Egovirus

[Henri Poincaré, foto tratta da “Popular Science Monthly”, vol.82. Pubblico dominio, fonte: qui.]
Il professor Mario Capizzi, docente accademico e fisico di chiara fama, ha pubblicato sulla propria pagina facebook – lo scorso 2 giugno – alcune riflessioni che trovo ottime nel descrivere certe situazioni venutesi a creare – anzi, che sono state generate a seguito dell’emergenza per il coronavirus, e che a mia volta, pur da un punto di vista differente e assai meno prestigioso, ho riscontrato. Punto di vista, il mio, che potrei riassumere in modi assai spicci così, prendendo a prestito un noto proverbio: chi non sa tacere, non sa parlare. Ovvero, non sa dire cose importanti, ma dice tanto per dire e mettersi in mostra, quando invece il silenzio, almeno finché non c’è qualcosa di importante da dire, sarebbe molto meglio. E lo dico da scientista, per la cronaca.
Poi, certo, si tratta di un circolo per nulla virtuoso che i media s’impegnano assai a far girare in modo così pericolosamente vorticoso (clic), ma da certe figure di cultura evidente ci si dovrebbe aspettare una maggior attenzione e sagacia, quanto meno. Ecco.

In ogni caso, la parola al professor Capizzi:

In questi tempi in cui epidemiologi e virologi di più o meno chiara fama si affannano a sostenere le tesi più disparate su qualsiasi mezzo di comunicazione che permetta di soddisfare il loro ego e desiderio di visibilità e fama, non posso non ricordare una citazione di Henri Poincarè: “Dubitare di tutto, o credere a tutto, sono due soluzioni altrettanto comode, che ci dispensano entrambe dal riflettere.” Ricordo la fine degli anni 80 del secolo scorso quando la scoperta dei superconduttori ad alta temperatura critica aveva spinto chimici e fisici ad abbandonare quanto stavano facendo, più o meno bene, per rincorrere il treno in corsa cercando di salirci prima che avesse preso troppa velocità. Ne conseguirono una marea di articoli, una grandissima parte degni di oblio, e una corsa a enunciare la propria Verità su giornali e radio pubbliche e private prima che su riviste e congressi scientifici. Infatti, allora come ora, era molto più facile fare osservazioni e dichiarazioni senza contraddittorio, piuttosto che su riviste scientifiche soggette a “peer review” o a congressi scientifici di fronte a sostenitori di tesi diverse. Ricordo poi un’altra citazione di Henri Poincarè “La scienza è fatta di dati, come una casa di pietre. Ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa” solo per far notare che attualmente i dati stessi sul Covid sono incerti, presi con metodiche non omogenee, quando non ignote, in disaccordo spesso fra loro. Pertanto fare dichiarazioni pubbliche in questo campo è spesso solo un modo per cercare una facile ma effimera pubblicità, nel migliore dei casi, non certo per contribuire a una divulgazione scientifica basata su una ricerca che si dovrebbe supporre essere almeno seria.

“Viva” Trump!

Bisogna proprio ammetterlo: tra tutti i presidenti della storia degli Usa, Donald Trump è veramente il migliore.

Per gli antiamericani, già.

I quali non possono che sperare che venga rieletto: perché, se ciò accadrà, ci sono ottime probabilità che entro la fine del suo secondo mandato l’America sul piano internazionale non conti quasi più nulla, e che su quello interno finisca per implodere in preda al caos sociale.

In fondo, resta assolutamente valido quel pensiero di Ezra Pound di almeno mezzo secolo fa:

Come mi sono trovato in manicomio? Piuttosto male. Ma in quale altro posto si poteva vivere in America?

(Da Aforismi e detti memorabili, a cura di G. Singh, Newton Compton, Roma, 1993.)

N.B.: l’immagine in testa al post è tratta dalla pagina facebook di quel genio di Terry Gilliam – un Python, d’altronde.  Cliccateci sopra per leggere il post originario.

40 milioni per i libri

[Foto di Phil Hearing da Unsplash.]
Leggo sul web che «Il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo ha firmato questa mattina (4 giugno, n.d.s.) due decreti del valore complessivo di 40 milioni di euro per sostenere le librerie e l’intera filiera dell’editoria. I 40 milioni di euro sono ripartiti in due decreti: il primo, del valore di 10 milioni di euro, che rafforza il “Tax credit librerie”, la misura introdotta nel 2017 per sostenere le librerie, soprattutto le più piccole e indipendenti, attraverso un credito d’imposta parametrato agli importi pagati per Imu, Tasi, Tari, imposta sulla pubblicità, tassa per l’occupazione di suolo pubblico, spese per locazione, mutui, e contributi previdenziali e assistenziali del personale dipendente. Il secondo, del valore di 30 milioni di euro, che prevede un acquisto straordinario di libri da parte delle biblioteche dello Stato, delle Regioni, degli enti locali e degli istituti culturali che potranno arricchire i cataloghi acquistando il 70% dei nuovi volumi in almeno 3 librerie presenti sul proprio territorio» (potete leggere la notizia completa, almeno dove io l’ho trovata, qui).

Se non si tratta della solita propaganda politicoide italiota, di quella fatta tanto da parole bellissime quanto da risultati concreti prossimi all’insignificante (lo so, sto mettendo le mani avanti, ma visto l’ambito di cui sto dicendo non si sa mai dove si va a finire e, quando pur si vada a finire da qualche parte, non è quasi mai un “bel posto”), mi sembra un’iniziativa finalmente virtuosa, almeno nelle intenzioni e al di là della sua più o meno congrua dotazione finanziaria, e che altrettanto finalmente pone attenzione e considerazione nei confronti di un comparto che per troppo tempo, e nonostante la sua importanza socioculturale, è stato lasciato solo con se stesso in balia di “squali commerciali” sempre più grandi e voraci, provocando ciò numerose (ovvero) troppe vittime.

Non resta che sperare che i bibliotecari italiani comprendano la suddetta virtù e se ne facciano ben ispirare per aiutare il settore delle librerie indipendenti e dei piccoli e medi editori, tra quelli più in difficoltà in forza della situazione generata dal coronavirus e, d’altro canto, quello che sovente, nella produzione editoriale italiana, sa offrire prodotti di alta e ormai rara qualità sia letteraria che tipografica. In fondo sarebbe bello che quest’opportunità diventasse un’ulteriore elemento per la creazione di quella necessaria rete (imprenditoriale, culturale, geografica), tra gli attori indipendenti del mercato editoriale italiano quanto mai preziosa per salvaguardarsi e contrastare con adeguata forza (ma senza nessuna stupida e inutile guerra, il cui epilogo sarebbe già scritto) la grande editoria e la relativa distribuzione.

Certo al riguardo c’è ancora molto da fare, in Italia – più che in altri paesi europei, purtroppo – ma, come si dice, se pur la vetta pare lontana ogni passo compiuto può portare sempre più in alto, a respirare aria meno stantia e più pura.

Se invece

[Foto di Drew Beamer su Unsplash.]
E se invece l’umanità avesse sfruttato meglio certe opportunità capitatele davanti la cui potenzialità non ha saputo o voluto comprendere, o se non avesse perso lustri della sua storia provocando catastrofi terribili che ogni volta hanno come fermato il corso del (suo) tempo ritardando l’evoluzione della civiltà se non in certi casi danneggiandola?

Forse, saremmo già non solo su Marte ma su chissà quanti altri lontani pianeti extrasolari, forse avremmo sconfitto da tempo malattie che ad oggi uccidono migliaia di individui, forse avremmo una scienza in grado di inventare cose che nemmeno sui migliori libri di fantascienza sono state concepite capaci di risolvere problemi ed evitarci pericoli, e forse avremmo una società culturalmente, civilmente ed eticamente ben più evoluta di quella in cui viviamo.

Già, forse – a volte mi viene da riflettere – la storia dell’uomo non è in realtà una narrazione di grandi invenzioni, scoperte, conquiste, ma una lunga cronaca di occasioni perse, scritta tra le righe d’un libro le cui pagine compiliamo in modo fin troppo autoreferenziale esaltando cose certamente meravigliose, ma ciò anche per non dover riconoscere altrettante sconfitte, insuccessi, disastri, tragedie – queste, ineluttabilmente registrate dalla storia ma troppo spesso dimenticate nelle loro verità e in ciò che hanno da insegnarci, dunque rese formalmente invisibili o quasi.

Ecco, mi chiedo: a che punto saremmo, della nostra evoluzione di esseri umani, se non avessimo perso troppo del nostro tempo per danneggiarci reiteratamente, peraltro continuando a perderne, di tempo, senza alcuna apparente volontà di redenzione ma soltanto di costante e superficiale autoindulgenza?