Tagliare la testa al toro (per Dpcm)

[Foto di Couleur da Pixabay.]
In tema di restrizioni da Dpcm legate al periodo di pandemia in corso e di polemiche costanti e galoppanti al riguardo, mi sembra che il nocciolo “politico-morale” della questione non sia la limitazione della “libertà” personale, peraltro contestata più di frequente da chi in altre sue idee si permette di negare le libertà altrui (e poi, libertà come concetto: parliamone e definiamo di che cosa stiamo discutendo, prima di sproloquiare sul termine e sul suo significato!) ma sia invece la disuguaglianza di diritti che le restrizioni provocano: per certi aspetti inevitabile e dunque necessariamente ammissibile ma, per altri aspetti, temo troppo sottovalutata e trattata sbrigativamente ovvero superficialmente, piegata a meri diktat burocratici avulsi dalle consistenze sociali, al punto da apparire quasi incostituzionale oltre che, francamente, piuttosto illogica se non ridicola.

D’altro canto, le disquisizioni sul tema mi sembra che continuino a restare chiuse in “singolarismi” piuttosto netti e indiscutibili: lo fa la politica, normando la questione in modo formalista e pedissequo per mere ragioni di scarico delle responsabilità e di incapacità conscia o meno di agire diversamente (sia che ciò significhi più rigidamente oppure meno, non è questo il punto); e lo fa l’ambito privato, nel quale si pone reiteratamente l’accento sulla “libertà”, appunto, ma come mero diritto egoistico, di difesa del proprio orticello personale, nuovamente in un modo che scarica le implicazioni dei propri comportamenti civici sugli altri.

Credo ci vorrebbe più attenzione e accuratezza politica, da una parte, e più senso civico e di comunità dall’altra. Ribadisco: è ovvio che delle “restrizioni” applicate dall’alto alla sfera pubblica possano provocare situazioni di limitazioni e squilibri, lo segnala il termine stesso, e se devono necessariamente essere messe in atto vanno poi considerate e adempiute; ma se la loro attuazione è basata più su una volontà da “taglio della testa al toro” così ignorando altre possibili soluzioni o quanto meno senza provare a riflettere su eventuali alternative e sulle loro potenziali efficacie, il pericolo è che quelle restrizioni finiscano per soffocare ancor più lo sviluppo di un adeguato e imprescindibile senso civico nella società. Per di più in una società come quella italiana che certamente, in quanto a consapevolezza civica, di strada ne deve fare tantissima: una situazione che giustifica per certi versi quelle restrizioni ma, io credo, non educa la società al riguardo. Col pericolo che in futuro, se dovesse mai capitare una nuova emergenza come quella attuale, ci ritroveremo nella stessa situazione senza aver imparato un bel niente: non è semmai proprio questa, a ben vedere, una delle più tristi e perniciose autolimitazioni della libertà?

 

C’è Speranza nel Covid

Comunque giova ricordare e rimarcare una cosa ragguardevole, dell’Italia rispetto al Covid-19: che è l’unico paese al mondo che sta affrontando il periodo di pandemia, fin dall’inizio e con tutte le emergenze sanitarie conseguenti, facendosi guidare da un ministro della salute che si chiama Speranza.

Speranza”, già.

Il che può portare a “giovarsi” d’altre due rimarchevoli cose: quanto i Romani (ai quali l’Italia deve ancora molto, culturalmente) davano credito alla celebre locuzione Nomen Omen, e quanto ugualmente ne dessero all’altro loro detto, Spes ultima Dea, che è l’odierno (la) speranza è l’ultima a morire.

Ecco.

Be’, la speranza è che questa sia soltanto mera ironia, ovvio.

P.S.: sì, anche l’immagine lì sopra è “ironica”. Cliccateci sopra per capire come mai.

Dire cose ai microfoni

Sapete quando vi capita sotto mano una cosa che avete scritto qualche anno fa, la rileggete e vi pare che l’abbiate scritta oggi, ovvero sembra adattissima a qualcosa che oggi sta accadendo e si sta palesando? Ecco. Ma sappiate che, salvo rari casi, non siete tanto bravi voi – io no, almeno – quanto è nella realtà che c’è qualcosa che s’è inceppato o che va storto.
Ad esempio, l’articolo qui sotto lo scrissi più di quattro anni fa e, riguardo il tanto (troppo) blaterare che molti praticano da quando è iniziata l’emergenza coronavirus (clic), mi pare del tutto consono. Già.

microphonesNo, be’, vorrei veramente capire.
Un po’ come la questione su che sia nata prima la gallina o l’uovo, sapete…
Ecco, vorrei capire se certi intellettuali (o pseudo-tali), titolati e/o sedicenti esperti, apprezzati opinionisti, personaggi consumati, uomini di mondo – per non parlare dei politici, certo – proferiscono sovente palesi e sconcertanti scempiaggini perché si ritrovano davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano che la richiedono e non sapendo che dire dicono la prima cosa che passa loro per la mente senza prima farla passare da un qualche sistema di controllo cerebrale (anche per non deludere il relativo interlocutore mediatico, che se non gli si dice qualcosa di “forte” potrebbe rimanere scontento, e con lui i suoi editori), oppure se siffatti tizi proferiscono certe scempiaggini perché proprio le pensano, elaborano, meditano e ne sono così convinti e fieri da non perdere occasione di renderle pubbliche ogni qualvolta si ritrovino davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano i quali ne divengono gli amplificatori, certi che i telespettatori, ascoltatori, lettori non ne saranno delusi.
Senza contare la visibilità mediatica che da entrambe le circostanze deriva, solitamente assai ambita dall’ego (quasi mai ipotrofico) delle suddette figure col microfono davanti.

Ecco, visto la notevole frequenza con cui tali casi si manifestano, siano l’uno o l’altra cosa, mi piacerebbe proprio capirlo.

Egovirus

[Henri Poincaré, foto tratta da “Popular Science Monthly”, vol.82. Pubblico dominio, fonte: qui.]
Il professor Mario Capizzi, docente accademico e fisico di chiara fama, ha pubblicato sulla propria pagina facebook – lo scorso 2 giugno – alcune riflessioni che trovo ottime nel descrivere certe situazioni venutesi a creare – anzi, che sono state generate a seguito dell’emergenza per il coronavirus, e che a mia volta, pur da un punto di vista differente e assai meno prestigioso, ho riscontrato. Punto di vista, il mio, che potrei riassumere in modi assai spicci così, prendendo a prestito un noto proverbio: chi non sa tacere, non sa parlare. Ovvero, non sa dire cose importanti, ma dice tanto per dire e mettersi in mostra, quando invece il silenzio, almeno finché non c’è qualcosa di importante da dire, sarebbe molto meglio. E lo dico da scientista, per la cronaca.
Poi, certo, si tratta di un circolo per nulla virtuoso che i media s’impegnano assai a far girare in modo così pericolosamente vorticoso (clic), ma da certe figure di cultura evidente ci si dovrebbe aspettare una maggior attenzione e sagacia, quanto meno. Ecco.

In ogni caso, la parola al professor Capizzi:

In questi tempi in cui epidemiologi e virologi di più o meno chiara fama si affannano a sostenere le tesi più disparate su qualsiasi mezzo di comunicazione che permetta di soddisfare il loro ego e desiderio di visibilità e fama, non posso non ricordare una citazione di Henri Poincarè: “Dubitare di tutto, o credere a tutto, sono due soluzioni altrettanto comode, che ci dispensano entrambe dal riflettere.” Ricordo la fine degli anni 80 del secolo scorso quando la scoperta dei superconduttori ad alta temperatura critica aveva spinto chimici e fisici ad abbandonare quanto stavano facendo, più o meno bene, per rincorrere il treno in corsa cercando di salirci prima che avesse preso troppa velocità. Ne conseguirono una marea di articoli, una grandissima parte degni di oblio, e una corsa a enunciare la propria Verità su giornali e radio pubbliche e private prima che su riviste e congressi scientifici. Infatti, allora come ora, era molto più facile fare osservazioni e dichiarazioni senza contraddittorio, piuttosto che su riviste scientifiche soggette a “peer review” o a congressi scientifici di fronte a sostenitori di tesi diverse. Ricordo poi un’altra citazione di Henri Poincarè “La scienza è fatta di dati, come una casa di pietre. Ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa” solo per far notare che attualmente i dati stessi sul Covid sono incerti, presi con metodiche non omogenee, quando non ignote, in disaccordo spesso fra loro. Pertanto fare dichiarazioni pubbliche in questo campo è spesso solo un modo per cercare una facile ma effimera pubblicità, nel migliore dei casi, non certo per contribuire a una divulgazione scientifica basata su una ricerca che si dovrebbe supporre essere almeno seria.

L’hanno detto in TV

Che poi, se posso dire – mi permetto, con il dovuto rispetto del caso -, tutte queste persone che continuo a trovare in giro e dalle quali sento dire «Ah, perché hanno detto ieri sera alla televisione che…» e mi dicono quanto ieri sera la televisione ha detto loro, evidentemente cose dette col dito indice puntato contro e con minacce subliminali varie, visto come ti dicono le cose che la televisione “ha detto loro”, appunto – anzi, al plurale probabilmente maiestatis in terza persona, «hanno detto», penso per dare più “importanza” a quanto detto loro (in questo periodo ma anche prima, sia chiaro), e poi si sa che vox TV, vox dei, no? – be’, io… io… non li capisco e li disistimo sempre più.

Ecco.

Mi sono parecchio trattenuto, già. Si vede?