La montagna che “crolla”

Il disfacimento dei ghiacciai montani, sulle Alpi come su qualsiasi altra catena montuosa del mondo, ogni tanto sale agli onori della cronaca nelle disquisizioni sui cambiamenti climatici oppure, più raramente, in circostanze eclatanti come quella del Ghiacciaio di Planpincieux (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo al riguardo de “La Stampa”). Tuttavia, nonostante il tema “caldo” (è il caso di dirlo!) del riscaldamento globale, è una notizia che viene sempre letta dai più come qualcosa di “suggestivo”, di pittoresco mi viene da dire: una massa di ghiaccio che sta per franare da una montagna e finire a valle e «wow!» – chissà che “spettacolo” sarà quando verrà giù, chissà quanti video, nel caso, gireranno sul web… Ecco, e poi finisce tutto lì.

In verità, quello che ancora si capisce molto poco, anche perché gli organi di informazione non approfondiscono mai le notizie come a volte dovrebbero e potrebbero, è che il disfacimento dei ghiacciai alpini (dacché il fenomeno è a livello globale, come già osservato, ma per molti aspetti è sulle Alpi che assume maggiore evidenza, in primis per la maggior presenza e pressione antropica sul territorio alpino) non comporta solo un guasto alla bellezza del paesaggio d’alta quota e dei relativi panorami, a breve pressoché privati di una delle loro componenti fondamentale e più “montane”, le nevi eterne, ancora così presenti nell’immaginario collettivo alpino di matrice più o meno turistica, ma ancor più comporta un profondo mutamento della percezione del territorio abitato e della relativa concezione del paesaggio, con conseguente alterazione della relazione tra l’uomo e i luoghi abitati. In parole povere: un territorio e un paesaggio che sono rimasti più o meno immutati per secoli, e che su tale loro essenza geomorfologica hanno generato la propria identità di luogo, di dimensione culturale e influenzato la relazione delle genti che li hanno abitati e li abitano, in breve tempo subiscono una modificazione così profonda e alterante da cambiare la percezione di essi negli occhi di chi li osserva, così cambiando inevitabilmente il rapporto antropologico di chi vi interagisca, sia come abitante sul lungo periodo che come visitatore nel breve.

Immaginatevi un luogo con cui avete un legame particolare, ad esempio un albergo nel quale avete passato per tanti anni vacanze bellissime e per questo vi siete affezionati: un bel giorno vi ritornate e lo trovate sempre lì dove è ubicato da sempre e più o meno uguale ma il terrazzone dove prendevate il Sole non c’è più, la sala da pranzo è totalmente diversa, le camere hanno un arredamento differente… L’albergo è sempre quello, il nome è lo stesso ma vi verrà difficile riconoscerlo come lo riconoscevate prima, per come vi identificavate in esso e per come ogni suo angolo vi suscitava piacevoli ricordi, memorie, aneddoti che vorreste nuovamente rivivere ma ora no, è impossibile: troppi cambiamenti da come era prima.

Ecco: senza voler troppo superficializzare o banalizzare la questione, il succo è più o meno questo.

E senza tener conto di tutte le altre innumerevoli conseguenze, spesso più materiali, derivanti dalla sparizione dei ghiacciai alpini: dalla diminuzione delle risorse idriche, ad uso domestico o per la produzione idroelettrica, ai danni all’industria turistica, dal dissesto idrogeologico all’aggravamento ancor più intenso del riscaldamento climatico, senza più i “freezer” d’alta quota sulle vette, eccetera. Non è solo un ghiacciaio che precipita a valle, dunque; non solo dei giganteschi seracchi che crollano (ma se va bene senza fare troppi danni a cose e persone), ma in realtà un paesaggio intero che crolla nelle sue “certezze” geografiche, geomorfologiche, naturalistiche, ambientali, antropologiche fino ad oggi “acclarate” e accettate. Un danno che va ben oltre quello idrogeologico e diviene pienamente storico-culturale, anche perché non più recuperabile se non entro qualche secolo e solo con un (ora utopistico) raffreddamento del clima.

Quella abitata dall’uomo ma senza più ghiacciai sarà una montagna inesorabilmente diversa, certamente peggiore dal punto di vista paesaggistico e ambientale, verso la quale i modus vivendi resilienti – e in necessaria costante mutazione – diverranno la norma, rendendo superata ovvero fuori luogo ogni stanzialità antropica per come si è manifestata fino a oggi, sia essa meramente residenziale e sussistenziale, sia funzionale alla fruizione turistico-commerciale (o comunque utilitaristica) dei monti. La montagna d’una volta, insieme ai ghiacciai, per molti aspetti sparirà; e chissà come noi e le future generazione reagiremo nel concreto, materialmente e immaterialmente, a questa drammatica perdita.

“Leader”?!?

“Leader”. Ecco, anche quando colgo questa parola – sul web e sui social, alla radio o in TV che non guardo ma delle cui trasmissioni mi giungono inesorabile l’eco – mi viene da ridere. Una risata assolutamente sarcastica, che si disegna in un’espressione del viso parecchio schifata. Quelli che vengono definiti “leader” – soprattutto nell’ambito politico, ma non solo – quei personaggiucoli lì, sarebbero i leader di oggi? Veramente molte persone credono che lo siano, si fanno convincere che siano tali?
Altro che ridere sarcasticamente, qui!
Individui totalmente privi di carisma, che si fanno forti solo in presenza di debolezze altrui e soltanto col supporto di ipocrisie e falsità varie e assortite (nonché di media inopinatamente asserviti per meri e gretti tornaconti), ignoranti e sbruffoni ma al contempo meschini e squallidi, che fuggono dai confronti perché incapaci di reggerli, che rispondono con gli insulti a chi chiede loro conto, che dicono in pubblico parole prive di senso e di sostanza e poco dopo le rinnegano, che vivono unicamente nel momento in cui si manifestano senza alcun passato degno e senza visione di futuro, incapaci pure di guidare realmente i propri pseudo-adepti (“leader” deriva dall’inglese to lead, “guidare”) perché essi per primi non sanno tenere il volante e tanto meno che strada seguire. Gente che, se li guardi dritto negli occhi, ci vedi soltanto del gran vuoto buio. Sempre che sappiano reggere il tuo sguardo e non lo girino altrove, loro ennesima vile fuga dalla realtà dei fatti.
Questi, sono molti dei “leader” di oggi.

Osservate la foto in testa al post. È dell’agosto 2018, scattata all’esterno del Parlamento svedese, a Stoccolma.
Raffigura uno dei pochi veri leader contemporanei, piaccia o meno ciò che fa. Greta Thunberg, già.
Quasi tutti gli altri personaggi definiti “leader” in confronto a lei spariscono nella polvere da essi stessi generata.

Ciò detto, è inutile rimarcare che di leader autentici ve ne sarebbero di certo, qui e nel mondo: solo che, essendo tali, risultano invisi e antitetici al sistema di potere costruito e alimentato da quelli falsi e, per questo, vengono messi al bando. Un po’ come è accaduto numerose volte con certi geni, le cui scoperte innovative sovvertivano credenze ritenute indiscutibili e interessi su queste costruiti per ciò ugualmente intoccabili. Vennero messi al bando per poi capire, a volte molto tempo dopo, che avevano ragione ma, non di rado, quando ciò avvenne era ormai troppo tardi.

Il periodo più bello

Puntualmente, ogni anno, arriva questo periodo di passaggio dall’estate all’autunno, quando fa ancora caldo ma senza più quell’afa soffocante, con l’aria che all’alba e dopo il tramonto si raffresca piacevolmente, il giorno che s’accorcia in modo netto, i ricci sui castagni, le prime foglie che cadono, il profumo intenso che emana dal sottobosco madido di rugiada… e ogni anno, puntualmente, mi rispondo alla domanda su quale sia il periodo più bello dell’anno dicendomi che sì, è questo.
Già.

Esattamente come rispondo alla stessa domanda tra l’autunno e l’inverno, con l’aria briosamente gelida e la brina sul terreno e sulle piante, tra l’inverno e la primavera, con la neve che imbianca ancora i monti mentre i prati si ravvivano di infinite fioriture, e tra la primavera e l’estate, quando la luce si fa sempre più intensa e il primo caldo fa già pensare alle vacanze.
Ecco.

Quindi, sono punto a capo.

Amen.

(L’immagine in testa al post è tratta da qui.)

Un cambio di paradigma per la cultura di montagna

Occupandomi (nel mio piccolo e per quanto possibile) di cultura di montagna, e avendo dunque lo sguardo costantemente attento sui rumors pubblici provenienti da tale ambito ma pure sui sentori che vi aleggiano in modo più o meno determinato oppure sussurrato, vorrei qui sottoporre agli altri soggetti che come me si occupano del tema suddetto una riflessione interrogativa che da qualche tempo mi frulla in testa: non siamo ormai giunti nel momento in cui, per il bene e lo sviluppo futuro della cultura alpina e delle Terre Alte in genere, da questo ambito debba essere definitivamente svincolata la pratica alpinistica, da considerarsi in tutto e per tutto come un’attività sportiva sostanzialmente priva, nelle forme in cui è praticata oggi, di qualsiasi matrice culturale?

Attenzione, lo dico da subito: non è una critica a come oggi vengano alpinisticamente frequentate le montagne – una pratica, quella dell’alpinismo, che vive fin dalla sua nascita della propria naturale libertà d’azione e che dunque chiunque può liberamente interpretare per salire come preferisce sui monti, su questo non ci piove.

Semmai, è una questione – per così dire – di sensibilità d’interpretazione di essa, e di scopo concreto per la quale venga praticata, fermo restando l’aspetto ricreativo (in modo anche “sommo”) che generalmente la può contraddistinguere. Penso al primo articolo dello Statuto della principale associazione di montagna nazionale, il CAI[1], nel quale più di 150 anni fa si sancì che il Club

ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.

legando così a doppio filo la pratica alpinistica al contesto culturale che, allora risultava primario nella sua manifestazione: come attività di esplorazione e “conquista” del territorio alpino (prendo le Alpi come esempio e modello, ma il discorso non ha limiti geografici), come antropizzazione e conseguente territorializzazione di esso e come creazione dell’immaginario comune con i relativi simbolismi, quale elemento fondamentale nella genesi della frequentazione turistica delle Alpi, di diffusione delle culture, dei saperi, delle usanze e delle tradizioni che gli alpinisti conoscevano durante i loro vagabondaggi montani così come, al contrario, di importazione nei territori alpini di modelli culturali “alieni” che, sovente, hanno poi modificato o sostituito quelli autoctoni.

Ecco, ora io mi chiedo e chiedo ai citati soggetti: in tema di cultura di montagna vale ancora, tutto ciò? Io credo di no. Lo credo perché mi sembra che la pratica alpinistica sia diventata sempre più una branca del turismo montano, o che di esso abbia assunto molte delle sue caratteristiche, per giunta assumendo pure peculiarità di carattere meramente sportivo-prestazionale o comunque ricreativo mainstream (passatemi la parolaccia inglese), che hanno sostanzialmente disgiunto l’atto contemporaneo del salire sui monti da una relazione di matrice culturale coi monti stessi: appunto ciò che in molti casi ha comportato la frequentazione turistica delle Terre Alte nei tempi recenti, molto più legata al marketing, ai servizi, agli aspetti ludici anziché agli elementi culturali del territorio nel quale si manifesta.

Posto che – inutile rimarcarlo – come in ogni cosa nemmeno qui si possa fare di tutta l’erba un fascio, ma pure che le eccezioni mi sembrano obiettivamente piuttosto rare (e sovente limitate al semplice “sfioro” con l’ambito culturale, quasi mai propositrici e generatrici di nuova cultura o, quanto meno, di un’attenzione approfondita verso di essa) mi chiedo se, ribadisco, per far sì che la cultura di montagna possa continuare a svilupparsi quale massima e più virtuosa manifestazione relazionale nei confronti del territorio da cui scaturisce – che sia per esso qualcosa di utile e proficuo, insomma – d’ora in poi si debba considerare l’alpinismo come uno sport ponendolo su un binario parallelo rispetto a quello culturale, solo raramente convergente (ma più attraverso degli scambi, funzionali a ciò, non tramite una fusione dei due binari). In questo modo la cultura, svincolata dal gesto prestazionale, diventerebbe (tornerebbe a essere) l’elemento espressivo fondamentale delle montagne e delle loro genti, e non più un elemento accessorio alla fruizione meramente ludico-sportiva di esse.

In soldoni, considerando che al grande pubblico poco o nulla potrebbe interessare di tale riflessione ma per l’ambito della montagna rappresenterebbe un cambio di paradigma fondamentale, questa scissione comporterebbe ad esempio una revisione storica della pratica alpinistica con un nuovo atteggiamento (di concetto e di azione) verso di essa, un’indipendenza concreta dei due ambiti – sui media[2] o negli eventi pubblici, ad esempio – con un conseguente nuovo linguaggio interpretativo, la possibilità per entrambi gli ambiti di ampliarsi verso ulteriori elementi pertinenti ma senza reciproche confusioni, il diritto e dovere di entrambi di aggiornare la propria relazione con il territorio montano, focalizzandola meglio alle reciproche peculiarità, alle visioni, agli scopi, agli obiettivi, e così via. Il tutto, ovviamente, mantenendo un dialogo “geograficamente” naturale (si è sempre “in montagna”, alla fine dei conti) che possa risultare a entrambi culturalmente costruttivo, in modo materiale e immateriale.

Ovvero il tutto – dal punto di vista opposto – per evitare che questi due ambiti oggi così distinti e non di rado contrastanti, con l’uno che avversa e soffoca l’altro e viceversa, finiscano non solo per danneggiarsi a vicenda ma, soprattutto, per danneggiare le montagne in generale.

Insomma, per riassumere e concludere: un tempo l’alpinismo era anche una pratica culturale, a volte senza che gli alpinisti se ne rendessero conto; oggi quando si pratica alpinismo si fa quasi sempre sport, in un modo che risulta sostanzialmente disgiunto dagli aspetti culturali delle montagne salite. È una contraddizione francamente poco sensata, ormai, e in quanto tale forse perniciosa per il futuro delle Terre Alte, ergo da meditare nei suoi aspetti concreti e probabilmente ripensare.

Ecco. E chiedo venia per aver molto drasticamente riassunta la questione, così da non rubare troppo spazio e tempo.

Qualsiasi osservazione d’ogni sorta che chiunque vorrà manifestare al riguardo sarà naturalmente ben gradita.

* * *

Note:

[1] Che peraltro già da qualche tempo, almeno come indirizzo e modus operandi centrali, ha riacceso le luci sugli aspetti culturali dell’andar per monti, in verità poi poco seguito dalle sue sezioni locali.

[2] Per fare un esempio concreto, le riviste che occupandosi di montagna mettono fianco a fianco recit d’ascension con articoli di natura culturale: è un “andare in coppia” che funziona ancora, oppure è un “pestarsi i piedi” l’un l’altro, perdendo alla fine entrambi i pubblici potenzialmente interessati?