Se la gente si mettesse veramente a pensare…

A volte mi viene da pensare alla (e parafrasare la) nota affermazione di Voltaire sulla chiesa, e da dire: se un giorno la gente si mettesse veramente a pensare, il mondo finirebbe domani mattina. Ovvero, se comprendesse realmente le tante, troppe cose che non vanno, a questo mondo, i tanti danni che l’umanità gli ha causato (e ha causato a sé stessa), i quali chissà se possano essere bilanciati e in qualche modo “risarciti” dalle cose belle del mondo e da quelle buone degli uomini!

Forse, paradossalmente, è bene che noi si resti in balìa delle nostre “ignoranze”: inevitabili, consapevoli e indotte. In fondo, sapere di non sapere (per dirla socraticamente) è da un lato certezza di avere sempre qualcosa da imparare e dunque costante motivo di ricerca di conoscenza e verità, dall’altro è cognizione che non conoscere tutta la realtà delle cose, a volte, ci salva la mente, il cuore e l’animo da altrimenti inevitabili esacerbazioni e ci consente di continuare a cercarla, la verità, coltivando la speranza costante di trovare cose buone e giuste. Che ci sono a questo mondo, certamente – almeno finché qualcuno non le svanisca.

La bellezza, e la salvezza

C’è così tanta bellezza assoluta nel mondo, nei suoi vari ambienti, nelle sue forme naturali – nei monti, tra le colline, nei mari, nei deserti roventi e nelle distese ghiacciate, nella volta del cielo stellato – e nel paesaggio che noi vi concepiamo ma che, io temo, troppo spesso non comprendiamo veramente e giudichiamo soltanto per meri “valori” superficiali – bello, non bello, piacevole o meno, caldo, freddo eccetera – che sarebbero ammissibili solo se poi si sapesse andare oltre – e non si fa quasi mai, appunto – insomma, c’è così tanta bellezza al mondo, dicevo, che se avessimo la facoltà e la volontà di comprenderla e di scaturirne una paritetica bellezza emotiva, culturale, intellettuale, antropologica, umana, da introiettarci nel profondo dell’animo e dello spirito rendendola la nostra (cioè di tutti) “psico-biosfera” fondamentale e imprescindibile, be’, credo che buona parte dei mali del mondo svanirebbero di colpo.

Già, subitamente.

Invece no, non ne siamo capaci. Non lo siamo ancora pur dopo millenni di evoluzione anche intellettuale ergo culturale. Continuiamo a restare indifferenti a questa bellezza così infinita, continuiamo a sottovalutarla, a osservarla come fosse qualsiasi altra “cosa” ordinaria, a ignorarla quando, non di rado, a disprezzarla e oltraggiarla. Come fossimo in un meraviglioso museo colmo di preziose, inestimabili opere d’arte e utilizzassimo i suoi spazi per giocare a pallone, con la palla che immancabilmente colpirà e rovinerà di continuo quei capolavori. Alla fine, o di fronte ai danni ormai irreparabili ci renderemo finalmente conto della nostra colossale stupidità ma, appunto, sarà ormai troppo tardi, oppure, per la nota Teoria delle finestre rotte, tutte quelle macerie ci spingeranno irrefrenabilmente a produrne sempre di più, riducendo in macerie anche la nostra essenza umana e condannandoci alla sorte più nefasta.

Ma non voglio affatto essere così catastrofista. Anche perché, affinché con la bellezza del mondo ci succeda quanto ho scritto poco sopra, ci vuole veramente pochissimo. La bellezza potrà veramente salvare il mondo, ma solo se il mondo saprà salvare – e finalmente comprendere – la (sua) bellezza. Un’azione per la cui messa in atto, ribadisco, non occorre quasi nulla: solo un po’ di occhi aperti e intelletto attivo, tutto qui.

L’analfabetismo funzionale funziona sempre più (ahinoi!)

L’analfabetismo funzionale, esercizio socioculturale nel quale un’ampia parte della popolazione nostrana eccelle (!), sta raggiungendo apici sempre più emblematici – quantunque “didatticamente” inutili, per come già da tempo dalla vasta casistica si possono rilevare evidenze che assimilare a indubbie verità, ormai, non rappresenta più una forzatura.

Dailybest, nell’articolo che potete leggere cliccando sull’immagine in testa al post, ce ne presenta un esempio nuovamente definitivo il quale, ovvio, in base alla stessa “legge” per la quale si manifesta, definitivo non sarà soltanto per chi ne viene rappresentato. Come scrissero Fruttero & Lucentini ne La prevalenza del cretino, “Per lo stupido il cretino è sempre l’altro.”

A dire il vero, Dailybest dimostra col suo articolo uno “stato dell’arte” al riguardo anche più grave. Non siamo più solo in presenza di analfabetismo funzionale, ma di un mix di questo con grave dissonanza cognitiva e psicopatie maniacali di genere persecutorio. E’ la condizione di quello che si trova di fronte a un muro con una porta che permetta di passarvi oltre, ma quello continua pervicacemente a cercare di sfondare il muro, arrecandosi sonore craniate, perché lo hanno convinto che la porta sia chiusa a chiave – anche se non ha nemmeno una toppa. E se glielo fai notare, ovviamente ti dà del cretino.

Scrive bene al riguardo (e come sempre) Claudio Vercelli, uno dei più illuminanti storici dell’età contemporanea italiani, in un commento all’articolo di Dailybest (commento che potete leggere nella sua interezza qui):

La forza dell’analfabetismo, soprattutto quello virtuale, riposa, tra gli altri, sia nell’effetto gregge che nell’effetto branco: l’effetto gregge indica il senso di protezione e di impunità che deriva dal ripetere una modalità argomentativa senza alcun fondamento, in presenza di altri soggetti che si comportano nel medesimo modo; l’effetto branco è invece il risultato della finta “posizione di attacco”, ossia la percezione di gratificazione che deriva dalla convinzione di avere efficacemente contrastato l’altrui argomentazione con una frase brevissima, banale, in genere decontestualizzata ma che ribadisce un’effimera autocognizione di superiorità o di identità (che è la ragione per cui le competenze, sul web, vengono trascinate nell’abisso dell’altrui pulsionalità, rafforzando la percezione di un conflitto in corso tra “chi-parla-come-mangia”, ossia il buono perché autentico, e “chi-si-fa-seghe-intellettuali”, il cattivo poiché artefatto e manipolatorio).

È bene che, chi ancora sia in grado di farlo, la tenga aperta quella porta nel muro suddetto. Non vorrei che in breve tempo venga murata pure essa perché l’aggravarsi ulteriore dell’analfabetismo funzionale diffuso, rendendo chi ne è affetto incapace di rispondersi alla domanda “ma se è una porta, dove porta?”, la faccia ritenere inutile, isolando definitivamente l’intera società dal quel buon senso che ancora c’è, oltre il muro.

 

“Osservare” nel profondo, non “vedere” in superficie

119234-1“(..) Troppo spesso noi esseri umani, che abbiamo avuto la fortuna – rispetto alle altre razze viventi sul pianeta – di sviluppare in modo approfondito una consapevole concezione quadridimensionale del mondo, in senso generale e non solo visuale, commettiamo il grave errore di limitarci a un’osservazione del mondo stesso sostanzialmente “bidimensionale”, per così dire. Un riferimento orizzontale, uno verticale e nulla più, quasi che, ormai assuefatti alla tele-visione della realtà attraverso uno schermo televisivo o similmente tale, nella quale la “distanza” che l’etimo greca del termine identifica è priva di profondità e ancor più della dimensione temporale, si porti e utilizzi quel modo di vedere le cose anche nel mondo reale, restando sulla superficie della visione proprio come se vi fosse uno schermo oltre il quale è impossibile andare e dal quale, gioco forza, dobbiamo ricavare qualsiasi dimensionalità. Guardiamo il paesaggio come se l’immagine scorresse in TV ovvero sul web, come se non vi fosse la possibilità di penetrarlo, di andarci dentro e dunque aggiungere una terza dimensione e poi, una volta in esso, avere cognizione pure della quarta dimensione, quella del tempo. Non solo: in fondo, pure restando in un mero ambito percettivo di tipo bidimensionale – orizzontale/verticale – si possono ricavare innumerevoli altri riferimenti dimensionali, i quali nell’insieme danno corpo alla nostra osservazione, la arricchiscono di molti particolari, dettagli, intuizioni, cognizioni. (…)”

(Appunti tratti da un nuovo testo in lavorazione, nel quale si parla di genti, di paesi, di natura, di storia, di futuro. Di vita, in pratica, nel senso più pieno e alto del termine.)

Scrivere per non sparire nel nulla, scrivere per non apparire del tutto

Selina Trepp, "Appear to Disappear", installazione, 2009 (http://selinatrepp.info/home.html)
Selina Trepp, “Appear to Disappear”, installazione, 2009 (http://selinatrepp.info/home.html)

Mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente?
Chiunque scriva in maniera sistematica si sarà sentito rivolgere, prima o poi, la solita domanda: «Ma tu perché scrivi?» Domanda inesorabilmente retorica che, in quanto tale, finisce per “chiamare” spesso risposte altrettanto retoriche se non – mi sia consentito di affermare ciò – piuttosto insincere, le quali, in ogni caso, non sfuggono da una ugualmente inesorabile e peraltro umanissima realtà: si scrive per farsi notare. Ammettiamolo, suvvia! Perché, ribadisco, è cosa elementare e inevitabilmente umana, questa; quale sia il senso e il fine di questo farsi notare è un altro discorso, poi, sovente di natura abbastanza meschina ma, sia quel che sia, non mi interessa qui di disquisirne.
Tornando invece a quella domanda solita e al mero perché della scrittura, una risposta finalmente diversa da infinite altre la fornisce – seppur indirettamente, ovvero in un articolo che parla di produzione artistica contemporanea uscito sul nr.31 di ArtribuneJussin Franchina, generandola da quella nota citazione di Nanni Moretti (tratta da Ecce bombo) che anch’io ho messo in testa a questo articolo. Così scrive Franchina – e, ribadisco, prendete il termine “artista” in senso ampio, comprendendo dunque pure l’autore di testi letterari (e la letteratura è una forma d’arte, eh, quantunque, sia sempre più arduo considerarla tale!):

“In ogni artista c’è un conto in sospeso con la scomparsa. Alla paura di sparire nel nulla, l’artista reagisce con un gesto artistico che riaffermi la sua presenza. E, però, al tempo stesso quel gesto è il nascondiglio perfetto per non venire allo scoperto del tutto. L’artista si palesa così, in controluce, andando a scomparire in un posto in cui lo si possa in altro modo vedere. Ogni artista è l’inchiostro simpatico sull’opera che costruisce.”

Ha ragione, assolutamente. A mia volta ho sempre pensato che chiunque decida di comunicare pubblicamente qualcosa attraverso qualsiasi forma espressiva creativa – dunque lo scrittore, l’artista visivo, il cineasta, il musicista eccetera – abbia il dovere fondamentale (che è anche diritto, sia chiaro, ma lo è se in primis è “dovere” in modo pieno e giustificato) di lasciare una traccia della propria espressività. L’artista che comunica ma non lascia tracce della sua comunicazione si autocondanna al nulla ben più – nel principio – che l’individuo ordinario che non fa niente di tutto ciò e vive nell’anonimato più totale. Attenzione: con “traccia” non intendo semplicemente la prova concreta del proprio lavoro, ma il senso di esso, il messaggio, la comunicazione vera e propria, appunto. È in effetti una necessità inderogabile, questa, per chi come l’artista abbia scelto di comunicare qualcosa piuttosto di produrre qualcosa come invece fa chi opera nella manifattura: se non vi è comunicazione (e, ovvio, relativa trasmissione/ricezione di quanto comunicato) non vi è presenza, e velocemente pure il media comunicante – il libro, il lavoro artistico, il brano musicale e così via – evapora e svanisce nello stesso nulla.
Jussin Franchina, inoltre, con un ulteriore passo nella sua breve ma intensa riflessione, tocca il secondo e conseguente punto nodale della produzione artistica: l’autobiograficità della comunicazione espressiva pubblicamente trasmessa. Questione molto sentita, in tal caso, nella letteratura più che nell’arte visiva, nella quale in ogni caso è più facile per l’artista mascherarsi dietro la sua opera – a meno che non si tratti dichiaratamente di autoritrattismo, in qualsiasi forma esso sia. Scrivendo, è sempre assai arduo non palesarsi personalmente, poco o tanto, nel testo scritto. Tuttavia, come dice Franchina, lo scrittore di pregio sa costruire narrazioni nelle quali calarsi, direttamente o meno, in modo occulto, essendo presente ma senza essere visibile ovvero essendolo ma in modo alquanto velato se non soggetto a una mutazione di qualche genere che alteri la sua più ordinaria visibilità.
D’altro canto questa ipotesi riguardo la scrittura come necessaria reazione all’altrimenti inevitabile scomparsa pone sulle spalle dell’autore una responsabilità enorme e pesantissima: egli deve (ri)affermare la propria presenza nel modo (per sé stesso) più virtuoso e originale possibile, perché altrimenti il rischio è quello di palesarsi con modalità meschine (vedi sopra), disdicevoli e degradanti. In un modo, insomma, pure peggiore rispetto al mero nulla della scomparsa, la quale non garantisce di restare visibili ma nemmeno di esserlo mostrandosi ricoperti di fango che da soli ci si è scagliati addosso per la inaccettabile qualità dei propri scritti – perché, lo avrete intuito, è da qui che può principalmente prodursi il più degradante fango per uno scrittore (a prescindere poi dal consenso commerciale, anche in tal caso questione “altra” che non interessa ora qui a noi).
C’è di più: la suddetta grande responsabilità posta sulle spalle dello scrittore riguardo cosa (e pure come, ovviamente) si scrive concerne anche il dovere di capire se è in grado di affermare la propria presenza, ovvero di comprendere che quel dovere poco sopra citato è tale – e così può anche diventare diritto – quando non sia indiscutibilmente dovuto, automatico: in ogni aspetto della vita si ha il dovere di fare qualcosa se si è in grado di farlo, altrimenti no, facilmente si genera solo danno. Dunque, si ha il diritto di affermare la propria presenza solo se ci si riconosce il dovere di saperla giustificare nel modo più ampio e alto possibile.
Si ritorna, insomma, a quella che a mio modo di vedere è per la scrittura la madre di tutte le questioni – oggi ancor più che nel passato: lo scrivere (ovvero, intendo dire, il diffondere pubblicamente ciò che si è scritto più che l’esercizio espressivo in sé, che naturalmente è libero e individuale) quando si ha qualcosa da esprimere, da comunicare, da trasmettere. Altrimenti, si produce soltanto autocompiacente vuoto, giustificando l’impressione per la quale molti scrivano soltanto per mettersi in mostra, incuranti persino della bontà di quanto scritto – cosa diffusa a tutti i livelli della produzione letteraria contemporanea: non solo tra i debuttanti, insomma, ma pure tra i presunti grandi e celebrati scrittori. Perché, riprendendo quella iniziale battuta di Nanni Moretti, a volte ci si fa notare di più se non si è presenti, e d’altro canto ci si può pure far notare, ma in senso negativo, a essere presenti mettendosi da sé in disparte, ovvero al di fuori di quanto si possa invece notare positivamente!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.