[La conca del Presena come si presenta oggi, con quel che resta del ghiacciaio. Si notano l’omonimo Rifugio Capanna e la stazione della telecabina che sale dal Passo del Tonale.]Di nuovo per la serie “Eventi fatti in montagna che con la montagna non c’entrano nulla”, ecco il “Presena Music Festival” in programma dal 19 al 21 aprile prossimi a 2800 metri di quota, presso la Capanna Presena e ai piedi dell’omonimo, morente ghiacciaio sopra il Passo del Tonale.
Tutto legittimo, anche se il luogo è a poche decine di metri dai confini del Parco Regionale Adamello (e poco di più da quelli del Parco Naturale Adamello-Brenta); d’altro canto la zona è ampiamente turistificata e degradata soprattutto in estate, quando viene trasformata in una discarica di quei teli di plastica (detti geotessili) con i quali si finge di salvaguardare ciò che resta della superficie glaciale – ovviamente in corrispondenza delle piste da sci, non un millimetro oltre. Cosa del tutto falsa, come ampiamente dimostrato da tempo.
Ma è tutto legittimo, ribadisco: sappiamo ormai bene che i margini della legittimità montanadiventano alquanto laschi quando, ad esempio, «natura, musica ed emozioni si fondono per offrirvi un experience nuova ed incredibile direttamente sul Ghiacciaio Presena» (clic). A parte che il ghiacciaio Presena lì non c’è più, come detto, ma non sono contrario all’evento. E vi spiego perché.
Visito il sito web della Capanna Presena, ex rifugio (no, ormai non è più un “rifugio”!) al servizio dello sci estivo quando ancora esisteva il ghiacciaio e ora bellissimo hotel che offre svariati comfort, al quale fa capo l’evento in questione, e leggo cose così:
Nell’abbraccio di vette selvagge tra rocce, neve e ghiaccio. Benvenuti a Capanna Presena, dove l’armonia silente dell’ambiente montano circostante…
Su, dove la quiete è ancora di più…
Tra affascinanti paesaggi e pace assoluta…
Un vero e proprio paradiso per gli amanti della montagna…
Il magnifico territorio intorno a Capanna Presena è compreso sia nel Parco dell’Adamello che del Brenta… Potrete apprezzare un silenzio immacolato…
Eccetera.
Capite bene che si tratta di un notevole cortocircuito. Delle due l’una: o si promuove la propria attività in modo contestuale alle specificità del luogo e dell’alta montagna, oppure la si trasformi definitivamente in una location di eventi d’ogni sorta ma che con la montagna e le sue specificità non c’entrano nulla e che dunque non possono essere tirate in ballo.
[La stella rossa e gialla in alto a destra indica la posizione del Rifugio Capanna Presena, adiacente ai confini dell’area protetta del Parco Regionale dell’Adamello.]L’eventuale obiezione che si tratta di eventi temporanei i quali una volta conclusi non lasciano tracce, se può anche essere accettata dal punto di vista ambientale (me lo auguro!), per il resto non sta proprio in piedi: è risaputo che in tali circostanze non conta il “contenitore” ma ciò che contiene, che vi viene messo dentro e al quale, dunque, viene affidata la costruzione dell’immagine del luogo e il senso della sua fruizione. Se il contenuto fosse quanto dichiarato in quei passaggi nel sito web della Capanna Presena, non avrebbe senso l’organizzare eventi del genere; se lo si fa è perché si cerca di deviare dal contesto, cioè dal contenitore, per cambiargli la funzione, la destinazione d’uso. Ma così facendo si finisce per svilire e degradare il contesto, cioè il luogo montano nel quale si opera, avviandone una inesorabile decadenza turistica e culturale (dacché invece i veri appassionati di montagna già se ne staranno ben lontani da situazioni del genere, continuando a percepirne e riconoscerne l’anima autentica).
[La conca del Presena in veste invernale.]È un gran cortocircuito, lo rimarco, nonostante la legittimità formalmente incontestabile dell’evento. E lo è nel bene e nel male: perché il suo non senso assoluto, che scaturisce proprio dal citato cortocircuito e lo palesa come una cosa completamente fuori contesto a detta degli stessi organizzatori, la rende un boomerang che si ritorcerà innanzi tutto contro di loro.
Per questo – lo dico provocatoriamente – sono “contento” che questi eventi abbiano luogo. Devono essere constatati per capire al meglio la loro incongruità rispetto al contesto nel quale vengono organizzati e quanto vi appaiono totalmente antitetici. E queste caratteristiche sono ciò che li renderanno rapidamente invisi ai più e ben poco attrattivi a chiunque. Con buona pace dei loro organizzatori che si dovranno ricredere presto circa queste iniziative.
[In “comoda” contemplazione del ghiacciaio agonizzante.]Nota finale per i gestori della Capanna Presena: la celeberrima frase «Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna» che si legge nel sito non è di Walter Bonatti, egli non l’ha mai pronunciata e tanto meno scritta da nessuna parte. È di Marco Bonaiti, industriale lecchese dalla cui azienda di famiglia è nata la Kong, che produce attrezzature alpinistiche.
So bene che si tratti di un errore indotto da quello d’altri, come sovente accade. Ma in fondo anche questo è un cortocircuito che sarebbe bene riallineare – qui e altrove.
N.B.: tutte le immagini fotografiche presenti in questo articolo sono tratte dalla pagina Facebook del Rifugio Capanna Presena.
[Le montagne tra la Valsassina e il Lago di Como viste dai Piani di Bobbio giovedì 20 marzo 2025. Immagine tratta da pianidibobbio.panomax.com.]Mi rende parecchio contentoosservare dalle mie parti le montagne innevate, nell’inverno ormai terminato in modo più frequente e a lungo di quelli precedenti. L’impressione primaria che se ne può ricavare è che sia stato un inverno “normale” o quasi. Un inverno «come quelli d’una volta», parlando per luoghi comuni, dal quale sorge l’impressione che, almeno quest’anno, la crisi climatica sia stata meno impattante.
[Sempre giovedì 20 marzo 2025, dal Monte Pora verso la Presolana e le Alpi Orobie. Immagine tratta da montepora.panomax.com.]Poi leggo i dati più recenti (dell’8 marzo scorso) della Fondazione Cima, prestigioso ente scientifico che monitora tra le altre cose l’innevamento sui monti italiani, e mi devo rendere conto che purtroppo no, nemmeno quest’inverno è andata bene. È andata meno peggio di altri inverni, forse, ma è una ben magra consolazione questa.
Sulle Alpi, fino a 1000 metri di quota è nevicato quasi il 92% in meno rispetto alla media degli anni dal 2011; fino a 2000 metri il deficit è del 56.5%, fino a 3000 metri è del 35%.
Sulle montagne italiane il solo dato positivo lo si trova sull’Appennino a 3000 metri (+50% di neve), ma è inutile rimarcare che l’unica vetta che sfiora quella quota è il Gran Sasso; alle quote inferiori la situazione è pure peggiore di quella sulle Alpi.
Peraltro, tutto ciò significa che avremo meno acqua a disposizione nei mesi estivi, mancando così tanta neve sui monti che poi, una volta fusa, finisce nei nostri cosi d’acqua. Ecco nell’immagine sottostante la situazione della quantità di acqua nei bacini idrografici italiani:
Quel scintillante manto bianco che abbellisce e rende così affascinanti le montagne, almeno da una certa quota in su, non è purtroppo sufficiente ad alimentare speranze circa il divenire della realtà climatica e tanto meno giustifica quei pochi stolti che a vedere un po’ di neve sui monti si affrettano subito a dire che il cambiamento climatico non esiste. Ciò che ci tocca osservare sui monti appare sempre più una chimera meteo-climatica, che tuttavia a me alimenta ancora di più l’impegno alla salvaguardia delle nostre montagne, messe così in difficoltà dalla realtà in corso. La speranza è l’ultima a morire, dice il noto adagio popolare, e dunque c’è da sperare che di neve sui monti in futuro ne cada ancora tanta, anche se vi resterà sempre meno. Non si potrà più sciare se non a quote molto alte (come già oggi appare evidente), ce ne faremo una ragione, ma almeno avremo qualcosa su cui costruire – collettivamente – la necessaria resilienza che si dovrà necessariamente elaborare e sviluppare, nei prossimi anni. Una resilienza anche, se non per certi versi soprattutto, culturale, fatta di consapevolezza, buon senso, impegno e sensibilità verso le nostre montagne. E verso noi stessi, in fondo.
P.S.: come sempre, per ingrandire le immagini presenti nell’articolo cliccateci sopra.
Il report “Neve Diversa” 2025, curato da Legambiente e presentato lo scorso 13 marzo a Milano, propone come caso emblematico in un capitolo significativamente intitolato “Quando la montagna non guarda oltre: brutti progetti e cattive idee” il paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, che da qualche tempo sta alimentando un vivacissimo dibattito in forza dell’enorme costo previsto (quasi 80 milioni di Euro, la gran parte pubblici) per un comprensorio piccolo, quasi interamente a quote inferiori ai 2000 metri, privo di capacità concorrenziale con altri e notevolmente impattante sul territorio coinvolto.
Al dibattito ha partecipato anche il Club Alpino Italiano di Bergamo con le proprie sezioni e sottosezioni, che hanno assunto con sollecita e ammirevole determinazione una presa di posizione sostanzialmente contraria ma aperta al dialogo sul tema delle alternative possibili per il territorio in questione e ben più consone del modello monoculturale sciistico proposto.
Da subito a fianco dei Cai bergamaschi si è posto il Gruppo Regionale del Cai Lombardia il quale, sotto la guida dell’attuale presidente Emilio Aldeghi, ha messo in atto una ben determinata attività a supporto di istanze per la salvaguardia di luoghi della montagna lombarda minacciati da progetti di turistificazione invernale e estiva particolarmente impattanti dal punto di vista ambientale.
Di questi temi e dell’emblematico caso di Colere-Lizzola ne ho parlato proprio con il presidente Aldeghi per “L’AltraMontagna” (cliccate sull’immagine per leggere l’intervista):
È parecchio desolanteleggere le parole del Sindaco di Sondrio, riferite dalla stampa, circa il “no” della Soprintendenza del Ministero della Cultura alla realizzazione dello svincolo in località Sassella, alle porte della città – un grande viadotto stradale di cemento armato a pochi metri da un bene storico-architettonico medievale identitario per i sondriesi, peraltro opera olimpica per Milano-Cortina 2026 ma ennesima in grandissimo ritardo – perché, scrive la Soprintendenza,
L’intervento è tale da incidere negativamente, in misura che rimane molto sensibile, sui valori paesaggistici espressi dalle presenze antropiche e naturali.
«La rotonda della Sassella si farà e sarà costruita secondo il progetto che ha concluso il lunghissimo iter procedurale» dice il Sindaco di Sondrio: lo chiedono i cittadini e il parere della Soprintendenza non è vincolante, sostiene. Una giustificazione, la prima, spesso addotta dalla politica che appare a vario titolo dissociata dal territorio che amministra: ce lo chiede la gente! Ma ciò può giustificare anche il voler realizzare a tutti i costi dei progetti palesemente sbagliati, pur di poter dire di averli fatti?
Non conta più, evidentemente, il fare le cose per bene, che dovrebbe essere uno degli obiettivi fondamentali e indiscutibili di chi amministra i territori: conta il «far su» (cito Giuseppe “Popi” Miotti, decano delle guide alpine valtellinesi, uno che la zona la conosce come pochi altri), tanto per fare qualcosa di spendibile elettoralmente senza curarsi di ciò che possa comportare. Non è certo questa la politica attenta ai bisogni e alle istanze dei territori, semmai è quella disattenta al buon senso e alla visione del futuro, ecco.
Il nodo stradale della Sassella, tra i più trafficati della Valtellina, va sistemato, nessuno lo nega: tuttavia, ripeto, questo non può giustificare che lo si faccia così malamente per di più degradando un luogo certamente già antropizzato ma non nei modi insostenibili che il progetto imporrebbe.
D’altro canto – l’altra giustificazione addotta dal Sindaco sondriese per andare avanti con il progetto – il parere della Soprintendenza non è vincolante. Cosa tanto vera quanto assurda e, ahinoi, molto italiana: si dà incarico a un organo tecnico pubblico di sovraintendere (appunto) alla salvaguardia del paesaggio e alle opere in esso previste – un soggetto quanto mai fondamentale, in un paese come l’Italia così ricco di beni culturali e paesaggistici – ma si stabilisce che i pareri emessi non sono vincolanti.
Che senso ha?
[La zona che sarebbe interessata dal nuovo viadotto per come la si vede in Google Maps. Il santuario della Sassella chiaramente è quello che si vede appena sopra la strada.]D’altro canto l’Italia è questo: il paese dei pareri tecnici non vincolanti, delle deroghe ai regolamenti, delle tutele che non tutelano (ricordate il Lago Bianco al Gavia?), dei condoni e delle scappatoie, del fare le leggi per trovare gli inganni, delle eccezioni e delle emergenze eccetera. Poi ci sorprendiamo ancora se un po’ ovunque ci troviamo davanti agli occhi innumerevoli scempi e disastri ambientali e paesaggistici per giunta senza che a nessuno si possano imputare colpe e responsabilità?
Una situazione veramente desolante, lo ribadisco.
N.B.#1: ribadisco di nuovo che le mie considerazioni non hanno nulla di riferibile a qualsivoglia parte politica – ambito dal quale sono lontanissimo come Plutone dal Sole – ma nascono da riflessioni puramente culturali legate al mio studio del paesaggio alpino. Purtroppo tanto il buon senso quanto il far su non sono esclusiva di questa o quella parte politica, in Italia.
N.B.#2: sarebbe una gran bella cosa se gli amministratori pubblici, quelli della Valtellina e con loro tutti gli altri, rileggessero e studiassero a fondo ciò che sul paesaggio e la sua salvaguardia scrisse decenni fa un grandissimo valtellinese, Antonio Cederna:
[Veduta di Riale, la frazione più settentrionale del comune di Formazza. Foto di Ruggero Domenichini su Unsplash.]Oggi 19 marzo a Formazza, nell’omonima valle delle Alpi Lepontine (provincia del Verbano-Cusio-Ossola), viene presentata la Carta dei Valori Walser, un documento che costituisce un nuovo ed importante riferimento per la salvaguardia delle Alte Terre, un elenco di indicazioni e riflessioni che prende spunto dalla storia del popolo Walser ed è rivolto a chi si avvicina alla montagna e a chi già vive in montagna e di montagna.
Realizzata dall’Associazione Sudwalserverein – Walser del Sud delle Alpi, che riunisce le associazioni culturali delle Comunità Walser piemontesi di Formazza, Premia, Baceno, Macugnaga, Campello Monti, Rimella, Carcoforo e quelle valdostane di Gressoney-Saint-Jean e Gressoney-La-Trinité, e curata da Riccardo Carnovalini, la Carta rappresenta a mio parere una meravigliosa e esemplare attestazione di attenzione, consapevolezza, sensibilità, cura, visione e amore non solo verso i territori montani storicamente abitati dalla comunità Walser italiana ma nei confronti di tutte le nostre montagne, condensata in un documento composto da «10 riflessioni e qualche suggerimento per vivere e salvaguardare i territori montani prendendo spunto dalla cultura e dalla storia Walser».
Come si legge nella presentazione della Carta, è un decalogo pensato per abitanti e ospiti, dove l‘ospite è sia colui che accoglie e sia chi viene accolto. Ecco perché, in alcuni punti della Carta, le comunità e gli ospiti sono affiancati, in un “botta e risposta“ che coinvolge entrambi per un futuro in cui ambiente, cultura ed economia convivano armoniosamente.
[Veduta di Ponte, nucleo principale del comune di Formazza. Immagine tratta da www.distrettolaghi.it.]La Carta dei Valori è il frutto di 7 incontri delle Comunità Walser, oltre 20 ore in presenza e online, con la partecipazione di 200 persone e 2000 chilometri condivisi: l’esito di un lavoro collettivo di raccolta di idee, stesura, revisione e messa a punto perché possa accogliere e rappresentare la visione di tutte le Comunità – rappresentando a sua volta, aggiungo io, il risultato concreto dell’interlocuzione costante tra gli abitanti della montagna che risulta la base fondamentale per la miglior gestione possibile delle terre alte nella realtà in divenire, ovvero la manifestazione di quel senso di comunità in costante costruzione e evoluzione che come niente altro dà vita e vitalità alle nostre montagne, ovunque si trovino.
Con la Carta dei Valori – si legge invece nella premessa – le Comunità Walser che hanno a cuore il proprio futuro vogliono contribuire a salvaguardare il patrimonio culturale e paesaggistico originato nel XIII secolo dalle migrazioni progressive dall’alto Vallese, e arrivato fino a oggi con l’importante ricchezza delle conoscenze e dei valori che sono tuttora attuali e utili per affrontare le sfide del nostro tempo.
[Il paragrafo 05 della Carta. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]Non è un ritorno al passato, non più riproducibile né auspicabile nella realtà di oggi, ma è la cultura Walser che diviene guida per il riconoscimento dei limiti ambientali e degli equilibri col territorio, e per le qualità e le aspirazioni delle persone e delle Comunità.
Sono tanti i valori di fondo del passato Walserda coniugare col presente, tra i quali l’adattamento, la resistenza, la frugalità, il rispetto, la collaborazione, la cooperazione, la solidarietà, la familiarità, l’accoglienza, la responsabilità, la consapevolezza, la conoscenza, la creatività, la qualità, la durevolezza, la bellezza, la salvaguardia, la sostenibilità.
È necessario salvaguardare il patrimonio culturale e paesaggistico per il futuro delle Comunità Walser perché:
– è lo specchio della nostra identità e del modo di vivere ad alta quota, adattandoci in ambiente avverso e aiutandoci nelle difficoltà, tra una breve stagione buona e il lungo inverno di sopravvivenza con le scorte accumulate;
– contribuisce a contrastare lo spopolamento e a favorire la resilienza delle Comunità;
– preserva la biodiversità e la qualità delle valli;
– custodisce il nostro paesaggio storico, che è l’esito dell’armonizzazione tra esigenze umane e ambiente alpino;
– è fondamentale per lo sviluppo sostenibile che non esaurisce le risorse ed è in grado di generare economia di pace per le generazioni presenti e future;
– dà forma all’ospitalità delle terre Walser.
Ecco: intuirete già compiutamente quanto emblematica e illuminante sia la Carta dei valori, e quanto risulti esemplare per la capacità di indicare un’efficace strategia, ben radicata nel passato ma assolutamente contemporanea tanto quanto protesa al futuro, per la vita nelle terre alte e per il benessere armonico dei territori e delle genti che li abitano. Un modello prezioso da studiare, comprendere e al quale ispirarsi contestualizzandolo nel caso in ciascun territorio di montagna che voglia e sappia manifestare una simile sensibilità culturale, sociale, civica, politica, ambientale.
[La cascata del Toce, in località Frua. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Un documento di grandissimo valore, insomma. Ringrazio di cuore l’amico Riccardo Carnovalini che me lo ha fatto conoscere in anteprima e mi ha donato il privilegio di studiarne l’importanza facendone uno “strumento didattico” prezioso riguardo la realtà attuale e futura dei territori montani. Mi auguro che tale possa esserlo anche per moltissimi altri abitanti, residenti e frequentatori più o meno assidui, ma comunque appassionati e consapevoli, delle nostre montagne.
Per leggere e scaricare (in pdf) la Carta dei Valori Walser cliccate sull’immagine in testa all’articolo.