Ce ne sono troppe, di stagioni

Voialtri che state in città credete che basti dire che non ci sono più le stagioni, e vi pare di aver fatto lavorare il cervello. Vi basta lamentarvi del tempo che non è più lo stesso, della neve in piena estate, dei nubifragi che spazzano via interi parcheggi e riempiono di fango le cantine. Non ci sono più le stagioni, dite, o le mezze stagioni, se proprio volete sottilizzare. Però così è facile, troppo facile. In realtà noi, che sul ritmo delle stagioni ci abbiamo sempre campato, ci siamo accorti che non è che le stagioni non ci sono più: ce ne sono troppe, piuttosto, le une ammucchiate addosso alle altre, e si alternano come fossero mesi o settimane.

(Claudio Morandini, Le Pietre, Exorma Edizioni, 2017, pagg.7-8.)

“Soluzioni”

Sentivo discutere alcuni conoscenti, poco fa, intorno alla politica italiana, alla totale sfiducia che i suoi rappresentanti suscitano in modo sempre più crescente, alla necessità di eleggere “nuovi politici” quale soluzione ad una situazione del genere, e mi è tornata in mente un’affermazione di Gómez Dávila, intellettuale per certi versi (e per quanto mi riguarda) discutibile ma per altri sicuramente apprezzabile:

L’uomo non chiama soluzione la formula che risolve problemi, ma quella che li nasconde.

(Nicolás Gómez DávilaTra poche parole, a cura di Franco Volpi, traduzione di Lucio Sessa, Adelphi, Milano, 2007.)

Prosopopea

[Foto di Chräcker Heller da Pixabay ]

In questi giorni, in tv, mi ha colpito ********** che ripeteva la parola “scrittore” assumendosi il ruolo di chi ci spiega che cos’è uno scrittore, e mi ha colpito il modo di ********* di parlare del suo nuovo disco. La parola che mi è venuta in mente in entrambi i casi è: Prosopopea. Nel primo caso seria, solenne, quasi enfatica. Nel secondo, irriverente, autoironica, ma non meno boriosa. Prosopopea è pròsopon= persona e poieo=fare. In entrambi gli esempi, ciò che mi ha più attratto (negativamente, non lo nascondo) è la personificazione di un sé astratto attraverso un sé reale. La rappresentazione di se stessi, insomma. Chi si autorappresenta associa a un senso di inadeguatezza un narcisismo quasi patologico. E’ ancora in quella fase adolescenziale in cui deve illustrare se stesso. E lo fa con la tutela di un successo che ne perdona le arroganze. Lo dico in generale, perché scrittore e musicista citati (che, ammetto, non amo) sono solo due esempi.

Da un post di Grazia Verasani pubblicato sulla propria pagina facebook (nel 2016, ma resta inesorabilmente attualissimo), ripreso dall’amico Paolo Ferrucci sulla sua, con le cui osservazioni mi trovo mooooolto d’accordo anche perché mi fanno tornare in mente questa cosa qui, cioè che sarebbe quasi il caso di pubblicare i libri senza i nomi degli autori sulla copertina – una cosa alla quale il pensiero mi ritorna spesso per come mi sembri, non sempre ma spesso, alquanto sensata. Che poi può valere anche per i dischi, ovvio, ma per i libri soprattutto, io credo.

Ah, i nomi dei due personaggi citati da Grazia Verasani, lo scrittore e il musicista, li ho tolti per rispetto – diciamo così – in quanto soggetti di osservazioni non mie, ma ovviamente li trovate “in chiaro” nelle pagine facebook sopra linkate.

Ecco il governo, ecco la sua giustizia

Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, valutati, soppesati, censurati, comandati da persone che non ne hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, censiti, tariffati, timbrati, tosati, contrassegnati, quotati, patentati, licenziati, autorizzati, apostrofati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, sotto il pretesto dell’utilità pubblica e in nome dell’interesse generale, essere addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussionati, pressurati, mistificati poi, alla minima resistenza e alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, vessati, taccheggiati, malmenati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, scherniti, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale.

[Foto di Nadar, pubblico dominio; fonte qui.]
(Pierre-Joseph Proudhon, Idée générale de la Révolution au XIXe siècle (1851), Paris, Rivière, 1923; ed. it. L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo, Centro Editoriale Toscano, Firenze, 2001. Citazione “rubata”, di nuovo, a Paolo Nori che l’ha pubblicata nel suo sito qui. Lodi e glorie imperiture a lui, come sempre.)