La magia tra le gambe

Il Paul osserva il paese con il binocolo, guarda un po’ chi arriva, mormora seguendo una macchina lungo la strada, il figlio del parroco. A me non risulta che il parroco abbia un figlio, fa il Georg mentre confronta le vette con la cartina. Certo che è il figlio del parroco, sono identici, trovami un altro in paese che ha i capelli rossi. Figurati se ha un figlio, è vietato, insiste il Georg. Ce n’è tante di cose vietate, dice il Paul, ma se il parroco è l’unico coi capelli rossi, e di colpo ti arriva un bambino coi capelli di fuoco, se Dio vuole sarà ben figlio suo, o no? È logica, fin qui ci arriviamo anche noi due, non crederai che i preti non conoscano la magia tra le gambe.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.29.)

I ghiacciai che non ci sono più

Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.68.)

Piccola metaletteratura di strada

“Letteratura” di genere, be’… non giallo, nemmeno noir o rosa… rosso o bianco, ecco!

(Per chi non lo conoscesse, Carlo Porta è lui.)

Sabato 11/05, Torre Boldone (Bergamo): il “Portale SITIP” di Francesco Lussana

[…] Infine, ultima ma non ultima – ovvero per certi versi più importante – interpretazione del Portale, è quello che in fondo richiama la stessa matrice artistica che da ormai vent’anni Francesco Lussana porta avanti con la propria produzione d’arte: l’essenza industriale dell’opera, la propria sostanza materiale ovvero la struttura di cui si compone, la quale campata è formata da due travi a doppio T atte al moto di un classico carro a ponte – struttura che poi, in modo più minimalista ma per lo stesso motivo, richiama anche quella di un capannone industriale, come i tanti che rappresentano nel modo architettonicamente più evidente la storia industriale ed economica del nostro paesaggio orobico e lombardo in generale. “Inizio e modo di operare in tutto il corso dell’opera”, citando di nuovo una delle interpretazioni esoteriche dell’elemento porta/portale: in fondo è qualcosa di assolutamente valido anche per la matrice industriale del Portale SITIP. Da esso si transita ma pure – per così dire – si viene sollevati verso una visione più aperta e consapevole del paesaggio nel quale è inserito e della sua storia (dunque della storia della gente che lo abita) nonché guidati – le due travi sono atte ad essere sedi delle guide di transito del carro a ponte, appunto – sulla direttrice che dalla città porta alla periferia e alla campagna e viceversa, rimarcando quel costante rapporto tra questi due elementi della comune storia quotidiana […]

Questo è un brano del testo critico e di presentazione da me scritta del Portale SITIP, la nuova monumentale installazione di Francesco Lussana – senza dubbio tra i più originali artisti in circolazione – che verrà inaugurata sabato 11 maggio alle ore 10.30 a Torre Boldone, alle porte di Bergamo e all’ingresso della Val Seriana, e la cui presenza nel locale Bosco Urbano – polmone verde inserito tra le principali direttrici del traffico stradale e ferroviario della zona ovvero tra la città e la zona prealpina – sarà accompagnata dal suddetto mio testo, che da sabato potrete leggere in loco nella sua forma completa, ovviamente.

Insomma, ribadiscointervenite sabato 11 maggio, dalle ore 10.30 in poi a Torre Boldone e scoprirete tutto quanto. Ne vale la pena, statene certi!

Scrivere è come arare la Terra

Scrivere non è che una tappa sul cammino della consapevolezza di appartenere alla Terra. L’atto di scrivere non può essere una semplice reazione, un gesto impulsivo e autoreferenziale per soddisfare mere necessita dell’ego o economiche; e soprattutto non può prescindere dall’interazione profonda con il rilevamento topografico prodotto dalla psiche impegnata a registrare il fare dal nulla. La scrittura è un atto fisico. Scrivere è come arare: abbiamo i semi da sotterrare, da affidare alla Terra, da coprire e poi curare, facendo un patto con la vita che ci ha originato e che ci concede di essere conosciuta e sperimentata nel tempo che ci è dato. Ma prima, questi semi, dobbiamo intercettarli nella brezza che li culla. Senza l’ascolto, senza il silenzio che cammina con noi, sarà difficile coglierne il lieve frullare in quel venticello.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.25.)