Contro un muro! (Repetita iuvant)

P.S. (Pre Scriptum): torno su una mia vecchia ma ineluttabile battaglia, quello contro la maleducazione stradale in generale dell’automobilista italiano medio, che si manifesta fin da mancanze apparentemente banali eppure emblematiche, oltre che concretamente pericolose, come il non utilizzare la freccia alle svolte. Un gesto minimo tanto quanto a suo modo sinonimico della definizione di “senso civico” proprio in forza della sua pochezza che d’altro canto, per lo stesso principio, identifica chiaramente la natura di chi non lo compie e la considerazione che si merita. Quanto meno da parte dello scrivente, il quale resta un maledetto e inguaribile idealista, lo so.

“Cari” automobilisti italiani* che vi ostinate a non utilizzare quasi mai gli indicatori di direzione alle svolte (mancanza che, sia chiaro, trovo di una maleducazione oltre che di una pericolosità estreme), almeno siate coerenti: arrivate a un incrocio, una strada va a destra, una va a sinistra e voi per svoltare nell’una o nell’altra direzione non usate alcuna “freccia”**? Bene, allora andate dritti! Soprattutto se, di fronte a voi, c’è un solido muro di cemento, ecco. Siate coerenti, ribadisco, e abbiate il “coraggio” delle vostre azioni: gli altri automobilisti, quelli educati e rispettosi della sicurezza propria e altrui, non potranno che felicitarsene. Già.

*: voi più di quelli degli altri paesi, sì. Lo posso sostenere per esperienza ormai lunga e ben assodata.

**: oh, forse che crediate che a dire “freccia” si intenda quella degli “indiani” contro i cowboy? No, sappiate che non è quella. No.

Come compatrioti sterminati

Quello deve essere stato uno degli ultimi orsi della regione. Verso la fine del secolo erano praticamente estinti. Lupi e linci ci avevano lasciato la pelle già prima, adesso era la volta degli orsi. Che smania avevano gli uomini di eliminarli. Avevano paura per i loro animali domestici? Per le pecore e le capre che spesso effettivamente erano vittime del loro appetito? O si trattava piuttosto di un impulso irrazionale: eliminare, cacciare, brama di persecuzione, un po’ come certi popoli che possono provare piacere a eliminare dei compatrioti d’altra etnia?

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.77.)

Compatrioti: è assai interessante che Peer utilizzi questo termine per mettere in relazione, seppur indiretta ma senza dubbio emblematica, uomini e orsi. Gli uni e gli altri abitanti degli stessi monti, razze diverse e separate ma ciascuna delle quali ha costruito nel tempo la propria comunità alpestre resiliente, su quei monti, dunque comunque per molti versi accomunate in un’unica “storia geografica” peculiare. Finché, come riflette Peer, l’uomo ha rotto la propria relazione armonica con il resto del mondo naturale autoeleggendosi razza dominante e soverchiante, così da arrogarsi il diritto – impulsivo e irrazionale anche perché dall’uomo ritenuto addirittura “piacevole” ovvero appagante la propria brama di dominio, appunto – di perseguitare, eliminare, cacciare, sterminare altre creature i cui diritti di presenza e di sussistenza su quei monti erano gli stessi, non certo minori o secondari perché generati da una comunità inferiore (anzi!), fino al punto di annientarle totalmente.

Ora, persino considerando la necessità di proteggere i propri animali e le proprie cose o i bisogni sussistenziali, non è sul serio un comportamento terrificante e totalmente folle, quello che troppo spesso gli uomini hanno manifestato, e purtroppo di frequente manifestano ancora, nei confronti dei “compatrioti” viventi nei loro stessi territori?

Mega-panchine e “mini turisti”

Fabio Balocco, nel suo blog su “Il Fatto Quotidiano”, esprime la propria netta opinione contro le “mega-panchine” spuntate un po’ ovunque, in Italia e altrove, in montagna ma non solo lì, definendole, con un noto e comprensibilissimo termine ligure, «belinate» ovvero «L’ennesimo sfregio alla natura per sottolineare il potere dell’uomo» (cliccate sull’immagine per leggere il suo articolo).

Tali mega-panchine fanno parte di una “categoria” di installazioni – insieme a maxi-altalene, piattaforme panoramiche, ponti tibetani, eccetera – apparentemente pensate (secondo chi le promuove e installa) per “valorizzare” i luoghi in cui vengono piazzate e il paesaggio relativo.
A parte che, nella forma, tali opere possono essere valutate e percepite in modi differenti – le altalene sembrano anche simpatiche, per dire – e a parte che non si capisce bene perché una panchina per ammirare il panorama debba essere “mega”, dato che non c’è solo di mezzo l’aspetto suggestivo di un oggetto comune ingigantito e per questo attraente (mi vengono in mente i SUV, al riguardo, che più sono grandi, potenti, lussuosi, più diventano e appaiono “status symbol” ammirati da tanti), e poste le considerazioni alquanto interessanti che rimarca Balocco nell’articolo sopra linkato, la questione che io piuttosto pongo è la seguente: perché ci deve essere sempre bisogno di qualcosa di artificiale (e spesso di decontestuale, di impattante, di rozzamente ludico, appunto) per scoprire realtà, sensazioni, emozioni, bellezze che sono già bell’e pronte da fruire e godere con un minimo di sensibilità? Perché altrimenti molti non le godrebbero, alcuni rispondono: ma non è affatto una buona giustificazione, questa, anzi, è sostanzialmente un voler dire, a quelle persone: siccome siete scemi, avete bisogno di qualcuno/qualcosa che vi dica come sollazzarvi, in questo luogo. Sono installazioni che trattano i loro fruitori come bambini piccoli e un po’ stupidi che devono essere accompagnati e guidati per far sì che facciano o capiscano qualcosa – come osserva bene anche Balocco.

E in effetti è proprio così: con opere del genere – che, ribadisco, possono anche sembrare piacevoli, in certi casi, ma la “forma” è solo la radice della “sostanza” del problema – non si educheranno mai le persone a riconoscere e comprendere il valore delle bellezze e delle peculiarità del luogo in cui si trovano, ma le si banalizzerà continuamente facendone meri oggetti da consumare, facilmente e rapidamente, pensando solo al proprio vacuo divertimento e non a quanto di autentico quei luoghi possono lasciare in chi li vive consapevolmente. Un «wow!», un “brivido”, un selfie postato sui social e lì dimenticato e fine. Proprio come al luna park: provata una giostra e una volta divertiti su di essa, si passa a quella seguente e amen. È il modo migliore per non imparare nulla dal luogo e dalle sue peculiarità e scordarsele alla svelta, generando così la forma di turismo più degradata e degradante, quella che svilisce il luogo e alla lunga (non serve molto tempo, per la cronaca) lo uccide – ma che intanto fa la gioia dei suoi propugnatori, i quali ne ricavano un consenso semplice e immediato nonché qualche bell’articolo sui media. Peccato che i luoghi e i paesaggi non vivono su consensi del momento ma su relazioni consapevoli e sviluppate nel tempo: ma per queste serve un’idea, una visione, un progetto concreto a lungo termine, una volontà edotta e determinata. Ahimè, doti più rare che i panda giganti sulle Alpi, in molte di quelle iniziative.

Le Paralimpiadi in prima pagina

C’è da scommettere che nella redazione del più importante quotidiano sportivo italiano siano veramente contenti, in questi giorni, un po’ come lo erano un mese fa quando erano in corso le Olimpiadi a Tokio. Ora si stanno svolgendo le Paralimpiadi, evento sportivo che, inutile dirlo, assume significati per molti versi anche più importanti rispetto al suo precedente omologo, e di nuovo gli atleti paralimpici italiani stanno facendo incetta di medaglie (solo ieri, 30 agosto, ne hanno vinte sette delle quali due d’oro). «Finalmente possiamo mettere in prima pagina notizie sportive diverse dal solito calcio e ben più esaltanti!» esclameranno giubilanti nella redazione suddetta. E infatti ecco qui:

Una bella prima pagina nella quale finalmente non si parla per nulla di calcio e le imprese degli atleti italiani alle Paralimpiadi occupano grande spazio con bei titoli ad effetto. Proprio così. E ieri idem, ovviamente.

Be’, con siffatta emblematica attenzione mediatica verso un evento sportivo così importante da parte di chi di sport si occupa, in effetti hanno ragione quelli che dicono che di leggi con le quali proteggere i cittadini diversamente abili da qualsiasi discriminazione non ne servono, sono inutili in Italia. O no?

P.S.: per la cronaca, gli altri due principali quotidiani sportivi italiani un poco di spazio alle vittorie degli atleti paralimpici nazionali sulla loro prima pagina la dedicano.

Le persone false, ma “vere”

[Foto di karosieben da Pixabay.]
Da che mondo è mondo, o da che l’umanità è l’umanità, di persone false ce ne sono sempre state, inutile dirlo. Però a me pare – forse mi sbaglio, chissà – che negli ultimi tempi e in modo crescente, soprattutto (io credo) per colpa del modo che utilizziamo per comunicare e che si è pressoché totalmente conformato allo stile “social media”, spesso fatto più di apparire che di essere ovvero dove conta non tanto ciò che è vero quanto ciò che può sembrare tale, anche quando palesemente non lo è, nonché proprio per questo diventato vieppiù l’ideale strumento di generazione e diffusione di piccole o macroscopiche quando non “deepfake news (al punto che persino tanti “prestigiosi” organi di informazione subiscono quando non si adeguano a, deprecabilmente, questo “stile” di comunicazione contemporaneo) – dicevo, a me pare che per tutto ciò di persone false, ovvero che diffondono piccole e grandi bugie e fanno di essere un elemento della relazione personale con gli altri, ce ne siano sempre di più. Ovvero, la loro pratica della falsità seriale stia diventando sempre più universale e radicata.

Lo fanno, queste persone, per ottenere qualche tipo di tornaconto, dal sembrare banalmente più piacente al guadagnare vantaggi poco o tanto materiali ma, forse, col tempo lo fanno anche solo “tanto per fare”, perché ormai “va così”, è “normale”, è divertente: lo fa la TV, lo fanno i politici, lo fanno sul web, «a questo punto perché non dovrei farlo io?» tanti sembrano chiedersi. Parimenti sembrano ugualmente convinti che funzioni un po’ come con certe foto pubblicate sui profili social, nei quali si può apparire belle/i come Miss/Mister Universo (il fotoritocco regna sovrano, lo sapete) che tanto poi basta non farsi riconoscere in giro e nel caso, ci si inventa qualche buona scusa, ovvero l’ulteriore bugia di un circolo vizioso e senza fine – ma intanto la “verità” presunta e creduta dai più è quella della foto sui social, non l’effettiva: e questo è ciò che conta.

Insomma: in un mondo reale che sta diventando sempre più virtuale e artefatto al punto da rendere spesso difficile capire cosa sia vero e cosa no, e condizionati dal fatto che molto di ciò che accade è sul web con tutto quanto ciò comporta, lo stiamo diventando anche noi, così tanto fasulli? Risulta sempre più valido il principio (divenuto tempo fa il titolo di alcuni volumi popolari) per cui «tutto ciò che sembra vero è falso», al punto che il celebre paradosso del mentitore diventerà l’unica attestazione indiscutibile e quindi a suo modo paradossalmente (appunto) “vera”, fin nella più ordinaria quotidianità? Come oggi circolano per le pubbliche vie i vigili urbani per controllare che nessuno commetta infrazioni, dovranno circolare pure dei debunker civici pere verificare ciò che è vero e ciò che non lo è, come già accade sul web?

Forse, al riguardo, più di tutti ha ragione – cioè dice una gran veritàOscar Wilde, quando sostiene in Un marito ideale che

La falsità è la verità degli altri.