Se sparissero i faggi

Leggere su ”ANSA.it” la notizia di uno studio scientifico redatto da alcune prestigiose università europee secondo il quale «Il cambiamento climatico in atto è una minaccia anche per i boschi di faggio europei: la loro crescita potrebbe diminuire dal 20% al 50% nei prossimi 70 anni, soprattutto nelle regioni dell’Europa meridionale», e dando ad esso il credito che formalmente merita, viste le autorevoli fonti da cui è stato elaborato, mi genera parecchia angoscia.

Ho sviluppato una particolare predilezione, quasi un sentimento d’affetto, per così dire, verso i faggi e le faggete. Sarà che vi sono numerose stazioni – anzi, questo è il termino scientifico, ma preferisco usare “comunità” – di faggi sui monti di casa per cui sono parte del mio paesaggio domestico e spesso mi ritrovo a camminare attraverso di essi, sarà che le faggete sono tra gli ambienti arborei più belli e affascinanti in assoluto e aggiungo pure tra i più accoglienti, per come io mi ci senta bene, accolto appunto, quasi protetto, o sarà che lo stesso faggio, il Fagus Sylvatica che dimora in Europa, è un albero meraviglioso, elegante, fiero, spesso assai imponente (come quello che io chiamo “il Re del bosco”, probabilmente l’albero più grande che abita sui monti di casa, ma ovviamente in giro per l’Italia e l’Europa ve ne sono di ben maggiori), dalla pelle particolare che è bello toccare, accarezzare, che sembra (lo è, d’altronde) veramente un’epidermide viva, di una creatura a suo modo intelligente e senziente… o sarà che il mio spirito col tempo s’è fatto particolarmente silvestre (ma forse è una causa/effetto, questa), non so. Ma se veramente le faggete dovessero subire quei danni prospettati dallo studio scientifico citato, ne scaturirebbe – dal mio punto di vista – un disfacimento del nostro paesaggio veramente terribile. Del paesaggio, badate bene, ovvero della percezione fondamentale e della relativa definizione intellettuale, culturale e sensoriale (dunque anche emotiva) che abbiamo del nostro mondo. Il quale non sarebbe più lo stesso, così che inesorabilmente noi non saremmo più gli stessi.

Lo so, il mondo cambia, la Natura segue il proprio corso vitale, magari tra qualche secolo sulle nostre montagne cresceranno alberi diversi e altrettanto affascinanti. Ma, ribadisco, sarà un altro mondo, con un altro paesaggio, un’altra estetica, un altro valore culturale. E altri abitanti, senza dubbio.

P.S.: le immagini della galleria in testa al post vi mostrano una delle comunità di faggi che dimorano sui monti sopra casa.

Il mondo salverà il mondo #16

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#16: Thomas Thomson, Early Spring (Inizio di primavera), 1917.

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Una montagna iconica come poche altre

[Foto di Luca da Unsplash.]
In giro per le Alpi vi sono molte montagne morfologicamente iconiche e culturalmente identitarie – ovviamente il Cervino/Matterhorn è la prima che verrà in mente a tanti – ma ve ne sono poche che assumono un carattere di ineluttabile marcatore referenziale come il Grosser Mythen (che invece verrà in mente a pochi, immagino), posto praticamente al centro della Svizzera e vetta profondamente elvetica per molti aspetti.

In primis per la sua posizione geografica, appunto così baricentrica per il territorio della Confederazione e peraltro centrale anche rispetto ai cantoni primitivi, quelli del Patto del Grütli dal quale, nel 1291, è nata la Svizzera odierna, dunque assumente un valore storico simbolico notevole; poi perché questa sua posizione, isolata rispetto ad altre sommità (eccetto che per la presenza del “fratello” Kleinen Mythen, un poco più basso e meno imponente) e dominante la zona dei laghi della Svizzera centrale, rende il monte visibile da molte parti del paese; la sua morfologia particolare lo rende inoltre inconfondibile oltre che, ribadisco, lo fa sembrare un gigantesco cairn piazzato nel bel mezzo del più caratteristico paesaggio svizzero – laghi, prati verdi, mucche al pascolo, foreste di conifere, chalet… insomma, la Svizzera al suo massimo immaginifico.

[Foto di Roland Zumbühl, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
La iconicità identitaria del monte è tale che una raffigurazione artistica del Grosser Mythen, insieme al Kleinen Mythen, dipinta nel 1901 e significativamente intitolata La culla della Confederazione, è presente anche nell’Aula del Consiglio Nazionale presso il Palazzo del Governo Federale di Berna: la vedete qui sotto, insieme alla veduta “reale”.

[Foto di Charles Giron, tratta dal sito web del Parlamento Svizzero, fonte: commons.wikimedia.org.]

[Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]
D’altro canto anche il toponimo è sovraccarico di potenziali simbologie, visto che mythen significa “miti” e al riguardo, come se non bastasse, il leggendario eroe nazionale elvetico Guglielmo Tell sarebbe nato proprio all’ombra del Grosser Mythen. Tuttavia bisogna denotare che l’origine del toponimo viene ritenuta differente e proveniente dalla parola femminile latina meta che indica qualcosa di importante o imponente: in effetti fino all’Ottocento il monte veniva chiamato al femminile, Mythä, come accade per numerose altre sommità svizzere, poi nel parlato comune ha finito per prevalere il genere maschile – ma in zona c’è ancora qualcuno che lo chiama nel modo antico.

In questo monte così pienamente svizzero però c’è anche un po’ di Italia: infatti il vertiginoso sentiero che conduce fino alla vetta, tutt’oggi assai frequentato, venne realizzato nel 1864 da un italiano, tale Muratori, incaricato da un appaltatore di Gersau dal nome altrettanto sudalpino, Domenico Taddei. Ma la montagna stessa possiede antichissime origini mediterranee: la sua geologia rivela una formazione del rilievo nelle acque di quello che è oggi il Mar Mediterraneo, all’epoca un bacino secondario del grande oceano che copriva buona parte dell’Europa, la cui massa è stata poi spinta verso Nord (a 150 km dalla posizione iniziale, addirittura) durante l’innalzamento tettonico della catena alpina; i ghiacciai delle epoche geologiche successive, in questa zona spessi fino a 800 metri, hanno poi modellato la montagna generando la forma odierna.

[Immagine tratta da https://www.myswitzerland.com/it-it/destinazioni/grosser-mythen/. Cliccateci sopra per ingrandirla e notare meglio il ristorante sulla vetta nonché il sentiero che la raggiunge.]
Ma per tornare alle peculiarità proprie del monte, e per rendere ancor più “svizzera” la montagna, il Grosser Mythen palesa un’altra gran mania degli elvetici, quella di piazzare ristoranti o cose affini (quando non funivie o funicolari, fortunatamente non qui) in vetta alle loro montagne: ecco dunque che appena accanto al punto più elevato sorge l’omonimo ristorante con alloggio, raggiunto dal sentiero che ho citato poco sopra ma per il resto circondato quasi ovunque dai più impressionanti precipizi. Una posizione unica che regala uno tra i più spettacolari panorami di tutta la Svizzera, per certi versi anche superiore a quello celeberrimo del Monte Rigi (o della Rigi, per dirla al femminile con i locali, vedi sopra).

[Foto di Patrick Federi da Unsplash.]
Insomma, sotto molti punti di vista il Grosser Mythen rappresenta un autentico e basilare fulcro geografico-culturale della Confederazione. Di montagne iconiche e sovraccaricate di simbolismi (anche se a volte meramente turistici e dunque piuttosto artificiosi) la Svizzera abbonda, inutile rimarcarlo: basti pensare ai già citati Matterhorn o al(la) Rigi, al vicino Pilatus, alle vette dell’Oberland bernese oppure alla “montagna nazionale” (intesa idealmente) del Passo del Gottardo; tuttavia i Mythen, e il Grosser in particolare, ha attratto a sé una narrazione più specifica e speciale, priva ad esempio degli afflati alpinistici propri di vette più elevate e spettacolari e maggiormente impregnata di sentimento nazionale tanto quanto di figurazione antropologica. In ciò è senza dubbio un monte iconico nel senso più compiuto del termine, che magari non troverete raffigurato come altri su locandine e gadgets turistici ma che è “Svizzera”, ovvero è la materializzazione dello spirito geopolitico e culturale di un intero paese, probabilmente più di quelli ordinariamente riconosciuti. Se viaggiate oltre Gottardo per andare verso Lucerna o Zurigo oppure ancora più a Nord o viceversa, sia dall’autostrada che dalla ferrovia date un’occhiata verso l’alto e probabilmente lo vedrete, il Grosser Mythen, dacché transiterete quasi ai suoi piedi. E, se l’angolazione, la meteo e gli altri fattori ambientali del momento saranno favorevoli, capirete sicuramente meglio quanto vi ho raccontato fino a qui.

Il mondo salverà il mondo #15

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#15: Nándor Katona (Nathan Ferdinand Kleinberger), Včasná jar v Tatrách (Inizio di primavera nei Tatra), 1910.

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La morte imminente e omessa del Po

Sono stato in Po. Mai come in questo caso la frase vale alla lettera nel senso che il 28 marzo 2022 ero nel mezzo dell’alveo del grande fiume. Non in barca, a piedi. Con i miei passi ho camminato sulle acque che non ci sono più. Siccità e cambiamento climatico ci hanno consegnato un fiume sparito. Un disastro ecologico, umano, alimentare, culturale. Ma che non spaventa quanto dovrebbe.
Quei rigagnoli d’acqua che ho visto sono lacrime che scorrono su un viso martoriato da un uso del suolo insensato e irresponsabile che continuiamo a infliggere al nostro Paese. Assieme a dei colleghi del Politecnico abbiamo fatto delle riprese con un drone perché dobbiamo documentare l’impronta umana su quell’ambiente morente. Una documentazione che in pochi stanno raccogliendo, soprattutto le nostre istituzioni pubbliche alle quali mi sono rivolto nei giorni scorsi ricevendo risposte negative.
Il Po sta morendo: ci riempiamo la bocca di transizione ecologica, ma non andiamo a vedere. I nostri politici non vanno a vedere. Non si fanno accompagnare da ecologi che spiegano loro la gravità. I nostri presidenti (dalla Repubblica in giù) i nostri governatori, i nostri sindaci, soprattutto quelli che si credono importanti anche se non hanno i loro Comuni sulle sponde del fiume, non vanno a vedere. Non vanno neppure i nostri alti dirigenti pubblici. Solo l’emergenza li muove. Solo le catastrofi che conoscono li impietosiscono. […]

Questo è l’inizio di un articolo pubblicato il 29 marzo scorso su “altraeconomia.it” e intitolato Il fiume Po sta morendo ma nessuno lo osserva veramente il cui autore è Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano (il suo ultimo libro, L’intelligenza del suolo, è a sua volta pubblicato da Altraeconomia); potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post, tratta dall’articolo stesso.

L’atto di denuncia di Pileri è tanto drammatico quanto inequivocabile, e nella parte “dedicata” alla politica mi trova purtroppo totalmente concorde per personale esperienza diretta. Nella stragrande maggioranza dei politici nostrani – non in tutti ma in troppi certamente -, nelle alte come nelle basse sfere dell’amministrazione pubblica, c’è un tale menefreghismo e una così sconcertante ignoranza riguardo le tematiche paesaggistiche e ambientali da restarne terrorizzati. Sembra che persone altrimenti brillanti, una volta che scendono in politica e entrano nei palazzi del potere, subiscano qualche sorta di aleggiante e inesorabile maleficio che genera loro la più profonda inettitudine verso certe questioni – magari subìto in buona fede, sia chiaro, ma tant’è: che sia essa ingenua o conscia, quell’inettitudine, nulla cambia nei danni che provoca. La situazione del Po rilevata da Pileri è un caso eclatante ma, inutile dirlo, di altri esempi se ne potrebbero fare a iosa. E, appunto, nessuno o quasi fa nulla, tutti troppo impegnati a spolverare e lucidare il proprio scranno politico-amministrativo, a difendere i privilegi conquistati e, se proprio tocca, a proclamare “emergenze” che in molti caso null’altro sono se non la conseguenza della suddetta inettitudine menefreghista, che è la vera, costante, spaventosa emergenza. Ma va tutto bene così, evidentemente.