A Milano, nello spazio B(r)e(a)the SPACE di Via Savona 45/53, nell’ambito degli eventi del Fuorisalone 2021.
Save the dates, e non mancate!
A Milano, nello spazio B(r)e(a)the SPACE di Via Savona 45/53, nell’ambito degli eventi del Fuorisalone 2021.
Save the dates, e non mancate!
Quello deve essere stato uno degli ultimi orsi della regione. Verso la fine del secolo erano praticamente estinti. Lupi e linci ci avevano lasciato la pelle già prima, adesso era la volta degli orsi. Che smania avevano gli uomini di eliminarli. Avevano paura per i loro animali domestici? Per le pecore e le capre che spesso effettivamente erano vittime del loro appetito? O si trattava piuttosto di un impulso irrazionale: eliminare, cacciare, brama di persecuzione, un po’ come certi popoli che possono provare piacere a eliminare dei compatrioti d’altra etnia?
(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.77.)
Compatrioti: è assai interessante che Peer utilizzi questo termine per mettere in relazione, seppur indiretta ma senza dubbio emblematica, uomini e orsi. Gli uni e gli altri abitanti degli stessi monti, razze diverse e separate ma ciascuna delle quali ha costruito nel tempo la propria comunità alpestre resiliente, su quei monti, dunque comunque per molti versi accomunate in un’unica “storia geografica” peculiare. Finché, come riflette Peer, l’uomo ha rotto la propria relazione armonica con il resto del mondo naturale autoeleggendosi razza dominante e soverchiante, così da arrogarsi il diritto – impulsivo e irrazionale anche perché dall’uomo ritenuto addirittura “piacevole” ovvero appagante la propria brama di dominio, appunto – di perseguitare, eliminare, cacciare, sterminare altre creature i cui diritti di presenza e di sussistenza su quei monti erano gli stessi, non certo minori o secondari perché generati da una comunità inferiore (anzi!), fino al punto di annientarle totalmente.
Ora, persino considerando la necessità di proteggere i propri animali e le proprie cose o i bisogni sussistenziali, non è sul serio un comportamento terrificante e totalmente folle, quello che troppo spesso gli uomini hanno manifestato, e purtroppo di frequente manifestano ancora, nei confronti dei “compatrioti” viventi nei loro stessi territori?
Lo scorso novembre, qui sul blog, scrivevo che a breve avrei annunciato una serie di date di presentazione imminenti del mio Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano, con il primo evento a Milano. Poi, è successo ciò che tutti quanti sappiamo bene e da cui, ora, speriamo di uscirne sempre di più e risolutivamente.
In quell’articolo scrivevo anche che, in tema di viaggiatori, viaggi e libri relativi, si usa spesso citare quel noto adagio che dice “Il viaggio è la meta”, meno invece si cita il pur altrettanto noto Pessoa che in tema, ne Il libro dell’inquietudine, scrisse “I viaggi sono i viaggiatori”. Tuttavia, se il “vero” viaggio si ha non tanto quando è il viaggiatore a visitare un luogo ma viceversa quando è il luogo a “visitare” il viaggiatore – a entrarvi dentro, a penetrare a fondo nel suo animo esattamente come egli s’addentra per le sue vie o nel suo paesaggio – dunque quando la simbiosi tra luogo e viaggiatore è intensa e vibrante (il che a mio modo di vedere significa realmente visitare un luogo, nel modo più completo), allora come Pessoa, più di Pessoa, mi viene da dire che il viaggiatore è il viaggio. Perché non c’è viaggio “vero” la cui meta non sia dentro di chi lo compie, e in tal modo continui oltre l’ambito geografico, senza limiti effettivi e, per giunta, chiudendo idealmente il solco circolare tracciato in principio dal grande poeta portoghese in un moto, anzi, in un viaggio perpetuo d’un viaggiatore che, altrettanto idealmente, tale è sempre. Per questo, un buon “libro di viaggio” è tale, cioè genera un proprio valore letterario peculiare, anche perché consente di viaggiare pur restando fermi – per scelta, necessità o per obbligo, come accadeva qualche mese fa – oppure sapendo tratteggiare una geografia intima del luogo narrato dentro il lettore, al punto di trasformarlo in un viaggiatore tanto virtuale quanto consapevole pur restando lontano da quel luogo. E tutto questo un buon libro di viaggio lo genera perché può essere e rappresentare un ottimo “integratore” per lo spirito del viaggiatore, pronto a (ri)partire verso quel luogo o qualsiasi altro appena possibile.
Ecco dunque, a proposito: il 9 settembre, alle ore 18.00, nello spazio B(r)e(a)the SPACE di Via Savona, 45/53 e nell’ambito degli eventi del Fuorisalone 2021, finalmente da Milano si “parte” verso Tallinn, con il mio Tellin’ Tallinn e con la fortunata presenza di un prestigioso compagno di viaggio: Francesco Garolfi, in una performance musical-letteraria che abbiamo fascinosamente intitolato Tallinn Blues e che, ci auguriamo, veramente vi farà viaggiare verso la vostra meta ideale, sia essa Tallinn o qualsiasi altra. Perché ribadisco: in fondo i viaggiatori sono il viaggio, e spero che il 9 settembre a Milano vorrete viaggiare insieme a noi a bordo di Tallinn Blues!
N.B.: Ingresso su prenotazione (ad esaurimento posti) con obbligo di Covid Pass a info@articon.it. Per saperne di più su Tellin’ Tallinn, invece, cliccate sull’immagine qui sopra.
N.B.#2: Tallinn Blues è un evento “ospitato” presso lo spazio B(r)e(a)the SPACE dalla mostra Anime Salve di Vittorio Peretto, curata da Luciano Bolzoni – che ringrazio di cuore per la preziosa ospitalità. Cliccate sull’immagine qui accanto per saperne di più, oppure qui.
Correrò il rischio di risultare ripetitivo, nello scrivere (e ribadire, appunto) quanto state per leggere, ma da appassionato di territori e paesaggi montani e, dunque, essendo particolarmente sensibile a tuto ciò che narra per iscritto i monti, se devo determinare un genere letterario confacente, definibile come «letteratura di montagna», inevitabilmente non posso che pensare al panorama editoriale svizzero, l’unico, a mio modo di vedere, che possa veramente identificarsi in quella definizione di genere. «Be’, facile!» forse dirà qualcuno di voi, visto che la Svizzera è fatta per buona parte di montagne. No, io ribatto, non è così automatica la cosa: basti pensare a un Emilio Salgari che raccontò in modo impareggiabile paesi più o meno esotici nei quali mai era stato! D’altro canto è vero che, nella gran quantità di testi letti che in qualche modo hanno i monti come elemento importante, nessuno “sa far parlare” le montagne come certi scrittori elvetici: non conta solo la capacità di rendere vivido il paesaggio montano con le parole, semmai di rendere le parole parti delle montagne, esattamente come le pietre, l’erba, il legno dei boschi, la neve, il ghiaccio. Non si tratta di saper descrivere al meglio i monti, ma far che in qualche modo siano i monti stessi a descrivere le vicende umane che su di esse si svolgono, con gli autori che si fanno “trascrittori” della voce narrante delle montagne.
Peraltro, nel piccolo ma peculiare panorama letterario elvetico, c’è un ambito regionale che anche più degli altri riesce a fare quanto ho appena scritto: è quello sviluppatosi nelle vallate del Canton Grigioni, composto di pochi affascinanti autori che spesso scrivono utilizzando la lingua romancia, a sua volta un lessico, con le sue tante varianti, che pare nascere direttamente dalle montagne proprio come gli elementi naturali prima citati. L’engadinese Oscar Peer è considerato il maggiore degli autori romanci contemporanei, e se Il Ritorno è probabilmente il suo romanzo più noto (trovate qui la mia “recensione”), ne Il rumore del fiume (Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult; orig. La rumur dal flüm, 2011) diventa del tutto evidente quanto ho scritto poco sopra in tema di «letteratura di montagna».
Il rumore del fiume è un’originale narrazione autobiografica relativa agli anni engadinesi dell’infanzia e della giovinezza di Peer, elaborata attraverso una sorta di flusso di coscienza e di memoria messo per iscritto senza soluzione di continuità […]
(Potete leggere la recensione completa di Il rumore del fiume cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Da molto tempo non vedevo la prima dimora della mia vita, e in fondo non avevo nessun motivo di venire fin qui dopo tanti anni. Cosa ci faccio a Carolina? Sono venuto quasi per caso, senza aspettative. Non c’è un granché da vedere in un posto così solitario; qui l’Engadina si nasconde, qui non hanno dipinto né Segantini né Giacometti.
Carolina è solo una stazione della Ferrovia Retica, cinque chilometri sopra Zernez, cinque sotto Cinuoschel. In fondo solo una stazione d’incrocio in mezzo al bosco, due binari su pietrisco scuro, quattro case uguali per gli impiegati, ora disabitate; ormai qui ci abita solo un alternativo, e la maggior parte dei treni passa senza fermarsi. Una fontana asciutta e inclinata da una parte al sommo dello spiazzo, un magazzino per materiali e attrezzi, proprio dietro una gola profonda e un grande viadotto. Per il resto solo bosco.
(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.9.)
