Una perla, o un briccone

Il mondo giudica gli uomini non dalle prove, ché non ha il tempo di ricercarle, ma dalle apparenze, onde poco basta a passare per una perla e pochissimo per un briccone.

(Aristide Gabelli, Pensieri, ed.orig. Fratelli Drucker Editori, 1892.)

Non so, ma mi pare che un pensiero come questo di Gabelli sia piuttosto consono, in questi giorni virulentemente difficili.

Una buona risposta, almeno

Se non fosse per la situazione sanitaria tremenda vissuta ormai a livello planetario, in questi giorni avremmo la prova pressoché ineluttabile a sostegno della risposta a una domanda che ci si pone da tempo senza però che si agisca di conseguenza, in primis a livello politico: come si potrebbe risolvere, o almeno attenuare, il gravissimo inquinamento dell’aria nel Nord Italia e nelle altre zone che ne subiscono gli effetti?

[Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per aprirne la fonte.]
Ecco.
Cito, da questo articolo de “Il Post“:

Emanuele Massetti, un ricercatore della Georgia Tech University che si occupa degli effetti sull’economia del cambiamento climatico, ha detto al Washington Post: «Penso che dipenda soprattutto dall’assenza di automobili con motori diesel per la strada. Mi aspetto che l’inquinamento diminuisca ancora con la dispersione e l’assorbimento del particolato nell’atmosfera. Tra qualche giorno nel Nord Italia sperimenteranno l’aria più pulita di sempre».

Ci si ricorderà di questa immagine, e dei dati scientifici relativi, quando l’emergenza coronavirus sarà passata?
C’è da sperarlo. Esserne certi è troppo, temo, resto inesorabilmente scettico al riguardo. Ma, appunto, chissà.

Il coronavirus e la teoria della relatività

Ringrazio di cuore Toni Farina, membro del Consiglio Direttivo del Parco Nazionale Gran Paradiso e storico esponente di Mountain Wilderness Italia, per avermi concesso l’assenso alla pubblicazione di questo illuminante testo, tratto dalla sua pagina Facebook: parole essenziali ma alquanto potenti per questi tempi “eccezionali” in senso negativo, e per territori che eccezionali lo sono sempre, in senso positivo.
La foto è tratta dal corredo di immagini dell’articolo su Facebook.
Buona rapida lettura e buone
prolungate riflessioni!

Noasca, il corona virus e la teoria della relatività

Mi è capitato sui social (e non solo) di polemizzare amichevolmente con gli abitanti delle “terre alte” sul tema “si vive meglio in pianura o in montagna”. Sempre in modo leggero e costruttivo, anche perché il tema a mio parere è abbastanza sterile. E più che altro tutto è (abbastanza) relativo.
Insomma, la relatività non è (solo) una teoria.
Ci pensavo ieri osservando dalla pianura lo straordinario arco di montagne che, complice la giornata super-limpida, si offriva alla vista e alla vita.
Una meraviglia, ma allo stesso tempo una beffa.
Una (sopportabile) sofferenza per noi ammalati di montagna.
Guardare ma non toccare, è però la regola, sancita da un decreto. Regola valida per bimbi e adulti.
Soprattutto adulti…
E allora mi sono venuti in mente i (pochi) abitanti di Noasca, per i quali la regola “non uscire dal proprio comune” assume una valenza particolare. Certo diversa dagli abitanti dei borghi di pianura. Valenza che li accomuna agli abitanti di Locana e Ceresole e, in genere, alla gran parte dei comuni di montagna.
Ma Noasca ha un privilegio (se così si può definire): il territorio del comune si spinge sulla cima del Gran Paradiso.
Da 1000 a 4000 metri!
Noasca. Non offre l’impatto visivo della real Ceresole, con le dentate e scintillanti vette di carducciana memoria. Al contrario, se ne sta lì infossata nella valle, con aggettanti scudi di gneiss che incombono sul campanile.
E quella cascata che pare arrivare da chissà quali altezze.
Da chissà quali mondi.
E suggerisce viaggi. Noaschetta, Ciamosseretto, Roc… Fortunati gli abitanti di Noasca.
Relativo?

L’insicurezza degli artisti

Credo che gli artisti tendano a parlare troppo del proprio lavoro dimostrando, così facendo, insicurezza nei confronti della propria opera, come se non parlasse abbastanza per loro già questa.

(Tom Verlaine intervistato da Davide Sapienza in Attraverso le Terre del Suono, Edizioni Underground?, 2019, pagg.142-143.)

Questa affermazione di Tom Verlaine – raccolta dal leggendario geopoeta rock Sapienza – me ne fa venire in mente un’altra, simile nella sostanza, di scrittore Patrik Ouředník – ne parlai tempo fa qui – il quale sostiene che i libri dovrebbero essere pubblicati senza il nome dell’autore sulla copertina ma con solo una sigla, come fosse una “targa”, così che l’editore e solo lui possa conoscere chi ne sia l’autore e corrispondergli i soldi in banca nonché, soprattutto, perché i libri possano vivere di vita propria e non di quella riflessa dalla notorietà più o meno (ma quasi sempre più) mediatica dei loro autori. I quali spesso si dimenticano che quelli “famosi” e conseguentemente celebrati devono essere i libri che hanno scritto, non loro, perché se invece così accade – e accade quasi sempre, nell’editoria mainstream contemporanea – c’è qualcosa che non va affatto bene. In primis in loro stessi e nella loro effettiva “solidità” autorale letteraria, ecco.