A Sesto San Giovanni, e agli altri

P.S. – Pre Scriptum: sì, l’avrete capito che la sostanza delle recenti vicende che hanno coinvolto la signora Liliana Segre mi stanno molto a cuore. Perché, posta la mia più piena e inattaccabile indipendenza politica, trovo a dir poco sconcertante – e a dir tanto intollerabile – che ancora oggi, nel 2019, e nonostante tutta la storia recente, si debba avere a che fare con intolleranze di tal genere, in forme di antisemitismo o di qualsiasi altra prevaricazione, e che su di esse si faccia propaganda politico-partitica. È una roba barbarica, da “civiltà” e società prossima alla morte culturale e civica. Inaccettabile in nessun modo e da contrastare in tutti i modi, ecco.

«A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio.» Lo conoscete certamente questo noto aforisma attribuito a Oscar Wilde, che a ben vedere si potrebbe declinare anche così: a volte è meglio non fare nulla e sembrare inetti che fare qualcosa e togliere ogni dubbio. Ad esempio, si può utilizzare questa variante con le varie amministrazioni comunali che rifiutano la cittadinanza onoraria ad un personaggio di assoluta levatura civica e morale come la Senatrice Liliana Segre, con la vicenda umana e storica che porta con sé, le quali poi giustificano il diniego con cose del tipo (cito quelle proferite dal sindaco di Sesto San Giovanni, altra città che ha negato l’onorificenza civica alla signora Segre) «non ha a che fare con la storia della nostra città» – come se l’antisemitismo e le deportazioni nazifasciste degli ebrei fossero cose avulse dall’intero contesto storico nazionale italiano, elemento basilare dell’identità del paese, così per giunta sminuendone la gravità – o che la proposta di cittadinanza onoraria sarebbe «una strumentalizzazione politica» dettata da «motivi politico-emozionali», sostenendo in tal modo che la storia suddetta sia un mero afflato emozionale facente parte come tante altre cose (ben più becere, di solito) del più basso dibattito politico-ideologico – e peraltro senza nemmeno rendersi conto che proprio una risposta del genere, addotta pubblicamente a motivazione, strumentalizza e ideologicizza la questione in maniera lampante e in modo del tutto autolesionistico.

A volte è meglio non fare e dire nulla e sembrare inetti che fare qualcosa e togliere ogni dubbio, appunto. Al di là della palese e sconcertante mancanza di cultura civica nonché di (mi si consenta l’espressione) “menefreghismo storico” che i comportamenti dei comuni e dei loro amministratori pubblici manifestano, è altrettanto sconcertante l’incapacità di essi di comprendere il senso delle loro azioni e gli effetti politici e culturali, così come la pochezza delle basi argomentative portate a sostegno degli atti compiuti, così misere e miseramente (non)ideologiche da ribaltare il senso stesso finale della questione. Ovvero: non è il comune che non concede la cittadinanza onoraria alla signora Segre, è una figura così nobile come la signora Segre che non merita di essere cittadina di un comune di così bassi valori civici.

E, posto l’aforisma di cui sopra, credo che non sussista alcun dubbio riguardo ciò – purtroppo per il buon nome, per la storia, per la dignità urbana e per i valori delle città in questione e di chi le abita.

(L’immagine è tratta dal sito milano.repubblica.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.)

Le notizie più “importanti”, e più inutili

Ma non sarebbe finalmente il caso di pubblicare un quotidiano sul quale non ci siano notizie relative alla “politica” e al relativo teatrino dei partiti e dei politici, se non quelle assolutamente fondamentali (e non sono più di quattro o cinque all’anno)? Non ci vorrebbe una buona volta il coraggio di ammettere che le suddette notizie che così tanto infarciscono gli organi di informazione italiani non sono altro che marchette da elargire a questo o quell’altro riferimento partitico, le quali all’opinione pubblica e al suo livello di cognizione civica non provocano altro che danni? Non dovrebbe essere la missione naturale e imprescindibile della stampa quella di comunicare al pubblico l’essenza dei veri fatti piuttosto della vuotezza di così tante parole, di informare e non di annunciare, di agevolare a chiunque la comprensione della realtà invece di appoggiare chi la vuole mistificare per propri esclusivi fini? O, più semplicemente, di comunicare notizie utili e importanti, non cronache arroganti e sterili?

Si dice tanto, e spesso, di come la “politica” abbia ormai raggiunti livelli infimi, eppoi quotidianamente le prime pagine ovvero le homepage di tutti i giornali o i sommari dei notiziari radiotelevisivi – senza contare gli innumerevoli talk show – traboccano di citazioni, dichiarazioni, asserzioni, provocazioni, blaterii, slogan, sparate, smargiassate, stupidaggini dei politici del momento. Ma, sinceramente, tale informazione politica cosa porta di buono e utile al paese, alla sua opinione pubblica, alla conoscenza della realtà dei fatti, alla consapevolezza civica delle persone? Veramente è il caso di consumare tonnellate di carta e inchiostro, o di energia elettrica e mano d’opera tecnologica ovvero di quant’altro di assimilabile, per comunicare “notizie” che non comunicano nulla e non fanno altro che peggiorare continuamente i suddetti livelli politici, quelli del pubblico confronto sociale, la chiarezza e la cognizione della realtà nonché, per inesorabile pandemia e conseguente circolo vizioso, la qualità dell’informazione e dei suoi organi?

Per me no, non è assolutamente il caso. E sono convinto che se la stampa sprecasse meno tempo nelle chiacchiere dei politici e lo impiegasse invece per diffondere notizie, cronache e approfondimenti su temi realmente importanti, il nostro mondo sarebbe molto migliore, meno ipocrita e incattivito, più consapevole e civile, ecco.
E magari la stampa, in tal modo, non sarebbe nemmeno così in crisi come pare sia, già.

L’intolleranza verso gli intolleranti

Anch’io, qui dal blog, che è la mia “casa” sul web ben più di qualsiasi social, nella mia condizione culturale e intellettuale di individuo libero – ovvero libero pure da qualsiasi appartenenza ideologico-politica di sorta – dichiaro di essere indiscutibilmente ed energicamente intollerante verso gli intolleranti.

Ognuno può sostenere qualsivoglia idea, opinione, considerazione, di ogni genere e sorta e anche la più dura, radicale e inflessibile ma nessuno nel fare ciò può e deve ledere i diritti fondamentali delle altre persone e il rispetto civico, sociale e culturale verso di esse – se non quando altre persone minaccino e ledano la reciproca libertà altrui e i relativi diritti. Faccio orgogliosamente mio il celebre paradosso della tolleranza di Karl Popper: “L‘intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa è la condizione necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società aperta”, ovvero l’indispensabile requisito grazie al quale una società può progredire piuttosto di regredire a stati di barbarie via via più gravi e pericolosi, che fin da subito non preservano affatto quella società ma la indeboliscono e la distruggono – alla faccia di chi pensa il contrario.

Per dichiarare ciò non uso, come potete constatare, immagini pubbliche che sono circolate negli ultimi tempi sul tema, e che inesorabilmente sono state strumentalizzate e sono diventato ulteriore motivo di stupide discussioni e contrapposizioni. Perché sono convinto che non sia una questione di ideologia politica o culturale, di provenienza geografica, di identità, di credo religioso né tanto meno di colore di pelle, etnia o razza – elemento inesistente, come dovrebbe sapere ogni società realmente avanzata: è una questione di umanità, e semmai di uomini più o meno intelligenti, più o meno cattivi, più o meno virtuosi o pericolosi, chiunque essi siano e dovunque siano nati, senza alcun altra distinzione. Ciò dunque comporta che qualsiasi individuo voglia invece sostenere ogni altra distinzione, in primis quella razziale (che scientificamente non ha alcun senso, appunto, e dunque ove sostenuta è palese dimostrazione di ignoranza e impotenza), facendone motivo di divisione, di scontro e di violenza sia verbale che fisica, non può essere tollerato e va perseguito penalmente ovvero in ogni altro modo. Punto e stop, discorso chiuso.

A riprova di ciò e visto che ieri, 1° di agosto, era la Festa Nazionale Svizzera che ho celebrato a mio modo nel blog (qui e qui) – voglio portare una bella testimonianza elvetica di intolleranza dell’intolleranza.

Riguarda Pascal Mancini, forte velocista della nazionale svizzera di atletica leggera (ritratto nell’emblematica foto che vedete qui sopra), che più volte sui social ha postato commenti di matrice xenofoba e razzista: in uno dei suoi ultimi post i calciatori della Nazionale francese di calcio, vincitrice dei Mondiali in Russia lo scorso luglio, venivano paragonati alle scimmie. Bene: Swiss Athletics, la federazione elvetica di atletica leggera, ha deciso di usare il pugno duro nei confronti di Mancini e lo ha escluso da qualsiasi gara dei prossimi Campionati Europei di atletica, che si terranno dal 6 al 12 agosto a Berlino.

Intolleranza dell’intolleranza appunto, ovvero intelligenza, senso civico, socialità, ordine. In una parola: civiltà. La Svizzera, ribadisco, nonostante le proprie luci e ombre (che d’altronde ogni luogo sul pianeta ha) è un paese civile. In Italia – ben altro paese, purtroppo – un personaggio del genere diventerebbe facilmente un leader politico oppure un influencer, ospite di infiniti talk show televisivi e osannato da centinaia di migliaia di “fan”. Ma quel paese, quella società, quell’opinione pubblica che lascia libertà d’azione all’intolleranza e agli intolleranti, è destinata a perire rapidamente di quella stessa “arma” letale, ben prima che periscano coloro contro cui viene diretta. Lo insegna la storia dell’umanità, quella “maestra che non ha scolari” soprattutto in certe società imbarbarite dal degrado socioculturale.

Punto e stop, discorso chiuso.

Il Sottosegretario ai Mali Culturali

Ora, tutti a polemizzare contro il neoeletto Sottosegretario ai Beni Culturali perché, nonostante la carica acquisita è da tre anni che non legge un libro – per sua stessa ammissione, vedi qui.

Be’, io invece non ci trovo nulla di sbagliato o di incongruo in ciò – peraltro a dimostrazione del fato che non voglia dare dell’accaduto alcuna lettura politica (ovvero partitica) di parte, anzi, l’esatto opposto (il principio infatti è valido per tutti, come la cronaca insegna). Insomma, voglio dire: una persona che ammette candidamente di non leggere libri, evidentemente non ritenendoli così importanti per la propria formazione culturale e intellettuale*, che altro può andare a fare, in Italia, se non il politico? Eh, mica penserete che per governare al meglio un paese – ovvero una società civile – possa servire la cultura umanistica! Vorrete mica che un politico meriti di fare una brillante carriera parlamentare fino alle massime cariche istituzionali leggendo i libri! Suvvia, dove vivete? Nel 2500 su Saturno?

Ecco.

Benvenuti in ItaGlia, culla mondiale della cultur… no, pardon, mi sbagliavo.

*: e quando chi dichiari ciò sostenga pure di non aver tempo di leggere per svago dacché “legge solo cose di lavoro” in verità aggrava la sua posizione e palesa un atteggiamento snobistico e spocchioso (avete presente quelli che «Non mi rompere, IO lavoro, mica come te che hai tempo da perdere a leggere libri!»), come se la letteratura “di svago” non possa essere, coi grandi capolavori letterari del passato e del presente, formativa anche per la vita professionale oltre che, appunto, per l’intelletto e lo spirito. Per carità!

Ma nasce prima la scempiaggine o il media che la riporta?

microphonesNo, vorrei veramente capire. Un po’ come la questione su che sia nata prima la gallina o l’uovo… Vorrei capire se certi intellettuali (o pseudo-tali), titolati e/o sedicenti esperti, apprezzati opinionisti, personaggi consumati, uomini di mondo – per non parlare dei politici, certo – proferiscono sovente palesi e sconcertanti scempiaggini perché si ritrovano davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano che la richiedono e non sapendo che dire dicono la prima cosa che passa loro per la mente senza prima farla passare da un qualche sistema di controllo cerebrale (anche per non deludere il relativo interlocutore mediatico, che se non gli si dice qualcosa di “forte” potrebbe rimanere scontento, e con lui i suoi editori), oppure se siffatti tizi proferiscono certe scempiaggini perché proprio le pensano, elaborano, meditano e ne sono così convinti e fieri da non perdere occasione di renderle pubbliche ogni qualvolta si ritrovino davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano i quali ne divengono gli amplificatori, certi che i telespettatori, ascoltatori, lettori non ne saranno delusi.
Ecco, visto la notevole frequenza con cui tali casi si manifestano, siano l’uno o l’altra cosa, mi piacerebbe proprio capirlo.