della pista di bob l’avrebbero certamente costruita, in presenza di condizioni politiche e cronologiche consone, così spendendo quella cifra spropositata di soldi pubblici e fregandosene bellamente sia dell’impatto ambientale che di quello socioeconomico, soprattutto in ottica post olimpica. Il che, a mio modo di vedere, non cambia di nulla le considerazioni elaborate riguardo la qualità, ovvero la nocività, della gestione politico-amministrativa dei territori di montagna, ancor più quando sottoposti a eventi del genere – correlati per molti aspetti al tema della gestione della pressione turistica in quegli ambiti, ad esempio.

Ai sostenitori della pista di bob, e ai loro sodali, tocca gioco forza di scendere dal piedistallo dal quale fino a ieri proclamavano sicumere e saccenterie d’ogni sorta non risparmiando livori vari e assortiti verso chi osava pensarla diversamente («Diversi soggetti senza competenze esprimono pareri bizzarri» sosteneva solo un mese fa il Presidente del CONI, mentre quello della Regione Veneto non perdeva occasione di dichiarare che la pista di bob rappresentasse un «orgoglio veneto» sottintendendo di conseguenza che chi non la pensava così stesse offendendo la regione e i suoi abitanti) ma il timore è che lo abbiano fatto solo per cercarne un altro di piedistallo sul quale issarsi e ricominciare daccapo la loro sceneggiata, sul palcoscenico olimpico oppure sui tanti altri che, ahinoi, la turistificazione consumistica delle montagne offre.

Tiriamo dunque un bel sospirone di sollievo per Cortina e per la meravigliosa conca ampezzana ma, inevitabilmente, manteniamo occhi, mente e cuore aperti nonché l’animo sensibile alla salvaguardia delle nostre montagne e a tutte quelle circostanze che possono metterla a rischio, cioè quei casi in cui il più sano, naturale e civico buon senso venga messo da parte, quando non bellamente calpestato, per inseguire meri e biechi tornaconti economici, politici, elettorali, d’immagine e di potere travestiti da “rilancio/valorizzazione del territorio”, “opere fondamentali” o “orgogli (più o meno) locali”. Tutte cose che non hanno mai fatto bene alle montagne e alle loro comunità e mai ne faranno.

P.S.: qui trovate tutti gli altri articoli nei quali ho scritto della pista di bob di Cortina.

Gli albergatori di Cortina e il “fiore all’occhiello” della pista di bob

[P.S. – Pre Scriptum: il seguente articolo è stato pubblicato su “Il Dolomiti” sabato 30 settembre 2023.]

Qualche giorno fa su alcuni organi di informazione locali sono state pubblicate le dichiarazioni del presidente dell’Associazione Albergatori di Cortina d’Ampezzo in difesa della progettata nuova pista olimpica di bob, probabilmente l’opera più paradigmatica, in senso critico, tra quelle previste per i prossimi giochi olimpici di Milano-Cortina 2026, contestatissima da chiunque. O quasi, appunto, anche se…

Certamente è comprensibile che gli albergatori di Cortina si muovano a sostegno della promozione del proprio territorio e dell’immagine conseguente dacché ciò difende il loro business ed è lecito, è il loro lavoro – al netto di ogni altra considerazione imprenditoriale al riguardo che qui e ora non c’entra. È molto meno comprensibile che lo facciano sostenendo la realizzazione della pista di bob – oppure, forse, è comprensibile ma nel modo che gli albergatori stessi non vorrebbero palesare finendo invece per farlo in modo ancora più evidente.

Ma analizziamo nel dettaglio le dichiarazioni del presidente degli albergatori, che riporto nei passaggi più interessanti per come li ho letti sugli organi di informazione suddetti:

«Il Bob avrebbe dovuto senza ombra di dubbio rappresentare il fiore all’occhiello [delle Olimpiadi].» Il bob “fiore all’occhiello” dei giochi olimpici invernali? Con tutto il rispetto per i suoi praticanti e per lo stesso sport, assolutamente affascinante, quanti pensano che il bob sia così fondamentale per le olimpiadi invernali al punto da rappresentarne una delle massime espressioni, un «fiore all’occhiello» appunto?

«A che pro contestarlo adesso? I ripensamenti tardivi non portano mai a niente di buono.» In verità le contestazioni per la nuova pista di bob sono partite non «adesso» ma anni fa, appena dopo che si è diffusa la notizia della sua progettazione che fin da subito è sembrata sproporzionata, troppo costosa (già ai tempi, quando la cifra prevista era meno della metà di quella attuale!) e impattante. E sono state contestazioni da subito ampie e diffuse: chissà dov’è stato fino a oggi il presidente degli albergatori per non averle mai sentite prima!

«Perché passa il messaggio neanche troppo implicito che non siamo in grado di onorare i nostri impegni.» In verità i termini della questione sono esattamente opposti: è l’impegno a essere totalmente sproporzionato e illogico da non poter essere onorato. Ovvero, per dirla in altro modo, sarebbe veramente onorevole se finalmente ci si rendesse conto che la nuova pista di bob è un’opera assurda e si considerassero le opzioni alternative prospettate, anche solo per come permettano di risparmiare decine e decine di milioni di soldi pubblici senza per questo inficiare minimamente il valore e lo spirito della competizione olimpica.

«Confidiamo […] che Cortina possa avere la sua pista da Bob nel pieno rispetto delle tempistiche indicate.» Tempistiche già esaurite, come ampiamente riferito dai media, se non (forse) lavorando in fretta e furia cioè in modi discutibili e spendendo chissà quanti altri soldi pubblici per far fronte all’emergenza.

«Ogni infrastruttura nuova o riqualificata in vista dell’appuntamento iridato costituirà un lascito a lungo termine per la nostra comunità e per i tanti amanti degli sport invernali che ogni anno vengono a visitare le nostre montagne per apprezzarne le bellezze e praticare le loro discipline preferite contribuendo a generare indotti significativi.» Oh, ma certo, una pista di bob rappresenta «un lascito a lungo termine per la nostra comunità» (notoriamente in montagna le comunità hanno bisogno di piste di bob, non di infrastrutture e servizi sistemici che ne agevolano la quotidianità) e genererà «indotti significativi» portando di sicuro migliaia e migliaia di bobbisti a riempire ogni posto letto disponibile nella conca ampezzana (notoriamente gli abitanti delle località che hanno piste di bob sono invariabilmente tutti milionari)! Come no!

«Non possiamo pensare di identificarci come località di eccellenza se mancano gli impianti o sono fatiscenti». Tanto meno se ci sono impianti impattanti, inutili e eccessivamente dispendiosi, a meno di voler eccellere sì ma nel dimostrare come si degrada un territorio di montagna e si impoverisce la sua comunità! L’eccellenza in montagna, oggi, non è invece il saper rispondere ai bisogni dei residenti e lo sviluppare i servizi ecosistemici necessari alla comunità, parimenti al soddisfacimento (sostenibile, consono al luogo e in equilibrio con i suoi abitanti) delle richieste dei turisti?

«Una gara strategica in un’Olimpiade che porta il nostro nome.» Strategicissima proprio, vedi sopra. E povero il nome di Cortina, quanta ignominia si attirerà addosso se realmente verranno buttati più di 120 milioni di Euro in un’opera del genere!

Ecco. Alla fine della fiera, a me pare che dichiarazioni di questo tipo siano comprensibilmente un palese tentativo comandato, forse imposto da terzi a un soggetto locale di peso come l’associazione albergatori (lo sapete, a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina), di difendere qualcosa che sotto ogni punto di vista risulta indifendibile. Un tentativo oltre modo maldestro – come sempre, in tali circostanze – e, come detto, incomprensibile se non nell’interpretazione appena esposta. Che tuttavia non fa certo onore a chi volente o nolente s’è preso la briga di esternarlo – e sinceramente spiace per ciò. «Se invece fosse vero che gli albergatori di Cortina la vogliono, la nuova pista di bob?» potrebbe chiedere qualcuno. Be’, nel caso, e rispettando qualsiasi opinione e posizione, sarebbe un problema di sensibilità civica e qualità imprenditoriale, anche per come, ripeto, ci siano di mezzo 124 milioni di Euro di soldi pubblici. Centoventiquattromilioni. Non per un ospedale, una scuola, un centro culturale, una riqualificazione urbanistica… per una pista di bob. Ci vuole un bel coraggio a sostenere una spesa così ingente per un siffatto «fiore all’occhiello», probabilmente il più costoso (e inutile) della storia!

Il tutto, ribadisco, senza che sia lo sport del bob a dover subire conseguenzeil quale è anzi a sua volta una vittima dell’insensatezza olimpica prevista a Cortina. Auguro ai praticanti italiani di avere a disposizione quante più piste belle e efficienti per gareggiare nel loro sport ma realizzate con il buon senso, la razionalità, la sensibilità ecologica e economica e la lungimiranza che al momento i sostenitori della nuova pista cortinese dimostrano drammaticamente e inquietantemente di non avere affatto.

Croci sui monti? No, sull’intelligenza e il buon senso

[La sconcertante croce sulla vetta del Pizzo Formico, nelle Prealpi Bergamasche, alta ben 19 metri(!)]
Il recente “dibattito” sulla questione delle croci sulle vette dei monti – che in verità è un non dibattito, visto che in esso si discute del nulla – dimostra nuovamente (come se ce ne fosse bisogno!) che razza di paese rozzo sia l’Italia su molte, troppe cose. Il libro Croci di vetta in Appennino di Ines Millesimi, che ha scatenato la caciara – suo malgrado, dato che è uscito a dicembre 2022, non ora, ed è un volume di raro equilibrio e sensibilità sul tema (qui ne scrive Luigi Casanova) – non dice niente di ciò del quale lo accusano certi personaggi pubblici che è bene nemmeno nominare per non sentirsi lerci di sostanze nauseabonde, parimenti come nulla di nuovo ha detto il CAI, la cui posizione al riguardo è la stessa da lustri. Ma, appunto, chi ha fatto e fa del nulla la propria cifra personale e poi lo riempie delle suddette sostanze, non perde mai occasione di palesarlo. Per fortuna, sotto certi aspetti.

Siccome sull’argomento ho scritto molto in passato (da qui in giù), esprimendo una posizione da sempre ben determinata e ferma, aggiungo solo le parole di chi, in tema di croci sui monti, ha messo in guardia dai «tentativi di ostentazione di una religiosità urlata, imposta, gridata. Essa non aiuta certamente a riflettere, a meditare, a contemplare la natura del creato con animo religioso». Chi è stato? Qualche mangiapreti, anticlericale, nemico dei “valori cristiani” e dell’identità nazionale? No, sono parole della Commissione Pastorale dell’Arcidiocesi di Trento.

Ecco: ancor prima che di croci sui monti bisognerebbe finalmente discutere di certe figure che sull’intelligenza e sul buon senso ci hanno messo da tempo una croce sopra. Amen.

Libertà (da certi dittatori)

Il leader turco Erdoğan non è un “dittatore utile”, come ha sostenuto qualche giorno fa il Presidente del Consiglio italiano Draghi; Erdoğan è un dittatore bieco, punto. E in quanto tale non può essere “utile” se non rappresentando un’ottima motivazione per avversarlo fermamente.

Anche perché da sempre il potere dei dittatori si fonda primariamente su illegittimità e falsità, a volte così palesi da non poter essere sostenute e imposte a lungo: a tale proposito è una bella notizia – dacché avversa alle mire di potere e di sopraffazione della libertà del suddetto dittatore – quella che riferisce della scarcerazione di Ahmet Altan, scrittore e giornalista turco (ritratto nella foto lì sopra) al quale la giustizia turca piegata alla dittatura aveva comminato l’ergastolo, attraverso un processo-farsa, per una serie di accuse del tutto false se non palesemente assurde ma, soprattutto, per essere una voce lucida e critica verso il governo di Erdoğan.

Qui e qui trovate i libri di Altan pubblicati anche in italiano, tra i quali il più recente è Non rivedrò più il mondo, uno scioccante diario della prigionia ma anche, come si legge nella presentazione del volume, «un inno all’immaginazione e al suo potere di evadere dalle quattro mura che la costringono riconquistando aria e spazio. È un ragionamento di straordinaria lucidità sui concetti universali di vita, morte, tempo, destino. È un elogio della scrittura come forma irrinunciabile di dignità dell’individuo.»

Come non ci si può che rallegrare della ritrovata libertà di Ahmet Altan, sperando che non venga di nuovo cancellata ingiustamente, auguriamoci che presto il mondo si possa liberare anche del potere e delle sopraffazioni di siffatti sinistri dittatori. Molto semplicemente, per poter considerare il mondo stesso un posto tutto sommato gradevole e un po’ più giusto dove vivere, ecco.