




Le località sciistiche al tempo del coronavirus, che ne ha imposto la chiusura e, in pratica, la fine anticipata della stagione turistica: se già molte di esse sono da anni in gravissimo deficit economico e sopravviventi solo grazie a contributi pubblici e bilanci “creativi”, tale chiusura obbligata rappresenterà per non poche di loro una tremenda mazzata, forse letale, che ne allungherà di molto l’elenco già esteso. Tuttavia, anche senza di questa, è evidente come sempre di più la presenza dell’industria dello sci sulle montagne sia diventata vieppiù antitetica con lo stato di fatto in quota, in primis per i cambiamenti climatici in atto, che riducono gli apporti nevosi e ne aumentano sempre più la quota, ma pure perché il comparto dello sci su pista si basa ancora grandemente su modelli e strategie turistiche ormai superate e non più valide, perpetrate soltanto per difendere piccoli interessi di parte e tornaconti ormai ingiustificati. Spiace dirlo – a loro – ma molte stazioni sciistiche sulle nostre montagne non hanno più senso, e vederle in attività con tutta la pressione antropica, ambientale, economica cagionata a territori montani in evidente difficoltà ecologica è veramente qualcosa di biasimevole.
Or dunque, voglio chiedere: se anche per tale ambito l’emergenza coronavirus rappresentasse l’occasione per un autentico cambio di paradigma, invocato già da anni da più parti attraverso appelli pressoché inascoltati, al fine di smetterla con quei modelli divenuti fallimentari e divoratori di soldi pubblici che potrebbero essere spesi molto meglio sui monti, a beneficio delle genti che li abitano e li mantengono ancora vivi – non solo economicamente ma anche socialmente e culturalmente – nonché a vantaggio indispensabile dell’ambiente e del paesaggio montani, che i cambiamenti climatici rendono ancor più delicati e fragili di quanto già non siano per propria natura?
D’altro canto, ribadisco, il turismo dello sci su pista ha già superato da qualche tempo il bivio tra sopravvivenza e fine certa, una bipartizione determinata soprattutto dal riscaldamento globale per la quale tutte le stazioni sciistiche aventi comprensori posti sotto i 2000 metri di quota hanno imboccato la strada della chiusura inevitabile senza alcuna possibilità di retromarcia – come quella che molti credono rappresentata dalla neve artificiale, in realtà il modo migliore per tirare grandi zappate sui piedi di stazioni sciistiche già zoppe e barcollanti.
Quindi, se cambiamento dev’essere – e non può che esserlo, vista la situazione – che sia realmente paradigmatico e basato su principi rigorosi ovvero rigorosamente innovativi o, se preferite, rivoluzionari. Per restare in attività garantendo buona salute a se stesse e ai territori in cui operano (in senso generale: economico, sociale, culturale, ambientale, eccetera) le stazioni sciistiche – mi permetto di proporre – dovrebbero:
Ecco: tutti i comprensori sciistici non in grado di attuare tali riconversioni dovrebbero essere chiusi, e le località dedicate espressamente al turismo non meccanizzato, che peraltro è un comparto in grande espansione che senza dubbio rappresentare il futuro della fruibilità sostenibile sui monti, certamente in grado di soppiantare economicamente lo sci su pista. D’altro canto, i comprensori non in grado di evolvere come detto sono quelli comunque destinati a chiudere a breve: per mancanza di neve, per inadeguatezza ecologica e ambientale degli impianti, per insostenibilità finanziaria, per gestione economica errata e dissociata dalla realtà.
Non è più un questione di “se” e di “ma”: come rimarcato, il tempo delle scelte si è già esaurito da un pezzo. Ora contano soltanto la doverosa cognizione dello stato di fatto, l’onestà intellettuale e professionale, la coerenza e la fine d’ogni arroccamento egoistico, l’azione concreta e virtuosa, la capacità di visione futura. Il buon senso, insomma, di chi ha veramente a cuore la montagna, in ogni suo aspetto.
N.B.: cliccando sull’immagine in testa al post potrete leggere il dossier NeveDiversa 2020, redatto da Legambiente che tratta con grande obiettività de «Il mondo dello sci alpino nell’epoca della transizione ecologica: dismissioni, abbandoni, chiusure, accanimenti terapeutici, mix di tradizione e innovazione, tentativi di riconversione e buone pratiche di turismo soft». Da leggere assolutamente.

“Sclero”, sì, voce del verbo transitivo gergale sclerare.
Il che mi fa pensare che a casa loro non abbiamo nulla di interessante da poter fare, buoni libri da leggere, hobby da praticare o che i rapporti interfamiliari non siano esattamente i migliori, ecco.
Be’, mi viene da dire che «andrà tutto bene» anche per loro, me lo auguro, ma in loro qualcosa è andato tutto male o quasi, già.
Gli amici di Patrimonio Cultura hanno messo in atto un’iniziativa tanto lodevole quanto necessaria: un appello rivolto a tutti a sostenere anche la cultura, in questo periodo così difficile per tutti, ora soprattutto in senso sanitario ma poi, quando l’emergenza sarà passata, inesorabilmente in senso economico e dunque sociale.
Io ho firmato, spero lo facciate anche voi.
È uno di quei tanti minimi gesti che non costa nulla fare e che possono generare solo benefici. Per tutti, perché la cultura è di tutti e per tutti, e noi tutti siamo cultura.
Di seguito una parte dell’appello, che potete leggere nella sua interezza e firmare cliccando sull’immagine in testa al post.
L’emergenza Corona Virus che vede in prima linea gli operatori medici e sanitari impone che tutti gli sforzi debbano essere prioritariamente convogliati in ambito medico e assistenziale.
Pur tuttavia, le recenti disposizioni hanno imposto uno stop forzato alle attività di tutte le organizzazioni e istituzioni culturali. Questa situazione sta già producendo e produrrà enormi danni di natura economica, oltre che sociale, che renderanno ancora più difficile la sfida della sostenibilità per le organizzazioni culturali.
Stiamo assistendo, infatti, all’annullamento di spettacoli, festival ed eventi, alla cancellazione di impegni con artisti e operatori culturali, al blocco degli accessi ai musei e ai luoghi di cultura, ma, allo stesso tempo, ad un fisiologico calo di visitatori nel nostro Paese, da tutto il mondo.
Con spirito di grande entusiasmo e tenace creatività, alcune organizzazioni culturali si stanno reinventando per comunicare e coinvolgere il loro pubblico al di là della presenza in loco, in un importante e collettivo storytelling della nostra storia, arte ed identità.
Tuttavia questo non basta.
Come professionisti della cultura, della comunicazione e del fundraising crediamo che ciascuno, dallo Stato ai cittadini, dalle imprese alle istituzioni, debba e possa reagire in modo propositivo per avversare questa crisi e sostenere questo settore strategico e identitario del nostro Paese.
Questo è il momento di stare vicino alle nostre organizzazioni culturali. La cultura, con le sue declinazioni di turismo e indotto, è il principale asset dell’Italia e, in quanto tale, svolgerà un ruolo fondamentale nella ripresa dall’emergenza Coronavirus. Ma solo se adesso, nel momento di maggiore crisi, manifestiamo tutti la volontà di sostenere le nostre organizzazioni culturali. […]
Sostenere la cultura in questo momento vuol dire investire sulla ripresa del nostro Paese dopo questa emergenza. Perché il Coronavirus passerà, ma la cultura italiana resisterà, con tenacia e determinazione. Lo fa da oltre duemila anni contro ogni paura, attacco, crisi e difficoltà.
P.S. (Pre Scriptum): questo articolo l’ho scritto prima che “scoppiasse” l’emergenza coronavirus. Lo dico nel caso qualcuno ci volesse trovare riferimenti alla situazione attuale: se ci sono, sono certamente casuali.
C’è un principio, nella psicologia applicata alla gestione delle strutture gerarchiche, che sembra scritto apposta per l’Italia e per molti ambiti della vita istituzionale e pubblica (ma non solo) italiani: è il cosiddetto Principio di Peter, dal cognome dello psicologo canadese Laurence J. Peter, che lo formulò nel 1969 pubblicandone poi i dettagli in un libro intitolato proprio The Peter Principle, di grande fortuna editoriale in America.
Il principio, apparentemente paradossale – ma, appunto, apparentemente, in verità del tutto razionale in forza della sua oggettività nel rappresentare un diffuso vulnus nelle comunità sociali strutturate – dice:
«In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza.»
Tuttavia il paradosso del principio diventa effettivo, in tutta la sua prorompente gravità, negli ambiti in cui le salite lungo scale gerarchiche venga determinate non più da competenze effettive ma da altri fattori che riescono a metterle in posizione secondaria. In poche parole: la politica odierna, nella quale i “leader” non sono più le figure più capaci e più preparate ma quelle che si sanno vendere meglio, spesso proprio sfruttando la loro incompetenza attraverso – ad esempio – sparate propagandistiche che si possono diffondere grazie alla rispettiva incompetenza culturale presente nell’opinione pubblica, che impedisce di svelare quelle sparate per ciò che quasi sempre effettivamente sono, delle gran scempiaggini.
In pratica, il Principio di Peter rappresenta un concetto antitetico, nelle strutture delle comunità democratiche, a quello di “meritocrazia”, che per certi ambiti non sarebbe a sua volta esente da critiche ma che per situazioni sociopolitiche parecchio degradate come quella italiana rappresenterebbe una buona soluzione al fine di rimettere in equilibrio le cose e promuovere un successivo sviluppo maggiormente virtuoso.
Guarda caso, in Italia il libro Il Principio di Peter (del quale in cima al post vedete la copertina originaria e quella dell’edizione più recente americane) non ha goduto di gran fortuna e oggi risulta fuori catalogo e non disponibile. Guarda caso, eh!